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DiAvvocato Federico Depetris

La difesa è sempre legittima (?)

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 17.12.2018 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Qualche giorno fa attendevo con un mio cliente, essendo arrivati molto in anticipo, che venisse chiamata la nostra udienza.

Per passare il tempo si parlava del più e del meno quando il discorso cadde sulla riforma della legittima difesa caldeggiata da Matteo Salvini.

Il mio cliente “vanta” una lunga carriera criminale, iniziata negli anni Sessanta e conclusasi pochi anni fa con l’uscita definitiva dal carcere. Prima di dedicarsi a crimini di maggior spessore, il mio cliente da ragazzo aveva iniziato a farsi strada nella malavita torinese come ladro.

Il suo punto di vista sulla legittima difesa era interessante.

«Non ho mai portato un’arma per fare un furto. Appena mi accorgevo che in casa c’era qualcuno scappavo via più veloce che potevo. Non ho mai voluto praticare violenza contro le vittime. Oggi come oggi però ho l’impressione che tanti ladri siano armati per difendersi. Si portano dietro le armi perché ormai sempre più persone hanno iniziato ad armarsi e a sparare».

C’è sicuramente del vero nelle parole del mio cliente.

Se si diffondesse l’idea che sia sempre e comunque lecito sparare a chiunque sia sorpreso a rubare, il rischio è che anche i ladri, persino quelli che non si sognerebbero mai di aggredire la vittima, inizino a giare armati di tutto punto per essere pronti a rispondere al fuoco.

Il tema della legittima difesa è estremamente complesso e per poterlo affrontare serenamente bisognerebbe mettere da parte tutte quelle semplificazioni grottesche che abbondano nelle bocche dei nostri politici. Da destra non si fa altro che ripetere che “la difesa sia sempre legittima”. Da sinistra ogni volta che si invoca una riforma della legittima difesa si strilla sempre al “pericolo Far West” (pensando peraltro erroneamente che detenzione delle armi e legittima difesa siano la stessa cosa).

Bisogna iniziare con il dire chiaramente (e mi rivolgo soprattutto alla “destra”) che ogni qual volta una persona venga uccisa o gravemente ferita, sia essa un ladro o un santo, è indispensabile e necessario che sia avviata una scrupolosa indagine penale. Questo è un semplice principio di civiltà.

Non è pensabile che la magistratura non intervenga per chiarire la dinamica che ha portato alla morte o al ferimento di una persona. Su questo punto anche Salvini dovrà mettersi l’anima in pace.

Detto questo, bisogna ora chiedersi se vi sia effettivamente la necessità di una riforma della legittima difesa.

Ho sempre pensato, e ne sono ancora convinto, che la struttura della nostra legittima difesa, così come “disegnata” dal legislatore del 1930 sia una costruzione geometrica perfetta.

Il modo con cui si devono combinare i criteri di proporzionalità e necessarietà non poteva essere descritto meglio nell’art. 52  del codice penale. Tuttavia, l’applicazione pratica e concreta spesso non è così semplice come avevano ipotizzato gli accademici guidati da Alfredo Rocco.

Nella scienza giuridica statunitense la legittima difesa non ha avuto, almeno originariamente, una formulazione così sofisticata come quella vigente nel nostro ordinamento giuridico. In America infatti ha preso forma quella che viene chiamata  “Castle doctrine” , letteralmente “la dottrina (meglio legge) del Castello” che nella sua manifestazione più estrema può riassumersicosì: se entri in casa mia (il mio castello) e non sei autorizzato, io (il signore del castello) posso ucciderti.

In verità negli USA nessuno stato applica una Castle Doctrine “pura”, tuttavia l’atteggiamento delle pubbliche autorità nei confronti delle reazioni alle illegittime intrusioni in casa è senza dubbio diverso rispetto a quello italiano.

La riforma di Salvini, almeno negli obbiettivi, tende a far vacillare i due paletti della necessarietà e proporzionalità (quest’ultimo già intaccato dalla riforma del 2005) in favore di un amplialmento dei casi in cui la reazione all’altrui ingiusta offesa possa ritenersi legittima, quindi lecita.

Infatti nel testo sulla legittima difesa che è già stato approvato dal Senato fa capolino il nuovo concetto di “grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto”. Questo breve periodo dovrebbe consentire, secondo i promotori della riforma, il superamento dell’accertamento della necessarietà della condotta concretamente tenuta dall’aggredito. La riforma, quindi, mira ad ampliare il raggio di azione della legittima difesa.

Nel suo complesso la riforma sulla legittima difesa ha ottenuto la bocciatura senza appello da parte del Procuratore di Torino Armando Spataro, che l’avrebbe definita persino “aberrante”, ma anche una più cauta stroncatura, soprattutto in quelle che sono state definite le sue “premesse irrazionali”, da parte dell’Unione delle Camere Penali.

