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DiAvvocato Federico Depetris

INTERVISTA ALL’AVVOCATO FEDERICO DEPETRIS SU RADIO VERONICA ONE

Intervista trasmessa il 28.08.2019 su Radio Veronica ONE avente ad oggetto i diritti dei lavoratori.

DiAvvocato Federico Depetris

LA PIAGA DEL LAVORO NERO

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 25.06.2019 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

I dati diffusi dall’ISTAT nell’ottobre del 2018 hanno fotografato una realtà inquietante: nel 2016 l’economia sommersa valeva 192 miliardi di euro poco meno del 12% del prodotto interno lordo.I lavoratori irregolari, ossia in nero, sono stati stimati in 3 milioni 701 mila, per lo più dipendenti.

I settori maggiormente interessati dal lavoro nero sono i servizi alla persona, l’agricoltura (dove si ricorre spesso allo sfruttamento illegale di manodopera straniera), edilizia e commercio.

I lavoratori in nero nel 2016, sulla base degli ultimi dati disponibili, sono calati dello 0,3% rispetto al 2015. Un calo piuttosto irrilevante considerata la dimensione del problema.

Un lavoratore in nero è privo delle tutele previdenziali e assicurative. In caso di malattia e infortunio rischia di perdere il lavoro e non ottenere alcun indennizzo. Inoltre il lavoratore in nero è esposto al rischio di essere licenziato arbitrariamente ed è comunque impossibilitato a richiedere ed ottenere la Naspi (ossia l’indennità di disoccupazione).

Molto spesso, inoltre, i lavoratori in nero percepiscono paghe orarie inferiori ai minimi fissati dalla contrattazione collettiva e anche gli straodinari non vengono pagati o sono soggetti a pagamenti forfettizzati.

Non mancano anche i casi in cui sono gli stessi lavoratori a chiedere di essere assunti in maniera irregolare al fine di non dichiarare i redditi e risultare inoccupati o comunque in situazione di indigenza, però in questi casi il datore di lavoro dovrebbe semplicemente rifiutare l’assunzione e ogni forma di collaborazione con i “furbetti”.

Tuttavia molto più spesso sono i datori di lavoro ad imporre un’assunzione irregolare per risparmiare su contributi, previdenza e tutte le altre voci a carico del datore di lavoro che pesano mediamente il 30%, un costo molto spesso rilevante e non sostenibile da parte delle piccole e medie imprese.

Il lavoro nero tende a riemergere in caso di controllo da parte dell’Ispettorato nazionale del Lavoro, un’Istituzione utilissima in una Nazione flagellata dal lavoro irregolare, che tuttavia sconta una cronica mancanza di personale. A Torino, ad esempio, l’Ispettorato, pur con tutta la buona volontà dei propri ispettori, non sarebbe in grado di controllare le migliaia di piccole e medie imprese attive nella Città metropolitana. E’, semplicemente, impossibile pensare ad un controllo, ad esempio, di tutti i cantieri, ristoranti, esercizi commerciali etc.

In altri casi il lavoro irregolare si palesa nella aule giudiziarie quando i lavoratori, molto spesso dopo essere stati licenziati, avviano una causa contro l’ex datore di lavoro citandolo in giudizio per differenze retributive e magari per impugnare un illegittimo licenziamento e così provare a farsi riassumere regolarmente.

E’ fisiologico infatti che un rapporto di lavoro irregolare tenda ad essere risolto non per iscritto (la legge prescrive la forma scritta del licenziamento a pena di nullità e quindi inefficacia), ma verbalmente. Il lavoratore una volta cessata la sua collaborazione può agire giudizialmente al fine di ottenere la declaratoria di nullità del licenziamento e quindi ottenere la condanna del proprio datore di lavoro ad essere riassunto e ad ottenere un indennizzo (pari in genere all’ultima retribuzione globale di fatto) dal licenziamento al reintegro in servizio.

Come impedire le assunzioni irregolari? Il tema è complesso.

Attualmente in caso di assunzione irregolare scattano pesantissime sanzioni amministrative, spesso però inefficaci e prive di forza deterrente. Non è raro infatti che il datore di lavoro che ricorra al lavoro nero lo faccia perché privo di risorse economiche, pertanto anche la sanzione amministrativa rischia di rimanere priva di significative conseguenze. Probabilmente l’introduzione di una sanzione penale (doverosa a mio parere quando i lavoratori irregolari siano almeno tre) potrebbe avere qualche effetto più significativo, meglio se anche accompagnata da provvedimenti interdittivi, in caso di condanna, all’esercizio di attività di impresa per un congruo numero di anni.

E’ però anche necessario dire chiaramente che grazie al lavoro nero si mantengono oltre tre milioni di persone con le rispettive famiglie e che per alcune piccole attività il costo del lavoro è effettivamente insostenibile nel medio – lungo termine. Probabilmente un meccanismo virtuoso fatto di paga oraria minima garantita (oggetto di discussione in questi giorni) e radicale riduzione del costo del lavoro a carico dell’imprenditore sarebbe di per sé in grado di ridurre il numero dei lavoratori irregolari senza necessariamente livellare verso il basso gli stipendi.

