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DiAvvocato Federico Depetris

I processi ai tempi dei Faraoni: il papiro giuridico di Torino

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 12.04.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’  – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Nel 1155 a.c. il regno di Ramses III attraversava un periodo di instabilità politica e sociale. I lavoratori di Deir el Medina (Luxor), addetti alle sepolture reali, erano in rivolta, la burocrazia dello stato in affanno e la corte dell’anziano sovrano era spaccata in due fazioni.

In questo clima declino politico del sovrano, la potente Tiye, moglie secondaria del faraone, decise, con una congiura, di eliminare il marito affinché a Ramsess III succedesse il proprio figlio Pentaur e non Ramesses-Hekma-Meriamun, figlio avuto dal faraone con la sua prima moglie.

La regina Tiye, il giovane principe Pentaur ed altri importanti esponenti della corte, con la complicità di alcune concubine del faraone, uccisero il sovrano nel proprio harem, probabilmente ferendolo alla gola con un pugnale.

La congiura venne tuttavia scoperta ed i dignitari della corte fedeli al sovrano Ramsess III ed al figlio Ramesses (poi salito al trono come Ramsess IV) riuscirono ad arrestare i congiurati ed a processarli.

Questa avvincente storia di intrighi di palazzo, congiure ed omicidi ci è stata tramandata da un papiro conservato presso il Museo Egizio di Torino.

Il papiro descrive infatti il processo che la regina Tiye ed il principe Pentaur subirono assieme ai loro complici ed è un documento eccezionale in quanto è una delle poche fonti che ci permettono di capire come funzionasse il sistema giudiziario nell’antico Egitto.

Tutti i congiurati vennero condannati per la morte del sovrano alla pena capitale. Le tombe reali di Pentaur e Tiye furono distrutte e spoliate così da impedire l’accesso alla vita eterna ai due traditori.

I fatti di cui erano accusati erano l’omicidio del sovrano, l’alto tradimento e l’utilizzo di pratiche magiche ed occulte proibite.

I congiurati infatti per uccidere il faraone ricorsero non solo al pugnale che poi ne determinò verosimilmente il decesso come appurato da un collegio di esperti forensi nel 2011, ma si affidarono anche a pratiche magiche.

Il processo fu tutt’altro che semplice. Ramses IV era salito al trono ed era riuscito a far arrestare la matrigna ed il fratellastro, tuttavia essi erano ancora molto potenti ed avevano numerosi amici a corte. Fu così che durante il processo ben cinque giudici si abbandonarono ad un’orgia con sei concubine che avevano partecipato alla congiura per uccidere il faraone. Quattro dei cinque giudici che si lasciarono corrompere dalle sei avvenenti e spregiudicate imputate furono a loro volta uccisi, uno solo venne perdonato dal nuovo sovrano.

A molti congiurati, dopo essere stati condannati a morte fu concesso il privilegio del suicidio, tra quelli che scelsero di togliersi spontaneamente la vita vi fu certamente il giovane Pentaur.

Quello del papiro di Torino è una delle poche testimonianze scritte sul funzionamento del sistema giudiziario in Egitto. Oltre al papiro conservato al Museo Egizio sono stati reperiti alcuni laconici geroglifici sparsi nei siti archeologici. Le nostre conoscenze, quindi, sul sistema giudiziario dei faraoni sono piuttosto limitate.

Gli storici ipotizzano che il sistema giudiziario si articolasse in due livelli: uno locale decentrato ed un centrale.

L’amministrazione della giustizia a livello locale era delegata ai notabili delle comunità. Queste corti inferiori avevano competenza per i reati bagatellari e le piccole controversie tra privati.

Si ritiene che invece le questioni di maggior rilievo fossero di competenza della corte del sovrano dove la giustizia era amministrata, per conto del faraone, dal suo Gran visir.

Il diritto vigente nell’antico Egitto era per lo più di origine consuetudinaria e le leggi venivano tramandate oralmente. Il ritrovamento di editti contenenti norme giuridiche infatti è un fatto piuttosto raro (è stato scoperto un solo codice di leggi) il ché può apparire strano per una civiltà che ha saputo descrivere e tramandare il proprio sistema di governo, culturale, religioso etc. con un numero straordinario di geroglifici, disegni e opere architettoniche.

La scarsità delle fonti ci ha comunque permesso di scoprire alcune peculiarità del sistema giuridico egiziano come ad esempio che sussisteva una sostanziale eguaglianza dinnanzi alla legge tra uomini e donne, le quali, rispetto a numerose altre antiche civiltà, godevano di uno status giuridico decisamente migliore. Inoltre, come emerge dal papiro di Torino, il processo, quando aveva ad oggetto reati molto gravi o comunque erano coinvolte persone di rilievo, si articolava in due piani: uno materiale ed uno “spirituale” e magico. Le condanne infatti erano sia materiali e “patiche” (punizioni corporali, rimprovero, morte etc.) che magiche e spirituali (distruzione di tombe, formule magiche punitive etc.).

