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DiAvvocato Federico Depetris

Facebook è un pericolo per la democrazia

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 25.09.2019 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Il 9 di settembre, nel pomeriggio, Facebook ha cancellato in pochi minuti le pagine ufficiali dei movimenti politici Forza Nuova e CasaPound Italia. Con loro sono stati oscurati e cancellati i profili ufficiali dei consiglieri comunali di CasaPound Italia e centinaia di account appartenenti ad attivisti di movimenti identitari sono stati rimossi dal social-network più famoso in Italia.

Una decisione che non ha precedenti in Italia. Mai prima di ora un social aveva optato per la messa al bando integrale e senza appello di persone e organizzazioni, politicamente, non gradite.

Facebook ha spiegato la propria operazione di censura sostenendo che le associazioni e le persone colpite dall’oscuramento si sarebbero rese responsabili di incitare all’odio e alla violenza, senza tuttavia fornire uno straccio di prova a sostegno di quanto affermato. Probabilmente per Facebook e la sua “policy” è sufficiente esprimere, ad esempio, posizioni fortemente contrarie alle politiche immigrazioniste dell’accoglienza per essere considerati, senza possibilità di difesa, degli “incitatori di odio”.

La censura contro CasaPound è un precedente pericolosissimo che rischia di compromettere persino l’intero sistema democratico.

Internet ha offerto e continua ad offrire un accesso facilitato ad un’incredibile mole di informazioni e consente una rapida circolazione di notizie e idee.

Non è un caso che i regimi totalitari contemporanei oscurino in tutto o in parte il web, impedendo l’accesso a piattaforme social o comunque a contenuti ritenuti “ostili”.

Tuttavia, internet, senza regole come oggi, non è il regno della libertà più assoluta.

Mano a mano che il traffico internet è aumentato, si sono creati dei centri che hanno polarizzato il traffico. Internet si è trasformato in un imbuto che ha smantellato quella rete originaria in cui tutti erano posti in una posizione di sostanziale parità.

Google ha pressoché il monopolio della ricerca sul web. I propri sofisticati algoritmi di ricerca, oggetto di continui aggiornamenti, hanno consentito al colosso americano un vero e proprio controllo del traffico.

Google ha di fatto il potere di determinare le sorti delle imprese e delle attività produttive di ultima generazione infatti a seconda di come un’azienda appare nel risultati delle ricerche aumenterà o perderà il proprio fatturato.

Se volesse, Google domani potrebbe oscurare migliaia di siti internet di ispirazione socialista, sovranista, europeista, etc. Il tutto in pochi secondi.

In Italia su Facebook transita il grosso dell’informazione. Eliminare dei soggetti significa escluderli dall’accesso alle informazioni ed impedire loro di esprimersi liberamente in una condizione di parità con gli altri utenti.

Facebook ha eliminato due partiti e centinaia di utenti semplicemente perché dicevano cose non gradite. Su Facebook Italia ci sono ben trentuno milioni di utenti e i giornali fanno le loro visualizzazioni essenzialmente grazie ai link che appaiono sulle pagine di Zuckerberg. Non è semplicemente un “social”, uno svago per adolescenti, Facebook è divenuto uno dei mezzi di comunicazione più invasivi ed importanti d’Italia e d’Europa.

Immaginare che questo colosso possa influire sul sistema dell’informazione di una Nazione democratica senza alcuna possibilità di controllo da parte dello Stato è semplicemente folle.

Gli algoritmi di Facebook che stanno dando la “caccia” a CasaPound sono arrivati a censurare articoli di testate giornalistiche locali e nazionali (ed esempio il Secolo d’Italia) che parlavano di attività di CasaPound Italia. La stampa, è bene ricordarselo, secondo la nostra Costituzione, non può essere soggetta ad alcun controllo preventivo: Facebook invece ha iniziato a pretendere il controllo sui contenuti degli articoli. Il peggior Grande Fratello della storia si è materializzato sui nostri Pc e sui nostri cellulari.

Il Garante per la Privacy, Soro, stemperando gli entusiasmi di Zinagaretti e di alcuni esponenti dem, ha evidenziato, commentando la censura di Facebook contro CasaPound, come «il ruolo sociale delle piattaforme è tale che, oggi, ogni limitazione nel loro uso comprime inevitabilmente la libertà di espressione. L’ultima parola sia sempre affidata all’autorità pubblica».

