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Sovraindebitamento: ammesso il patrocinio a spese dello stato.

Il Tribunale di Torino sentenza del 16 novembre 2017 ha precisato che:  “La normativa sul gratuito patrocinio trova applicazione anche nelle procedure di sovraindebitamento, avendo la stessa carattere generale in applicazione dell’art. 24 della Costituzione e non trovando applicazione le regole sul pagamento dei professionisti proprie delle procedure di concordato preventivo, stante l’autonomia sistematica e funzionale degli istituti contemplati nella legge n. 3 del 2012.

Prima della sentenza del Tribunale di Torino in molti dubitavano dell’ammissibilità del patrocinio a spese dello Stato per coloro i quali intendessero avvalersi dell’assistenza di un avvocato per avviare le procedure previste dalle legge n. 3 del 2012, meglio nota, giornalisticamente, come “legge salva suicidi“.

La precisazione del Tribunale di Torino, molto attesa, ha il merito di favorire l’accesso alle procedure di sovraindebitamento assicurando la possibilità a tutti i cittadini di poter tentare la strada dell’esdebitazione, ossia della cancellazione di tutti i debiti.

Con le procedure di cui alla legge n. 3 del 2012, vi è infatti la possibilità di riuscire ad ottenere uno stralcio significativo dei debiti e la possibilità di una loro cancellazione al termine della procedura. Possono essere oggetto di stralcio praticamente tutti i debiti, quindi anche quelli contratti con le banche, quelli con l’Agenzia delle entrate (ad eccezione di quelli relativi ad alcune imposte e dazi), con fornitori etc.

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

COME CANCELLARE TUTTI I DEBITI. ESDEBITAZIONE FALLIMENTARE.

ESDEBITAZIONE FALLIMENTARE: CANCELLARE TUTTI I DEBITI DOPO LA CHIUSURA DEL FALLIMENTO.

Una volta intervenuta la chiusura di una procedura fallimentare, i creditori rimasti insoddisfatti potranno aggredire il patrimonio del fallito.

Nel caso in cui, quindi, a fallire sia stata anche una persona fisica, questa, dopo la chiusura del fallimento, è comunque tenuta ed obbligata a dare piena soddisfazione ai propri creditori rimasti insoddisfatti in sede concorsuale.

Vi è tuttavia la possibilità per il debitore di chiedere la “cancellazione” di tutti i suoi debiti.

L’art. 142 della Legge Fallimentare individua i requisti per chiedere ed ottenere il decreto di esdebitazione.

Il fallito persona fisica è ammesso al beneficio della liberazione dai debiti residui nei confronti dei creditori concorsuali non soddisfatti a condizione che: 1) abbia cooperato con gli organi della procedura, fornendo tutte le informazioni e la documentazione utile all’accertamento del passivo e adoperandosi per il proficuo svolgimento delle operazioni; 2) non abbia in alcun modo ritardato o contribuito a ritardare lo svolgimento della procedura; 3) non abbia violato le disposizioni di cui all’articolo 48; 4) non abbia beneficiato di altra esdebitazione nei dieci anni precedenti la richiesta; 5) non abbia distratto l’attivo o esposto passività insussistenti, cagionato o aggravato il dissesto rendendo gravemente difficoltosa la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari o fatto ricorso abusivo al credito; 6) non sia stato condannato con sentenza passata in giudicato per bancarotta fraudolenta o per delitti contro l’economia pubblica, l’industria e il commercio, e altri delitti compiuti in connessione con l’esercizio dell’attività d’impresa, salvo che per tali reati sia intervenuta la riabilitazione. Se è in corso il procedimento penale per uno di tali reati, il tribunale sospende il procedimento fino all’esito di quello penale.

L’esdebitazione non può essere concessa qualora non siano stati soddisfatti, neppure in parte, i creditori concorsuali.

Restano esclusi dall’esdebitazione: a) gli obblighi di mantenimento e alimentari e comunque le obbligazioni derivanti da rapporti estranei all’esercizio dell’impresa; (2) b) i debiti per il risarcimento dei danni da fatto illecito extracontrattuale nonché le sanzioni penali ed amministrative di carattere pecuniario che non siano accessorie a debiti estinti. Sono salvi i diritti vantati dai creditori nei confronti di coobbligati, dei fideiussori del debitore e degli obbligati in via di regresso.”

