Archivio dei tag torino

DiAvvocato Federico Depetris

Emergenza abitativa, il dramma di Torino

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 23.04.2019 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

A Torino vengono eseguiti circa 4.000 sfratti all’anno. Decine di migliaia di persone ogni anno in città perdono la casa e rischiano di finire in mezzo ad una strada.

La stragrande maggioranza degli sfratti avviene per morosità, ossia per il mancato pagamento dei canoni di locazione. La crisi economica, l’assenza cronica di un lavoro stabile, sicuro e ben pagato costringono migliaia di famiglie a non pagare il canone pur di poter continuare a garantire il soddisfacimento delle esigenze quotidiane di vita (cibo, vestiario, bollette etc.).

È bene sapere che quando iniziano a sorgere le prime difficoltà economiche e si ipotizza che non si riuscirà più a pagare il canone, bisognerebbe recarsi immediatamente in Comune e dagli assistenti sociali per esporre i propri problemi e richiedere assistenza. Questo accorgimento potrà rendere più semplice l’eventuale successiva ammissione all’Emergenza abitativa e quindi ottenere un tetto dopo l’esecuzione dello sfratto.

Quando il proprietario di casa notifica l’atto di citazione per la convalida dello sfratto, l’inquilino dovrebbe organizzarsi per partecipare all’udienza che vede indicata nell’atto e parteciparvi personalmente al fine di richiedere al giudice il“termine di grazia” e poter così guardagnare un po’ di tempo (al massimo 90 giorni) per cercare di sanare la morosità.

Per sanare la morosità l’inquilino potrà anche provare a rivolgersi all’agenzia LOCARE del Comune di Torino che può mettere a disposizione delle risorse per trovare un accordo con il proprietario di casa.

Una volta che lo sfratto verrà convalidato, bisognerà poi avanzare presso i competenti uffici del Comune di residenza, la domanda di emergenza abitativa.

Il Comune di residenza infatti sarà tenuto a reperire, previo accoglimento della domanda di emergenza abitativa, una sistemazione abitativa al nucleo famigliare sotto sfratto. La sistemazione abitativa che potrà essere reperita di regola è solo temporanea (massimo due anni), tuttavia potrà essere utile per ottenere l’assegnazione, in deroga ai bandi ordinari per le case popolari, di un alloggio di edilizia sociale.

A Torino l’emergenza abitativa è disciplinata dal regolamento comunale n. 385 del 2019 (che ha sostituito il previgente regolamento n. 352 del 2012).

In particolare, l’articolo 10 del regolamento comunale fissa i requisiti specifici che devono essere soddisfatti da coloro i quali, sotto sfratto, chiedono l’emergenza abitativa. L’art. 10 dispone che:

«In caso di sfratto per morosità, possono presentare domanda di assegnazione di alloggio in emergenza abitativa esclusivamente i soggetti che, all’atto della stipulazione del contratto di locazione, abbiano avuto un reddito idoneo ad onorare il pagamento del canone (il reddito lordo deve essere in ogni caso superiore al canone netto), siano in possesso dei requisiti di cui all’articolo 7 del presente regolamento e, inoltre, siano in possesso dei requisiti, tra loro alternativi, sottoelencati alle lettere a) e b): a) regolare corresponsione del canone, per almeno 10 mesi, saldato entro 13 mesi dall’insorgenza della morosità, e fruizione di contributi economici erogati in base a specifico progetto personalizzato predisposto dai Distretti della Coesione Sociale o dai Servizi Socio Sanitari delle ASL territoriali nell’anno di insorgenza della morosità o nell’anno di esecuzione dello sfratto; b) regolare corresponsione del canone, per almeno 10 mesi, saldato entro 13 mesi dall’insorgenza della morosità, dovuta a calo del reddito certificato pari almeno al 50% rispetto al reddito precedente, oppure, dovuta a calo del reddito certificato anche inferiore al 50% (ma almeno del 30%) rispetto al reddito precedente se il canone (calcolato al massimo fino a 5.000,00 Euro) incide sul reddito, dopo il calo, per una percentuale superiore al 40%».