Create le condizioni per rendere più equo il costo del lavoro, allora a quel punto bisognerebbe intervenire con provvedimenti duri e severi nei confronti di chi continua ad assumere irregolarmente.

DiAvvocato Federico Depetris

Mancato pagamento TFR e stipendi: il Fondo di garanzia INPS

La crisi di liquidità che colpisce le imprese italiane ha determinato negli ultimi anni  un crescente aumento di casi in cui il Datore di lavoro non riesce a corrispondere il trattamento di fine rapporto e la stessa retribuzione.

Nei casi in cui un lavoratore non ottenga il pagamento delle retribuzioni arretrate e dell’indennità di fine rapporto, il Legislatore ha previsto alcuni rimedi finalizzati a garantire comunque al Lavoratore un soddisfacimento, anche solo parziale, delle sue ragioni creditorie.

Quando un Datore di lavoro non effettua i pagamenti dovuti, si consiglia al Lavoratore di rivolgersi senza ritardo ad un proprio avvocato di fiducia.

Infatti, salvo i casi in cui non sia già intervenuto il fallimento del Datore di lavoro, il Lavoratore deve iniziare subito ad interessarsi per il recupero del proprio credito. L’avvocato nominato provvederà senza ritardo ad avviare tutte le più opportune iniziative giudiziali per ottenere la condanna del Datore di lavoro al pagamento degli stipendi arretrati e del Tfr.

Ottenuta la condanna, si dovrà procedere ad avviare i pignoramenti più opportuni al fine di recuperare coattivamente quanto dovuto al lavoratore.

Cosa succede nel caso in cui i pignoramenti dovessero risultare negativi in quanto il Datore di lavoro, ad esempio, risulti nullatenente?

In questi casi si potrà accedere al Fondo di garanzia INPS che garantisce il recupero dell’intero Tfr e delle somme dovute negli ultimi tre mesi di lavoro.

Per quanto riguarda le somme diverse dal Tfr è bene evidenziare che”Il pagamento effettuato dal Fondo di garanzia ai sensi dell’art. 1 è relativo ai crediti di lavoro, diversi da quelli spettanti a titolo di trattamento di fine rapporto, inerenti gli ultimi tre mesi del rapporto di lavoro rientranti nei dodici mesi che precedono: a) la data del provvedimento che determina l’apertura di una delle procedure indicate nell’art. 1, comma 1; b) la data di inizio dell’esecuzione forzata; c) la data del provvedimento di messa in liquidazione o di cessazione dell’esercizio provvisorio ovvero dell’autorizzazione alla continuazione dell’esercizio di impresa per i lavoratori che abbiano continuato a prestare attività lavorativa, ovvero la data di cessazione del rapporto di lavoro, se questa è intervenuta durante la continuazione dell’attività dell’impresa.” ( 1rt. 2 comma 1 Dlgs 80/92).

Nel caso in cui il Datore di lavoro sia stato dichiarato fallito, in lavoratore, in proprio ovvero con l’ausilio di un avvocato, dovrà insinuarsi al passivo fallimentare e quindi, divenuto esecutivo lo stato passivo non opposto, si potrà richiedere l’accesso al fondo di garanzia Inps.

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

MOBBING E STRAINING

Com’è noto, l’insegnamento della Giurisprudenza, ormai consolidatasi, definisce “mobbing” quella “condotta del datore di lavoro sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del dipendente negli ambienti di lavoro che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del lavoratore, con effetto lesivo del suo equilibrio fisio-psichico e della sua personalità” (Cass. 87/2012).

Il mobbing, dunque, è costituito da “… reiterati abusi, idonei a configurare il così detto terrorismo psicologico, con la coscienza ed intenzione del datore di lavoro di arrecare danni – di vario tipo ed entità – al lavoratore medesimo.” (Cass. 16335/2017).

Gli abusi, le vessazioni e le prevaricazioni possono essere poste in essere dal Datore di lavoro, ovvero dal superiore gerarchico, ma anche da altri colleghi di livello non superiore (mobbing orizzontale) e finanche inferiore (c.d. mobbing ascendente) (Cfr. ex multis Cass. 22893/2008).

Com’è noto l’art. 2087 c.c., obbliga il datore di lavoro a predisporre ogni misura di sicurezza finalizzata a tutelare l’integrità fisica, ma altresì la salute psichica e la personalità morale del lavoratore. L’art. 2087 c.c. impone in capo al datore di lavoro la responsabilità per le lesioni psicofisiche subite dal lavoratore a titolo di responsabilità contrattuale.

Il lavoratore, quindi, soggetto alla condotta di mobbing (indifferentemente posta in essere dal Datore di lavoro direttamente ovvero da altri dipendenti) può giovarsi pienamente dell’onere probatorio così come scolpito dall’art. 1218 c.c. .

Recentemente nel nostro ordinamento, affianco all’ormai “tradizionale” figura del mobbing, sta prendendo forma il c.d. “straining”.