 

L’esdebitazione, come si è visto, può essere concessa solo quando siano stati soddisfatti, anche solo in via parziale i creditori concorsuali.

Secondo un’opinione più restrittiva della predetta disposizione, è necessario che tutti i creditori siano stati parzialmente soddisfatti. Secondo, invece, una diversa interpretazione, è sufficiente che siano stati soddisfatti anche solo alcuni dei creditori.

Tale ultima interpretazione ha infine ottenuto l’avvallo della Corte di Cassazione a Sezioni Unite. La Suprema Corte ha avuto modo, infatti, di chiarire che: ” L’art. 142, co. 2, L.F., deve essere interpretato nel senso che ai fini dell’accesso al beneficio della esdebitazione non è necessario che tutti i creditori concorsuali siano soddisfatti, ma è sufficiente che siano soddisfatti almeno una parte dei creditori. È rimesso al prudente apprezzamento del giudice di merito valutare quando sia avvenuto il soddisfacimento parziale dei crediti richiesto per il riconoscimento del beneficio” ( Cass. Sezioni Unite n. 24215/2011).

Tale principio è stato recentissimamente confermato dalla Suprema Corte di Cassazione nell’ordinanza n. 7550/2018 ove si è affermato che: “È arbitrario considerare unicamente la percentuale di pagamento dei creditori concorsuali come ostacolo decisivo al beneficio dell’esdebitazione. La liberazione dai debiti residui deve essere concessa, a determinate condizioni, a meno che i creditori siano rimasti del tutto insoddisfatti …”

Ai sensi della Legge Fallimentare, inoltre, è necessario non aver riportato alcuna condanna penale per reati commessi nell’esercizio dell’attività di amministrazione dell’impresa.

Cosa accade in caso di applicazione di pena su accordo delle parti (patteggiamento), ad esempio, per bancarotta?

Secondo l’opinione maggioritaria,  non osta alla concessione dell’esdebitazione l’eventuale passaggio in giudicato di una sentenza di patteggiamento. Infatti, la sentenza di applicazione della pena su accordo delle parti è una condanna sui generis in quanto non presuppone una dichiarazione di colpevolezza né può essere considerata una condanna in senso proprio.

Tali principi sono stati fatti propri dai Giudici di merito, in particolare il Tribunale di Padova ha avuto modo di precisare che: “Ai fini della valutazione dei presupposti per la concessione del beneficio dell’esdebitazione, l’esistenza carico del richiedente di un provvedimento di applicazione della pena su richiesta ai sensi dell’articolo 444 c.p.p., che, come è noto, non può avere efficacia di giudicato nel processo civile, costituisce un utile indizio da valutare in concorso con altre circostanze. (Nel caso di specie, il Tribunale ammesso il ricorrente al beneficio dell’esdebitazione, ritenendo che l’applicazione della pena a seguito di patteggiamento per il reato di bancarotta fraudolenta costituisse l’unico indizio sfavorevole al ricorrente a fronte di una pluralità di elementi indicativi di una condotta collaborativa con gli organi della procedura).” (Cfr. Tribunale di Padova, sentenza del 09.02.2013, massima redazionale IlCaso.it – SmartLex24).

Nel caso in cui l’istanza di esdebitazione non venisse accolta, tutti i crediti rimasti insoddisfatti diverrebbero inesigibili nei confronti del fallito, il quale quindi otterrebbe la sua propria e integrale liberazione da ogni obbligo nei confronti dei suoi creditori.

Non bisogna confondere l’esdebitazione fallimentare, con l’istituto di cui alla Legge n. 03 del 2012.

Avv. Federico Depetris

 

DiAvvocato Federico Depetris

FALLIMENTO DITTA INDIVIDUALE

PROFILI DI ILLEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE NEL FALLIMENTO DELLE DITTE INDIVIDUALI.

Può fallire una ditta individuale?

La risposta a tale quesito è ovviamente positiva. La ditta individuale che opera quale impresa commerciale è soggetta a fallimento ricorrendone i presupposti di legge.