I requisiti dell’emergenza abitativa si palesano piuttosto cavilosi e sono sostanzialmente finalizzati a restringere il numero di coloro i quali possono ottenere assistenza dal Comune.

È naturalmente necessario che siano indicati dei requisiti per accedere all’emergenza abitativa al fine di evitare che si possano verificare, come purtroppo sono documentati, casi di vero e proprio accesso abusivo alle, modeste, risorse pubbliche a disposizione.

Tuttavia vi sono almeno due gravi anomalie nel sistema delineato dal regolamento Comune di Torino e che l’attuale maggioranza consiliare che ha approvato il nuovo regolamento (che è al 99% identico a quello previgente) poteva provare a correggere, ma che invece è intervenuta lasciando del tutto inalterato l’impianto originario.

La prima evidente anomalia è che non viene di fatto in nessun modo valorizzata la grave situazione di indigenza in cui può venirsi a trovare chi non sia in grado di pagare il canone. Se, ad esempio, la morosità insorgesse a pochi mesi dall’inizio del rapporto contrattuale di locazione, l’emergenza abitativa non si attiverebbe in quanto mancherebbero i dieci mesi di canoni anzianità locatizia.

È evidente che tale requisito sia finalizzato a disincentivare pratiche scorrette (come ad esempio stipulare un contratto di locazione con l’intento, sin dall’inizio, di non corrispondere il canone al fine di ottenere una sistemazione abitativa a carico del Comune), tuttavia tale requisito molto spesso risulta essere eccessivamente penalizzante per chi, magari costretto a trovarsi rapidamente una nuova sistemazione abitativa (pensiamo ad una donna maltrattata dal marito o dal convivente) si trovi poi, nel giro di pochi mesi, non più in grado di pagare il canone.

La seconda grave anomalia, che ho recentemente segnalato al TAR in un ricorso depositato le settimane scorse, è l’assenza di qualsivoglia accenno a requisiti specifici per soggetti sotto sfratto che siano anche disabili civili.

Chi è affetto da disabilità, infatti, si trova in una posizione di maggior svantaggio e di tale peculiarità si dovrebbe tenere conto non solo al fine di stilare le graduatorie per le case popolari, ma anche per le situazioni di emergenza abitativa.

Nel caso in cui la domanda di emergenza abitativa venisse bocciata è possibile ricorrere, entro sessanta giorni, al TAR.

In ogni caso, qualora la domanda di emergenza abitativa venisse respinta, è necessario rivolgersi ai Servizi sociali (che andrebbero avvisati della situazione sin da quando insorge la morosità o comunque almeno dal momento in cui vengono notificati i primi atti di sfratto).

Come detto all’inizio ogni anno migliaia di torinesi vivono il dramma di perdere la casa, di non sapere dove trovare rifugio e sistemazione. Ci sono minori, anziani, disabili, donne sole, padri separati etc. che ogni giorno vivono una situazione angosciosa, disperante a cui spesso il Comune non è in grado di risolvere per l’assenza di risorse, nonostante il patrimonio immobiliare dell’Atc sia spesso considerevole ed in parte non utilizzato per il pessimo stato manutentivo in cui versano numerosi appartamenti.

Urge un intervento nel settore. A Torino serve un vero nuovo regolamento, ma servono anche idee e progetti innovativi che possano garantire a tutti il diritto all’abitazione, eventualmente anche oltre gli schemi già collaudati del passato e spesso fallimentari.

DiAvvocato Federico Depetris

La vita degli ebrei nel ghetto di Torino

La vita degli ebrei nel ghetto di Torino

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 21.11.2018 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Dell’antico ghetto ebraico di Torino oggi non rimangono che imponenti cancelli in ferro e alcune finestre, una vicina all’altra, a testimonianza del sovraffollamento del quartiere israelitico.

Il più noto ghetto ebraico di Torino venne istituito nel 1679 nell’isolato fra le attuali via Maria Vittoria, via Principe Amedeo, via Bogino e via San Francesco da Paola.