C’è un grave problema di tenuta della democrazia in Italia. Il Garante per la Privacy lo ha colto. Qui posso evidenziare come, in prospettiva, mano a mano che i media tradizionali (televisione, radio, carta stampata etc) perderanno sempre più peso in favore delle piattaforme “social”, la regolamentazione per Facebook, Google e gli altri colossi che gestiscono il traffico delle informazioni diventerà una necessità non procrastinabile.

Nel frattempo CasaPound Italia ha annunciato che porterà Facebook in Tribunale. La partita è tutt’altro che scontata per il social.

Facebook sarà anche uno spazio privato, tuttavia quando un utente si iscrive al portale firma un contratto con delle regole che vincolano le parti. Facebook non può pensare di recidere unilateralmente il rapporto contrattuale (magari dopo aver incassato per anni sontuose somme per la pubblicità delle pagine e dei profili) sulla base di un proprio capriccio. Facebook dovrà dimostrare in Tribunale che CasaPound e le altre associazioni sono organizzazioni criminali che perseguono fini illeciti, cosa piuttosto difficile da sostenere visto che i soggetti censurati si sono presentati a numerose consultazioni elettorali comprese le ultime elezioni politiche e le elezioni europee.

Vi è poi tutto un delicato profilo giuridico da approfondire circa la liceità del possesso della corrispondenza degli utenti eliminati e dei contenuti pubblicati sulla piattaforma dai vari profili da parte di Zuckerberg.

Come ha detto Soro l’ultima parole deve spettare all’Autorità pubblica. Ai Tribunali italiani il compito di creare precedenti a salvaguardia della libertà di espressione nel web che si espande ogni giorno e che ogni giorno diventa sempre più presente nella nostra vita quotidiana.

DiAvvocato Federico Depetris

Si possono usare in giudizio le registrazioni audio?

Sempre più spesso nei giudizi civili e penali fanno il loro accesso le registrazioni audio tra le parti. I nostri telefoni cellulari ormai consentono di registrare le conversazioni tra presenti (come un comune registratore), ma anche, scaricando una semplice app, registrare le conversazioni telefoniche.

L’art. 2712 c.c. dispone espressamente che: “Le riproduzioni fotografiche, informatiche o cinematografiche, le registrazioni fonografiche e, in genere, ogni altra rappresentazione meccanica di fatti e di cose formano piena prova dei fatti e delle cose rappresentate …” Peraltro è nella piena logica delle cose che le registrazioni audio, quantomeno tra soggetti presenti alla conversazione registrata, possano essere liberamente e lecitamente prodotte in giudizio, quale forma di documentazione di un fatto storico ossia della conversazione stessa. Ed infatti la Suprema Corte ha avuto modo di chiarire che: “ La registrazione fonografica di un colloqui tra presenti, rientrando nel genus delle riproduzioni meccaniche di cui all’art. 2712 c.c., ha natura di prova ammissibile nel processo civile … “ (Cfr. Cass. 14/27424).