L’art. 1 della Legge fallimentare (R.D. n. 267 del 1942) dispone che:

1 Sono soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori che esercitano una attivita’ commerciale, esclusi gli enti pubblici.

2. Non sono soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori di cui al primo comma, i quali dimostrino il possesso congiunto dei seguenti requisiti: a) aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito della istanza di fallimento o dall’inizio dell’attivita’ se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ad euro trecentomila; b) aver realizzato, in qualunque modo risulti, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attivita’ se di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore ad euro duecentomila; c) avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore ad euro cinquecentomila.

3. I limiti di cui alle lettere a), b) e c) del secondo comma possono essere aggiornati ogni tre anni con decreto del Ministro della giustizia, sulla base della media delle variazioni degli indici ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati intervenute nel periodo di riferimento.”

Pertanto gli imprenditori commerciali, in qualsiasi modo esercitino l’attività di impresa, quindi anche nella forma di ditta individuale e che si trovino in uno stato di insolvenza possono essere soggetti a fallimento.

Si definiscono imprenditori commerciali coloro i quali esercitano professionalmente una o più delle seguenti attività: industriale diretta alla produzione di beni o di servizi; un’attività intermediaria nella circolazione dei beni; un’attività di trasporto per terra, o per acqua o per aria; un’attività bancaria o assicurativa; altre attività ausiliarie delle precedenti.

Mentre si ha una situazione di insolevanza quando l’imprenditore non è in grado di onorare i propri debiti per la mancanza o insufficienza di un attivo patrimoniale.

Come indicato nell’art. 1 della Legge fallimentare, per essere soggetti a fallimento è necessario inoltre che: si abbia avuto un attivo patrimoniale nei tre anni precedenti all’istanza di fallimento pari o superiore ad euro 300.000,00 oppure si abbia avuto ricavi lordi (quindi un fatturato) pari ad euro 200.000,00, oppure ancora si siano maturati debiti per una somma complessiva pari o superiore ad euro 500.000,00. E’ sufficiente integrare anche uno solo dei predetti requisiti per essere soggetti a fallimento. 

Nei casi in cui non si riscontrano i presupposti per il fallimento, il debitore che ne ha interesse può ricorrere alle procedura per risolvere le crisi da sovraindeibitamento.

IL CASO.

La ditta individuale Alpha della Sig.ra Tizia svolgeva, a partire dal 2015 attività di commercializzazione di prodotti tecnologici per privati ed imprese.

La ditta individuale Alpha individuava i propri clienti finali a cui forniva i prodotti tenologici dalla stessa commercializzati, prodotti che venivano dunque acquistati dalle imprese produttrici ed infine venduti ed installati persso il cliente finale. I prodotti commercializzati dalla ditta individuale Alpha presentavano un costo particolarmente elevato pertanto era sufficiente concludere pochi contratti di vendita all’anno per far lievitare il fatturato.

Nell’anno 2015 la ditta Alpha raggiungeva un fatturato di euro 210.000,00 a fronte di un utile netto pari alla modestissima somma di euro 14.000,00.

Nell’anno successivo il fatturato scendeva drasticamente, mentre l’esposizione debitoria nei confronti dei fornitori si assestava intorno ai 100.000,00 euro.

Uno dei creditori della ditta individuale Alpha proponeva istanza di fallimento e ciò in quanto la ditta Alpha e la Sig.ra Tizia, che nel frattempo nel 2017 cessava di fatto la propria attività, risultavano del tutto impossidenti.

IPOTESI DI INCOSTITUZIONALITA’ DELL’ART. 1 DELLA LEGGE FALLIMENTARE.

La ditta individuale Alpha è un’impresa modestissima ed un’eventuale dichiarazione di fallimento della stessa apparirebbe del tutto iniqua ed oltremodo gravosa per la debitrice senza, peraltro, che alcun beneficio ne possano trarre i creditori.