Rispetto ad altri stati pre-unitari l’istituzione del ghetto, ossia di un luogo di segregazione, arrivò solo nel XVII secolo a causa della politica spesso ambigua tenuta dai Savoia nei confronti delle minoranze religiose presenti nel Ducato. Infatti solo le pressioni del Papa, infine, costrinsero i piemontesi ad adottare politiche sempre più restrittive nei confronti della minoranza ebraica.

Quali regole erano previste per gli ebrei del ghetto di Torino?

Con le Leggi e Costituzioni di Sua Maestà del 1729, il Legislatore sardo-piemontese raccolse in un unico testo una serie di disposizioni normative relative ai giudei già adottate nei secoli precedenti e le nuove disposizioni che il Sovrano, in conformità a quanto avveniva negli altri stati pre-unitari, intedeva adottare per disciplinare lo status giuridico degli ebrei.

Innanzitutto gli ebrei non potevano vivere dove volevano. I sudditi di fede ebraica infatti presenti nel Regno avrebbero dovuto trasferirsi nelle città  (Torino, Chieri, Ivrea e altre) in cui veniva “tollerata” la loro presenza e ove sarebbero stati confinati in quartieri (ghetti) a loro appositamente dedicati.

Gli ebrei dal calare al sorgere del sole (quindi nell’orario notturno) non potevano uscire dal ghetto e se venivano scoperti nel violare la predetta norma venivano condannati al pagamento di venticinque lire oppure, se non potevano pagare, a otto giorni di carcere per ogni giorno sorpresi fuori dal ghetto in orario notturno. Solo in occasione delle fiere i commercianti ebrei potevano passare le notti fuori dal ghetto. Era loro consentito infatti trascorrere dieci giorni prima della fiera e dieci giorni dopo, fuori dalle loro case. La ratio della deroga era certamente quella di evitare l’isolamento economico e commerciale delle comunità ebraiche composte in gran numero da abilissimi e apprezzati artigiani.

Invece nei giorni in cui si celebrava la Passione di Cristo agli ebrei era tassativamente vietato uscire dal ghetto, inoltre nelle abitazioni che si affacciavano fuori dal ghetto le finestre dovevano essere chiuse e oscurate: gli ebrei non dovevano mostrarsi ai cristiani durante i giorni in cui si celebrava l’agonia di Gesù sulla Croce.

Gli ebrei che avevano più di quattordici anni dovevano portare un segno distintivo di colore giallo “tra petto e braccio destro” in maniera tale da essere riconoscibili non solo alle autorità, ma soprattutto agli altri regnicoli. Tuttavia quando gli ebrei erano impegnati in lunghi viaggi (ad esempio per raggiungere una fiera) erano esentati dal portare il segno distintivo e ciò, probabilmente, per metterli al riparo da predoni e briganti che avrebbero visto in loro delle facili prede.

Per quanto riguarda i beni di cui gli ebrei potevano essere proprietari bisogna segnalare che essi potevano possedere denaro, oro e oggetti preziosi (eccetto quelli che fossero stati dedicati al culto cristiano), anche ricevuti in pegno da cristiani, ma era loro proibito possedere beni “stabili” ossia beni immobili.

Tutte le case del ghetto erano quindi di proprietà di cristiani che erano costretti a darle in locazione ad ebrei, i quali quindi dovevano corrispondere il canone di locazione. Cosa capitava quando la casa fosse stata data in locazione ad una famiglia ebrea indigente che non poteva pagare il canone? Di certo gli occupanti non potevano essere cacciati in quanto non potevano che vivere nell’angusto ghetto, che in genere era sempre sovraffollato, inoltre la casa poteva essere data in locazione solo ad ebrei, perché solo a loro era consentito vivere nel ghetto. In questi casi le autorità giudiziarie stabilirono che i canoni di locazione per le famiglie indigenti fossero pagati da tutti gli altri membri della comunità.

I residenti del ghetto, quindi, dovevano tutti contribuire a pagare i padroni cristiani degli immobili e ciò al fine di tenere indenni dalle perdite quei cristiani che avevano avuto la “sventura” di essere proprietari di un immobile del ghetto. (Cfr. Giurisprudenza Patria ossia Raccolta di Casi Decisi e Massime Assentate dai Supremi Magistrati deli Stati di S. S. R. M. il Re di Sardegna, posta per ordine alfabetico, Torino, 1815).