Ad ogni modo la nostra conoscenza sulle leggi dell’antico Egitto e sul suo sistema giudiziario è troppo frammentaria per riuscire ad avere quadro esaustivo e completo. Ciò che emerge, comunque, è che anche sotto il profilo giuridico la civiltà egizia fosse particolarmente complessa.

DiAvvocato Federico Depetris

La vita degli ebrei nel ghetto di Torino

La vita degli ebrei nel ghetto di Torino

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 21.11.2018 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Dell’antico ghetto ebraico di Torino oggi non rimangono che imponenti cancelli in ferro e alcune finestre, una vicina all’altra, a testimonianza del sovraffollamento del quartiere israelitico.

Il più noto ghetto ebraico di Torino venne istituito nel 1679 nell’isolato fra le attuali via Maria Vittoria, via Principe Amedeo, via Bogino e via San Francesco da Paola.

Rispetto ad altri stati pre-unitari l’istituzione del ghetto, ossia di un luogo di segregazione, arrivò solo nel XVII secolo a causa della politica spesso ambigua tenuta dai Savoia nei confronti delle minoranze religiose presenti nel Ducato. Infatti solo le pressioni del Papa, infine, costrinsero i piemontesi ad adottare politiche sempre più restrittive nei confronti della minoranza ebraica.

Quali regole erano previste per gli ebrei del ghetto di Torino?

Con le Leggi e Costituzioni di Sua Maestà del 1729, il Legislatore sardo-piemontese raccolse in un unico testo una serie di disposizioni normative relative ai giudei già adottate nei secoli precedenti e le nuove disposizioni che il Sovrano, in conformità a quanto avveniva negli altri stati pre-unitari, intedeva adottare per disciplinare lo status giuridico degli ebrei.

Innanzitutto gli ebrei non potevano vivere dove volevano. I sudditi di fede ebraica infatti presenti nel Regno avrebbero dovuto trasferirsi nelle città  (Torino, Chieri, Ivrea e altre) in cui veniva “tollerata” la loro presenza e ove sarebbero stati confinati in quartieri (ghetti) a loro appositamente dedicati.

Gli ebrei dal calare al sorgere del sole (quindi nell’orario notturno) non potevano uscire dal ghetto e se venivano scoperti nel violare la predetta norma venivano condannati al pagamento di venticinque lire oppure, se non potevano pagare, a otto giorni di carcere per ogni giorno sorpresi fuori dal ghetto in orario notturno. Solo in occasione delle fiere i commercianti ebrei potevano passare le notti fuori dal ghetto. Era loro consentito infatti trascorrere dieci giorni prima della fiera e dieci giorni dopo, fuori dalle loro case. La ratio della deroga era certamente quella di evitare l’isolamento economico e commerciale delle comunità ebraiche composte in gran numero da abilissimi e apprezzati artigiani.

Invece nei giorni in cui si celebrava la Passione di Cristo agli ebrei era tassativamente vietato uscire dal ghetto, inoltre nelle abitazioni che si affacciavano fuori dal ghetto le finestre dovevano essere chiuse e oscurate: gli ebrei non dovevano mostrarsi ai cristiani durante i giorni in cui si celebrava l’agonia di Gesù sulla Croce.

Gli ebrei che avevano più di quattordici anni dovevano portare un segno distintivo di colore giallo “tra petto e braccio destro” in maniera tale da essere riconoscibili non solo alle autorità, ma soprattutto agli altri regnicoli. Tuttavia quando gli ebrei erano impegnati in lunghi viaggi (ad esempio per raggiungere una fiera) erano esentati dal portare il segno distintivo e ciò, probabilmente, per metterli al riparo da predoni e briganti che avrebbero visto in loro delle facili prede.

Per quanto riguarda i beni di cui gli ebrei potevano essere proprietari bisogna segnalare che essi potevano possedere denaro, oro e oggetti preziosi (eccetto quelli che fossero stati dedicati al culto cristiano), anche ricevuti in pegno da cristiani, ma era loro proibito possedere beni “stabili” ossia beni immobili.