In ambito penale la Suprema Corte, con un insegnamento più volte ribadito, ha precisato che: : “Deve premettersi che, in via di principio, la giurisprudenza della corte di cassazione e’ costante nel ritenere che le registrazioni di conversazioni tra presenti, compiute di iniziativa da uno degli interlocutori, non necessitano dell’autorizzazione del giudice per le indagini preliminari, ai sensi dell’articolo 267 cod. proc. pen., in quanto non rientrano nel concetto di intercettazione in senso tecnico, ma si risolvono in una particolare forma di documentazione, che non e’ sottoposta alle limitazioni ed alle formalita’ proprie delle intercettazioni (Sez. 1, 14-4-1999, Iacovone; Sez. 1, 14-2-1994, Pino; Sez. 6, 8-4-1994, Giannola). Al riguardo, e’ stato evidenziato dalle Sezioni Unite che, in caso di registrazione di un colloquio ad opera di una delle persone che vi partecipi attivamente o che sia comunque ammessa ad assistervi, “difettano la compromissione del diritto alla segretezza della comunicazione, il cui contenuto viene legittimamente appreso soltanto da chi palesemente vi partecipa o vi assiste, e la “terzieta’” del captante. La comunicazione, una volta che si e’ liberamente e legittimamente esaurita, senza alcuna intrusione da parte di soggetti ad essa estranei, entra a far parte del patrimonio di conoscenza degli interlocutori e di chi vi ha non occultamente assistito, con l’effetto che ognuno di essi ne puo’ disporre, a meno che, per la particolare qualita’ rivestita o per lo specifico oggetto della conversazione, non vi siano specifici divieti alla divulgazione (es.: segreto d’ufficio). Ciascuno di tali soggetti e’ pienamente libero di adottare cautele ed accorgimenti, e tale puo’ essere considerata la registrazione, per acquisire, nella forma piu’ opportuna, documentazione e quindi prova di cio’ che, nel corso di una conversazione, direttamente pone in essere o che e’ posto in essere nei suoi confronti; in altre parole, con la registrazione, il soggetto interessato non fa altro che memorizzare fonicamente le notizie lecitamente apprese dall’altro o dagli altri interlocutori. Puo’ dunque essere affermato il principio che la registrazione della conversazioni effettuata da uno degli interlocutori all’insaputa dell’altro non e’ classificabile come intercettazione, ma rappresenta una modalita’ di documentazione dei contenuti della conversazione, gia’ nella disponibilita’ di chi effettua la “documentazione” e potenzialmente riversabili nel processo attraverso la testimonianza.” (Cass. 15/30918).

In definitiva, quindi, le registrazioni audio (di conversazioni telefoniche o di conversazioni “tra presenti”) sono forme di documentazione di fatti utilizzabili e producibili in giudizio.

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

DATA PROTECTION OFFICER – RESPONSABILE SICUREZZA DATI PERSONALI

DATA PROTECTION OFFICER: IL NUOVO REGOLAMENTO.

Entro il 25 maggio 2018 tutte le aziende italiane dovranno adeguarsi al nuovo regolamento europeo in materia di privacy (Reg. Ue 679 del 2016).

La nuova normativa sulla privacy, che entrerà in vigore il 25 maggio, contiene novità importanti e impone alle aziende che trattano dati personali di cambiare i propri modelli organizzativi adeguandosi a quanto statuito dal nuovo regolamento.

Tra le novità più importanti si segnala l’obbligo per le aziende di nominare un proprio Data Protection Officer – Responsabile dati personali (DPO). Il DPO, secondo quanto sancito dall’art. 39 del regolamento dovrà: “a) informare e fornire consulenza al titolare del trattamento o al responsabile del trattamento nonché ai dipendenti che eseguono il trattamento in merito agli obblighi derivanti dal presente regolamento nonché da altre disposizioni dell’Unione o degli Stati membri relative alla protezione dei dati; b) sorvegliare l’osservanza del presente regolamento, di altre disposizioni dell’Unione o degli Stati membri relative alla protezione dei dati nonché delle politiche del titolare del trattamento o del responsabile del trattamento in materia di protezione dei dati personali, compresi l’attribuzione delle responsabilità, la sensibilizzazione e la formazione del personale che partecipa ai trattamenti e alle connesse attività di controllo;5 c) fornire, se richiesto, un parere in merito alla valutazione d’impatto sulla protezione dei dati e sorvegliarne lo svolgimento ai sensi dell’articolo 35; d) cooperare con l’autorità di controllo; e e) fungere da punto di contatto per l’autorità di controllo per questioni connesse al trattamento, tra cui la consultazione preventiva di cui all’articolo 36, ed effettuare, se del caso, consultazioni relativamente a qualunque altra questione. Nell’eseguire i propri compiti il responsabile della protezione dei dati considera debitamente i rischi inerenti al trattamento, tenuto conto della natura, dell’ambito di applicazione, del contesto e delle finalità del medesimo.”

La nomina di un Data Protection Officer – Responsabile dati personali (DPO) è obbligatoria per tutte le aziende. Nel caso in cui non venisse nominato un DPO entro il 25 maggio 2018 è prevista una sanzione amministrativa fino a 10 milioni di euro ovvero (se superiore) pari al 2% del fatturato.

Il nuovo regolamento privacy prevede inoltre una serie di sanzioni amministrative sino a 20 milioni di euro qualora siano omessi una serie di adempimenti in materia privacy.

L’Avv. Federico Depetris svolge attività di DPO – Responsabile trattamento dati personali

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