Agli ebrei era poi naturalmente proibito bestemmiare il nome di Dio. Tale reato, considerato gravissimo, era punito con la morte. Tuttavia la Legge del Regno consentiva agli ebrei di praticare i loro riti e culti, ma era proibita la costruzione, anche nei ghetti, di nuove sinagoghe e comunque durante i loro riti  gli israeliti dovevano tenere un “tuono modesto e sommesso” per non farsi udire dai cristiani.

In generale la Legge del Regno, nonostante prevedesse un rigido regime segregazionista, accordava un regime di tutela e protezione agli ebrei in quanto era vietato ucciderli o percuoterli ed era parimenti vietato danneggiarne le abitazioni e le botteghe.

Era altresì vietato convertire con la forza i giudei al cristianesimo. Questo reato era punito con tre anni di carcere per gli uomini e tre mesi per le donne. La loro conversione, sempre possibile, doveva avvenire in maniera assolutamente libera e spontanea, in accordo peraltro con quanto sancito dalle norme di diritto Canonico.

Le conversioni costituivano un indubbio vantaggio, in quanto aderendo al cristianesimo si era svincolati immediatamente dalle rigide regole imposte dalle legge ai giudei. La legge in un certo senso incoraggiava persino le conversioni, infatti chi si convertiva al cristianesimo, oltre a non essere più soggetto alle norme segregazioniste, otteneva immediatamente dai propri ascendenti subito la dote e la quota di legittima ereditaria, più una quota ulteriore all’effettiva morte dei propri genitori. La conversione al cristianesimo rappresentava per la famiglia ebrea di origine del convertito un gravissimo problema economico in quanto determinava un forte ed immediato impoverimento.

I convertiti acquisivano tutti i diritti dei cristiani, tuttavia a loro era tassativamente proibito parlare con gli ebrei (non convertiti) al fine di evitare che potessero “ritornare alla primiera perfidia”. Quindi una volta convertiti era per loro impossibile mantenere un rapporto affettivo e relazionale con i propri parenti rimasti nella fede ebraica.

Le legislazione segregazionista sabauda, al pari di quelle largamente diffuse in tutta Europa e risalenti per lo più al medioevo, non era poi così dissimile da quella adottata dal Legislatore nazional-socialista. Anzi, le leggi razziali tedesche si ispirarono proprio alla ricca tradizione di editti e statuti antisemiti dei borghi e delle libere città germaniche adottati nel medioevo in lungo ed in largo in tutto il territorio del Sacro Romano Impero (Cfr. Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei d’Europa), legislazioni molto simili a quella “nostra” sardo-piemontese qui brevemente descritta.

La differenza più importante tra la legislazione segregazionista ed anti-ebraica nazional-socialista e quella cristiana è data dal differente presupposto che ne è origine e fonte. La legislazione antisemita tedesca degli anni trenta del secolo scorso era di stampo prettamente razziale, ossia gli ebrei venivano considerati come appartenenti ad una razza culturalmente e biologicamente ben definita e quindi dovevano essere “separati” dagli ariani affinché questi ultimi non venissero “contaminati” dai primi.

La legislazione antisemita sardo-piemontese, al pari di quelle adottate ovunque in Europa, invece era di stampo confessionale. Gli ebrei erano segregati perché considerati “malefici”“assassini di Dio”. Era però sufficiente per un ebreo torinese convertirsi per svincolarsi dalle leggi segregazioniste, cosa che al contrario non avveniva secondo le leggi razziali tedesche del secolo scorso: l’ebreo tedesco rimaneva tale per sempre, fino alla morte e senza possibilità di scampo.

Per gli ebrei torinesi tutto cambierà nel 1848 con la riconosciuta libertà di culto per tutti i regnicoli, ebrei compresi, e quindi con la fine delle politiche segregazioniste, dei segni di riconoscimento e degli odiati ghetti.