Può ipotizzarsi che l’art. 1 della L.F. nel determinare i requisiti per la fallibilità delle imprese non differenziando gli stessi a seconda della ragione sociale della debitrice ed in particolare assoggettando ai medesimi presupposti per il fallimento sia le società che le ditte individuali e sia le società di persone che quelle di capitali, violerebbe l’art. 3 della Costituzione. E’ indubbio infatti che le conseguenze della dichiarazione di fallimento siano estremamente più gravose nei casi in cui sia dichiarata fallita una ditta individuale ovvero una società di persone con estensione del fallimento ai soci illimitatamente responsabili. In ragione delle diverse conseguenze derivanti dal fallimento si può ritenere che per le società di persone e per le ditte individuali debbano essere previsti presupposti diversi per la dichiarazione di fallimento rispetto a quelli attualmente previsti per tutti gli imprenditori.

Inoltre, ciò che appare fortemente iniquo è altresì la necessità che i requisiti di non fallibilità di cui all’art. 1 della L.F. debbano essere posseduti congiuntamente anche dalle imprese individuali. Nel caso qui proposto, ad esempio, la ditta Alpha ha maturato un’esposizione debitoria ben lontana dalla soglia dei 500.000,00 euro ed ha avuto una situazione patrimoniale attiva ben al di sotto della soglia di 300.000,00 euro.

Sarebbe opportuno, quindi, che siano individuati presupposti differenti, rispetto a quelli attualmente vigenti, per il fallimento delle ditte individuali: solo in questo modo potrà dirsi rispettato il principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 della Carta fondamentale.

La dichiarazione di fallimento non è solo funzionale al soddisfacimento delle ragioni dei creditori, ma svolge altresì una funzione pubblicistica di regolamentazione del mercato mediante il controllo ed infine l’eventuale “eliminazione” di soggetti insolventi che possono arrecare pregiudizio al mercato medesimo ed al sistema economico. Ebbene nel caso in esame è evidente che, considerata la situazione complessiva in cui versa la debitrice, non vi è alcuna ragione di natura pubblicistica a che la stessa sia dichiarata fallita, tanto più che nemmeno vi è la possibilità per i creditori di ottenere soddisfacimento delle loro ragioni mediante il fallimento della ditta Alpha, in quanto la stessa presenta un patrimonio del tutto incapiente.

Dall’eventuale dichiarazione di fallimento, dunque, non deriverebbe alcuna utilità concreta per i creditori.

Si può ravvisare, quindi, nell’art. 1 della L.F. Un ulteriore profilo di illegittimità costituzionale laddove non vengono escluse dal fallimento le ditte individuali che risultino del tutto incapienti. La dichiarazione di fallimento, infatti, è funzionale al soddisfacimento delle ragioni dei creditori insoddisfatti. Ove tuttavia tale soddisfacimento non possa essere raggiunto nemmeno in maniera parziale, la dichiarazione di fallimento di una ditta individuale, con tutte le conseguenze del caso per la persona fisica interessata dal fallimento, appare del tutto irragionevole in quanto oltremodo gravosa e senza alcuna utilità pratica. Anche in questo caso, quindi, può ritenersi l’art. 1 della L.F. in contrasto con l’art. 3 del Testo costituzionale.

Nel caso in esame la questione di legittimità costituzione veniva dichiarata dal Tribunale di Torino manifestamente infondata e pertanto veniva disposto il fallimento della ditta individuale Alpha della Sig.ra Tizia.

Tuttavia i profili di illgittimità costituzionale qui brevemente indicati meriterebbero ulteriori approfondimenti, considerato che sono numerosissimi i fallimenti di ditte individuali che vengono ogni giorno dichiarati dai tribunali italiani senza alcuna utilità per i creditori oppure in presenza di situazioni di insolevanza comunque modeste.

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

LE SENTENZE CHE FANNO TREMARE LE BANCHE

NULLITA’ DEI CONTRATTI BANCARI PRIVI DELLA DOPPIA SOTTOSCRIZIONE.

L’Art. 117 TUB prescrive la nullità dei contratti bancari non formalizzati per iscritto.

Le Banche, sono solite, all’atto della stipulazione dei contratti, consegnare ai clienti una copia del contratto non sottoscritta dalla Banca e a trattenersi una copia dell’accordo sottoscritta dai clienti ma non anche dalla Banca medesima.