Tutte le case del ghetto erano quindi di proprietà di cristiani che erano costretti a darle in locazione ad ebrei, i quali quindi dovevano corrispondere il canone di locazione. Cosa capitava quando la casa fosse stata data in locazione ad una famiglia ebrea indigente che non poteva pagare il canone? Di certo gli occupanti non potevano essere cacciati in quanto non potevano che vivere nell’angusto ghetto, che in genere era sempre sovraffollato, inoltre la casa poteva essere data in locazione solo ad ebrei, perché solo a loro era consentito vivere nel ghetto. In questi casi le autorità giudiziarie stabilirono che i canoni di locazione per le famiglie indigenti fossero pagati da tutti gli altri membri della comunità.

I residenti del ghetto, quindi, dovevano tutti contribuire a pagare i padroni cristiani degli immobili e ciò al fine di tenere indenni dalle perdite quei cristiani che avevano avuto la “sventura” di essere proprietari di un immobile del ghetto. (Cfr. Giurisprudenza Patria ossia Raccolta di Casi Decisi e Massime Assentate dai Supremi Magistrati deli Stati di S. S. R. M. il Re di Sardegna, posta per ordine alfabetico, Torino, 1815).

Agli ebrei era poi naturalmente proibito bestemmiare il nome di Dio. Tale reato, considerato gravissimo, era punito con la morte. Tuttavia la Legge del Regno consentiva agli ebrei di praticare i loro riti e culti, ma era proibita la costruzione, anche nei ghetti, di nuove sinagoghe e comunque durante i loro riti  gli israeliti dovevano tenere un “tuono modesto e sommesso” per non farsi udire dai cristiani.

In generale la Legge del Regno, nonostante prevedesse un rigido regime segregazionista, accordava un regime di tutela e protezione agli ebrei in quanto era vietato ucciderli o percuoterli ed era parimenti vietato danneggiarne le abitazioni e le botteghe.

Era altresì vietato convertire con la forza i giudei al cristianesimo. Questo reato era punito con tre anni di carcere per gli uomini e tre mesi per le donne. La loro conversione, sempre possibile, doveva avvenire in maniera assolutamente libera e spontanea, in accordo peraltro con quanto sancito dalle norme di diritto Canonico.

Le conversioni costituivano un indubbio vantaggio, in quanto aderendo al cristianesimo si era svincolati immediatamente dalle rigide regole imposte dalle legge ai giudei. La legge in un certo senso incoraggiava persino le conversioni, infatti chi si convertiva al cristianesimo, oltre a non essere più soggetto alle norme segregazioniste, otteneva immediatamente dai propri ascendenti subito la dote e la quota di legittima ereditaria, più una quota ulteriore all’effettiva morte dei propri genitori. La conversione al cristianesimo rappresentava per la famiglia ebrea di origine del convertito un gravissimo problema economico in quanto determinava un forte ed immediato impoverimento.

I convertiti acquisivano tutti i diritti dei cristiani, tuttavia a loro era tassativamente proibito parlare con gli ebrei (non convertiti) al fine di evitare che potessero “ritornare alla primiera perfidia”. Quindi una volta convertiti era per loro impossibile mantenere un rapporto affettivo e relazionale con i propri parenti rimasti nella fede ebraica.

Le legislazione segregazionista sabauda, al pari di quelle largamente diffuse in tutta Europa e risalenti per lo più al medioevo, non era poi così dissimile da quella adottata dal Legislatore nazional-socialista. Anzi, le leggi razziali tedesche si ispirarono proprio alla ricca tradizione di editti e statuti antisemiti dei borghi e delle libere città germaniche adottati nel medioevo in lungo ed in largo in tutto il territorio del Sacro Romano Impero (Cfr. Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei d’Europa), legislazioni molto simili a quella “nostra” sardo-piemontese qui brevemente descritta.

La differenza più importante tra la legislazione segregazionista ed anti-ebraica nazional-socialista e quella cristiana è data dal differente presupposto che ne è origine e fonte. La legislazione antisemita tedesca degli anni trenta del secolo scorso era di stampo prettamente razziale, ossia gli ebrei venivano considerati come appartenenti ad una razza culturalmente e biologicamente ben definita e quindi dovevano essere “separati” dagli ariani affinché questi ultimi non venissero “contaminati” dai primi.

La legislazione antisemita sardo-piemontese, al pari di quelle adottate ovunque in Europa, invece era di stampo confessionale. Gli ebrei erano segregati perché considerati “malefici”“assassini di Dio”. Era però sufficiente per un ebreo torinese convertirsi per svincolarsi dalle leggi segregazioniste, cosa che al contrario non avveniva secondo le leggi razziali tedesche del secolo scorso: l’ebreo tedesco rimaneva tale per sempre, fino alla morte e senza possibilità di scampo.

Per gli ebrei torinesi tutto cambierà nel 1848 con la riconosciuta libertà di culto per tutti i regnicoli, ebrei compresi, e quindi con la fine delle politiche segregazioniste, dei segni di riconoscimento e degli odiati ghetti.