Lo straining consiste nel, letteralmente, “mettere sotto pressione il lavoratore”, ossia nel creare un rapporto lavorativo conflittuale e di stress forzato mediante condotte ostili o vessatorie.

Lo straining si differenzia dal mobbing per il fatto che le condotte ostili e vessatorie poste in essere sono limitate ovvero molto distanziate nel tempo, ma cionondimeno determinano un forte turbamento psicologico nella vittima-lavoratore. La Cassazione con la sentenza 3291/2016 sullo straining ha chiarito che con il termine straining si intende ” ... una situazione lavorativa conflittuale di stress forzato, in cui la vittima subisce azioni ostili limitate nel numero e/o distanziate nel tempo (quindi non rientranti nei parametri del mobbing) ma tale da provocarle una modificazione in negativo, costante e permanente, della condizione lavorativa; … il suddetto “stress forzato” puo’ essere provocato appositamente ai danni della vittima con condotte caratterizzate da intenzionalita’ o discriminazione – come e’ avvenuto nella specie per i due episodi che hanno visto il (OMISSIS) come protagonista – e puo’ anche derivare dalla costrizione della vittima a lavorare in un ambiente di lavoro disagevole, per incuria e disinteresse nei confronti del benessere lavorativo; … e’ sufficiente, come si e’ detto, anche un’unica azione ostile purche’ essa provochi conseguenze durature e costanti a livello lavorativo, tali per cui la vittima percepisca di essere in una continua posizione di inferiorita’ rispetto ai suoi aggressori”.

Anche la fattispecie dello straining rientra nella condotta contraria all’art. 2087 c.c., al pari, quindi, del mobbing, di cui, in definitiva, appare una forma più attenuata, ma comunque meritevole di censura.

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

Si iscrive alla Cisl, l’Esselunga lo trasferisce a sessanta chilometri

[Corriere della Sera – Cronaca di Torino del 02.02.2018]

Si iscrive alla Cisl, l’Esselunga lo trasferisce a sessanta chilometri

Stefania Zullo, funzionaria della Fisascat Cisl: «In Piemonte c’è una brutta situazione. Peggio che nel resto d’Italia: c’è un abuso del potere datoriale, e i lavoratori si sentono sotto scacco»

  La scena — se confermata dal giudice del lavoro, dove presto arriverà — è da anni 50: un impiegato del supermercato Esselunga di corso Traiano s’è iscritto alla Cisl e, una settimana dopo, è stato trasferito nel punto vendita di Asti, a sessanta chilometri di distanza. «Se prendi la tessera del sindacato fai la mia fine», racconta A. B., 31 anni, assunto da oltre cinque dal gruppo della grande distribuzione come impiegato di terzo livello. «Tutto è nato quando l’azienda ha scoperto che s’era iscritto», spiega Stefania Zullo, funzionaria della Fisascat Cisl. «No comment» da Esselunga, che pure rivendica buone relazioni sindacali: «A livello nazionale mettono al centro l’attenzione del lavoratore — conferma Zullo — ma a Torino e in Piemonte c’è una brutta situazione. Peggio che nel resto d’Italia: c’è un abuso del potere datoriale, e i lavoratori si sentono sotto scacco».

 Tutto sarebbe iniziato attorno a ferragosto, è il racconto dell’uomo, quando insieme a un paio di colleghi ha una discussione per il recupero di un riposo. Da lì in poi — sostiene — i dirigenti del punto vendita lo prendono di punta: rifiutano permessi, spostano ferie, lo riprendono in continuazione. Lui gestisce il magazzino, apre e chiude il supermercato, fisicamente, e se suona l’allarme di notte è nella squadra che deve andare sul posto. In oltre cinque anni di lavoro ha avuto tre-quattro lettere di contestazione, comprese quelle ricevute negli ultimi mesi. Eppure pare un buon dipendente, anzi, un esempio, a sentire le parole dette da un dirigente a un neo-assunto, solo l’anno scorso: «Se hai bisogno, chiedi a lui, che è uno dei migliori lavoratori».

 In autunno, con la situazione diventata ormai insostenibile, A. B. decide di iscriversi alla Cisl. E il giorno dopo viene convocato, sempre secondo la sua versione: «Quello che ha fatto a me non piace — gli avrebbe detto un capo area — perché se uno è iscritto al sindacato non condivide i valori dell’azienda. Le conviene riconsegnare la tessera». Una ricostruzione affidata all’avvocato Federico Depetris, che sta predisponendo il ricorso al giudice del lavoro. Passa una settimana e A. B. viene convocato di nuovo: «Sei trasferito ad Asti». Per due settimane ci va, spendendo 63 euro al giorno di trasferta, poi non ce la fa più: le pressioni subite gli avrebbero provocato un profondo turbamento psicologico. Fa fatica a dormire, e inizia un percorso con una psicologa. «È stato un trasferimento ingiustificato», chiosa Zullo. Lunedì, ci sarà un presidio davanti ai supermercati di Torino, Moncalieri e Rivalta «per dare un appoggio a tutti i lavoratori». Sarebbe anche «il Job Day» di Esselunga: bel paradosso.