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 5919 del 26 marzo 2016 ha precisato che: “in caso di formazione dell’accordo mediante lo scambio di distinte scritture inscindibilmente collegate, il requisito della forma scritta ad substantiam in tanto è soddisfatto, in quanto entrambe le scritture, e le corrispondenti dichiarazioni negoziali, l’una quale proposta e l’altra quale accettazione, siano formalizzate. E, insorta sul punto controversia, vale la regola generale secondo cui, con riguardo ai contratti per i quali la legge prescrive la forma scritta a pena di nullità, la loro esistenza richiede necessariamente la produzione in giudizio della relativa scrittura (Cass. 14 dicembre 2009, n. 26174).

Sorprendentemente la Corte di Cassazione, smentendo un consolidato orientamento precedente, ha indicato chiaramente che i contratti debbono necessariamente riportare le sottoscrizioni di entrambe le parti, in difetto i rapporti contrattuali sono nulli con tutte le relative e rilevanti conseguenze. Nei casi in cui un contratto sia stipulato per corrispondenza mediante l’invio di una proposta, seguita da una accettazione, in giudizio debbono necessariamente essere prodotte le scritture di proposta e accettazione che debbono riportare le sottoscrizioni rispettivamente dal proponente e dall’accettante.

Le conseguenze derivanti dal nuovo orientamento giurisprudenziale rischiano di avere pesantissimi effetti per le Banche a tutto vantaggio dei debitori.

Chi ha stipulato un contratto di apertura di credito su conto corrente (c.d. affidamenti, fidi etc.), qualora non sia in possesso di una copia firmata dalla Banca ovvero si veda citare in giudizio per il pagamento dei propri debiti senza che la Banca produca la contrattualistica comprensiva delle sottoscrizioni dell’Istituto di credito, potrà ottenere la declaratoria di nullità del contratto e, di fatto nel caso delle aperture di credito, l’azzeramento del proprio debito, proprio come avvenuto nel caso qui di seguito analizzato.

UN CASO PRATICO.

La Banca Alfa otteneva un decreto ingiuntivo nei confronti della società Zeta, con il quale la debitrice veniva condannata al pagamento di uno scoperto di conto corrente derivante dalla stipulazione di una serie di contratti di affidamento (ossia aperture di credito su conto corrente). La società Zeta proponeva opposizione al decreto ingiuntivo il cui giudizio si concludeva con il rigetto dell’opposizione e la conferma del decreto ingiuntivo. La società Zeta proponeva appello avverso la predetta sentenza.

La Corte d’Appello di Torino, con la sentenza n. 1301/2017 dichiarava nulli i contratti di apertura di credito su conto corrente (affidamenti) per violazione dell’art. 117 TUB e ciò in quanto le scritture contrattuali prodotte in atti non recavano la firma della Banca, ma solo della correntista Zeta.

In particolare la Corte d’Appello ha statuito “ … nell’ipotesi in cui il testo negoziale venga prodotto da una dalle parti con la sola sottoscrizione dell’altro contraente, il suo utilizzo vale come accettazione della proposta contrattuale e comporta il perfezionamento dell’accordo con efficacia ex nunc, sempre che l’altra parte non abbia nel frattempo revocato quella che si deve definire tecnicamente come proposta … Il perfezionamento del contratto comporta anche la necessità che le sottoscrizioni siano contestuali o che, se effettuate in momenti diversi e/o contenute in atti separati, siano inequivocamente correlabili senza soluzione di continuità così da poter e dover essere considerate solo in modo unitario.” Ed ancora : “ … manca il necessario supporto documentale che attesti l’esistenza e il contenuto del rapporto di conto corrente tra le parti …. Le due aperture di credito del xx.xx.xxxx e del yy.yy.yyyy riportano invece la sola sottoscrizione di Zeta e non vi è alcun documento proveniente dalla banca e sottoscritto dalla stessa che, in correlazione stretta con i moduli firmati dalla società debitrice, possa dimostrare l’intervenuto accordo con la forma necessaria per esso a pena di nullità. In questo contesto probatorio, il solo estratto conto al bb.bb.bbbb, riportante il saldo finale dovuto, non ha alcuna utilità a fondare la domanda di pagamento nei termini prospettati dalla banca …

La Corte d’Appello di Torino, quindi, ha ritenuto nulli i rapporti contrattuali intercorrenti tra le parti per mancato rispetto della forma scritta richiesta ad substantiam dall’art. 117 TUB per i contratti bancari, provvedendo ad azzerare la creditoria della Banca nei confronti della debitrice.

