[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 01.04.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’  – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Stiamo vivendo un dramma senza precedenti. Oltre diecimila morti in poco più di un mese per un virus proveniente dalla Cina e che mette a dura prova la tenuta dei sistemi sanitari delle nazioni del mondo.

Il sistema economico, per via dei provvedimenti adottati per contenere il contagio, è a rischio collasso: si prevedono perdite sul PIL di 100 miliardi di euro al mese! Al dramma economico è sempre legato quello sociale: povertà, disoccupazione, aumento della criminalità etc.

Siamo sull’orlo dell’abisso.

In questa situazione drammatica leggo con un certo disagio le polemiche contro il governo da parte di chi grida al golpe ed espone improbabili, ma sarebbe più corretto scrivere “immaginari”, complotti orchestrati da quello o da quell’altro per affossare l’economia o ridurci tutti schiavi.

E trovo anche piuttosto insopportabile la retorica stucchevole propalata dai sostenitori del governo, acriticamente appiattiti sulla linea dell’esecutivo ma solo per spirito di fazione che per reale e sentita convinzione.

Non è certamente questo il momento delle polemiche sterili e degli slogan urlati in TV. Ci sarà tempo, quando tutta la vicenda sarà conclusa, per fare il “processo” a Conte ed al suo esecutivo. Avremo modo di giudicare il governo una volta che l’epidemia sarà controllata.

Ora è il momento di guardare fisso l’abisso che si è aperto dinnanzi a noi e di accettarlo.

Non vi è modo migliore di affrontare l’emergenza che prendere consapevolezza, piena, di essa e di vivere appieno il presente drammatico che ci è offerto.

Dobbiamo recuperare quel senso del “tragico” che dal tempo degli antichi greci si è insediato nel nostro dna culturale e che è stato “riscoperto” dai grandi pensatori europei del XIX secolo (Hegel, Nietzsche, Schopenhauer …)

Dobbiamo imparare a guardare in faccia la rovina per poterci erigere al di sopra di essa. Recuperare quello spirito che riempiva i cuori dei trecento spartani di Leonida, degli intrepidi esploratori e capitani che conducevano nelle tempeste i loro velieri, degli uomini delle trincee della Grande Guerra. Oppure se si vuole qualche esempio più umano e meno eroico, bisogna fare come padre Paneloux, uno dei personaggi del romanzo “La Peste” di Albert Camus (introvabile anche su Amazon, segno che c’è chi vuole provare ad immergersi, con senso tragico appunto, nel grave momento che stiamo vivendo), il quale dopo lunghe riflessioni teologiche, arrivò alla conclusione che bisognasse semplicemente accettare la “peste” e “camminare in avanti, nelle tenebre, un po’ alla cieca …”.

Non è questo il momento delle lagne continue sui social, delle lamentele sulla libertà perduta ma nemmeno delle piaggerie sul Governo, o peggio, l’affannoso, quanto ridicolo, lavoro della burocrazia statale per confezionare la migliore autocertificazione per uscire di casa. Meglio un padre Paneloux, che poi morirà, forse nemmeno di peste, rifiutando le cure, piuttosto che lasciarsi andare alla rassicurante narrativa del complotto, alla polemica autoreferenziale, alla mitomania da epidemiologi ed esperti tuttologi.

Per Jean-Pierre Dupuy, autore de “Per un catastrofismo illuminato. Quando l’impossibile è certo”, bisogna rendersi conto che le catastrofi sono ineluttabili: prima o poi capiterà un terremoto, un’epidemia, uno tsunami, che sconvolgerà le nostre vite ed i nostri sistemi politici ed economici. Per meglio affrontare le catastrofi l’autore francese immagina che bisogna proiettarsi a dopo di essa, per meglio capire come ricostruire ed eventualmente ridurre i danni alla prossima inevitabile catastrofe.

Ecco quindi, dopo che abbiamo ben fissato l’abisso, con intensità, ed averlo accettato bisognerà iniziare a guardare oltre di esso.

Oltre l’abisso, ci sarà la possibilità di ri-costruire senza magari commettere gli stessi errori del recente passato.  Oltre l’abisso ci sarà, lo ripeto, anche la possibilità di giudicare l’operato di chi si è trovato alla guida della Nazione nelle sue giornate più drammatiche: allora, e solo allora, potremo abbandonare l’indulgenza che oggi, nel pieno della tempesta, riserviamo alla classe dirigente.

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