CONCLUSIONI

La sentenza n. 5919 del 26 marzo 2016 della Corte di Cassazione, ormai recepita anche dalle corti di merito, apre un nuovo fronte del contenzioso bancario, attualmente ancora fortemente inflazionato dalle cause per usura, anatocismo, commissione di massimo scoperto etc. Un nuovo fronte in cui le Banche, a differenza delle cause per usura e anatocismo, si trovano in una posizione di debolezza.

In verità sono numerose le critiche che possono essere mosse al nuovo orientamento giurisprudenziale qui commentato e che verosimilmente nel prossimo futuro sarà soggetto al vaglio delle sezioni unite della Corte di Cassazione, cionondimeno è ragionevole aspettarsi da parte dei clienti delle Banche che abbiano stipulato contratti di apertura di credito su conto corrente (affidamenti, fidi etc) il ricorso alle vie giudiziarie per provare ad ottenere l’azzeramento totale del loro debito.

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

COME CANCELLARE TUTTI I DEBITI

La crisi economica, investimenti sbagliati, la perdita di un posto di lavoro ed un mercato del lavoro che offre poche possibilità di riscatto per i disoccupati hanno costretto famiglie, lavoratori ed imprenditori a non riuscire più a fare fronte ai debiti con le banche o con l’Agenzia delle Entrate.

Spesso la crisi da sovraindebitamento appare senza via di uscita. Capita molto spesso ad esempio che a causa di difficoltà economiche non si riescano a pagare le rate del mutuo e la Banca pignori la casa per metterla all’asta con la conseguenza che alla fine della procedura esecutiva molto probabilmente il debitore avrà perso la casa ma non sarà comunque riuscito a pagare tutto il debito che aveva contratto con l’Istituto di credito, il quale continuerà in ogni modo a cercare di recuperare i soldi ancora dovuti.

Cosa fare in questi casi?

Due sono le possibilità: o si trova un accordo con la Banca (c.d. “saldo e stralcio”) oppure si prova la strada della esdebitazione.

Con l’accordo a saldo e stralcio si propone alla Banca (o a qualsiasi altro creditore) di saldare il debito beneficiando di un considerevole sconto. Per formalizzare l’accordo, però, è necessario avere un minimo di liquidità per pagare la cifra concordata o almeno un acconto, seguito poi dal pagamento dalle rate eventualmente pattuite.

Se non si ha liquidità a disposizione, l’accordo a saldo e stralcio sarà possibile chiedendo alla banca di temporeggiare nel pignoramento, mettere in vendita l’immobile e trovare un acquirente per lo stesso, così da ottenere le risorse necessarie per fare una trattativa con l’Istituto di credito.

Può capitare, però di avere contratto numerosi debiti con soggetti diversi (banca, fornitori, Stato, Equitalia, Agenzia delle Entrate etc) e di non riuscire a pagarli tutti. In questo caso si potranno valutare le procedure di esdebitazione previste dalla legge n. 03 del 2012 finalizzate a risolvere le crisi da sovraindebitamento dei consumatori e degli imprenditori, professionisti, artigiani etc non fallibili.

I vantaggi delle procedure da esdebitazione sono molteplici.

Ad esempio si sospendono tutte le procedure esecutive in corso (pignoramenti), inoltre alla fine delle procedure, il debitore potrà ottenere il decreto di esdebitazione con il quale tutti i suoi debiti, anche quelli che non è riuscito integralmente ad onorare, saranno “cancellati”.

Oggi sono numerosi, quindi, gli strumenti che possono essere adoperati dai debitori per “resistere” alle pretese (anchorché legittime) dei creditori. Per ogni situazione debitoria è possibile studiare la strategia migliore per provare a non perdere tutto o comunque per riuscire ad ottenere una seconda opportunità con la cancellazione dei debiti precedentemente contratti.

L’Avvocato Federico Depetris assiste i debitori, giudizialmente e stragiudizialmente, nella difesa dei loro diritti, studiando per ogni posizione debitoria la soluzione migliore.

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