Non è mancata anche la presa di posizione da parte del presidente emerito della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky che ha precisato che «sul piano legale e giudiziario queste modifiche cambiano poco o nulla. Pericolosamente possono però lanciare un messaggio: si può sparare di più».

Ma perché, ci chiedevamo, intervenire sulla legittima difesa?  Era necessario?

Sono dell’opinione che senza dubbio un qualche intervento sulla legittima difesa fosse dovuto e ciò in quanto la proposta di riforma è la risposta (forse non la più corretta) ad un problema reale e concreto.

Le statische ufficiali, che raccolgono le denunce effettivamente formalizzate, ci descrivono un costante calo del numero di furti, rapine e omicidi.

Tuttavia non tutte le rapine e furti vengono segnalati alle Forze dell’ordine. Si stima che solo il 70% dei furti venga effettivamente denunciato, ma il dato è in costante calo. Esiste quindi una profonda sfiducia dei cittadini nei confronti della giustizia e nelle capacità delle Forze dell’ordine di prevenire e contrastare questi fenomeni criminali che quindi non vengono nemmeno più segnalati.

Il furto in abitazione provoca un profondo turbamento nella vittima. L’idea che qualcuno si sia introdotto in quello che è per definizione il nostro luogo più sicuro, la casa, genera una profonda preoccupazione e paura che può anche spingere le vittima ad organizzarsi per evitare che in futuro possano essere commessi altri furti, ricorrendo ad espedienti “fai da te” spesso pericolosi, ma che vengono considerati l’unica iniziativa utile o comunque attuabile per evitare nuove intrusioni.

Inoltre il degrado dilagante nei quartieri, notizie di cronaca che descrivono assalti violenti da parte di rapinatori e l’impossibilità per le Forze dell’ordine di presidiare capillarmente il territorio, generano un profondo sentimento di insicurezza che colpisce tutta la collettività.

Lo Stato, semplicemente, ha fallito uno dei suoi scopi principali: quello di garantire la sicurezza dei suoi cittadini. Per ovviare a tale fallimento il legislatore ricorre ad alcuni provvedimenti di “comodo” (peraltro probabilmente inefficaci) come la riforma della legittima difesa, senza dover affrontare alla radice ed in maniera efficace i problemi.

Infine è doveroso, notare, comunque, come alcune modifiche proposte da Salvini con la riforma della legittima difesa siano pienamente condivisibili.

È molto interessante, ad esempio, l’istituzione di un fondo che possa intervenire per coprire le spese legali di chi trovatosi indagato e poi imputato sia stato assolto una volta riconosciuta la causa di giustificazione della legittima difesa.

Una novità, questa, che può essere accolta positivamente e che mi auguro che non sia destinata ad essere accantonata per le solite, mere e basse, “ragioni economiche” e di bilancio.

DiAvvocato Federico Depetris

Una via a Stefano Cucchi? Meglio dedicarla alla sorella

[ARTICOLO DI FEDERICO DEPETRIS DEL 26.10.2018 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Il Municipio VIII di Roma ha dato via all’iter burocratico per l’intitolazione di una strada a Stefano Cucchi, il trentunenne morto il 22 ottobre del 2009 nel reparto per detenuti dell’Ospedale Sandro Pertini.

Ad oggi numerose inchieste giudiziarie e ben quattro gradi di giudizio, compreso quindi un rinvio in Corte d’Appello, non hanno ancora permesso di fare luce sulla morte del detenuto Stefano Cucchi.

La svolta parrebbe infine essere giunta solo lo scorso 11 ottobre, dopo che sono divenute di dominio pubblico le dichiarazioni di un militare dell’Arma dei Carabinieri che avrebbe confermato, con dovizia di particolari, il pestaggio commesso da alcuni suoi colleghi in danno di Stefano Cucchi.

Una vicenda terribile, dai tratti inquietanti.

Per chi nella vita fa di professione l’avvocato è difficile, anzi direi impossibile, commentare inchieste e processi dei quali si ha solo una conoscenza filtrata dai giornalisti. Mi asterrò quindi, per il momento, da qualsivoglia commento sulle vicende processuali che riguardano questa triste storia.

È superfluo dirlo, ma è bene tenere sempre a mente che in uno stato di diritto chi è nella custodia dello Stato non può essere oggetto di trattamenti inumani, violenti, criminali. Chi veste una divisa, tanto più se ricca di storia e prestigio come quella dell’Arma dei Carabinieri, deve mantenere sempre un comportamento ispirato alla più alta rettitudine e al più assoluto rispetto della legge. Chi veste la divisa, infatti, incarna ed incorpora una funzione, quasi sacra, di rappresentanza della comunità che ha giurato di difendere.

Stefano Cucchi è stata la vittima, certamente, di un brutale pestaggio. Una vittima a cui, però, francamente non intitolerei una strada pubblica.

L’intitolazione delle strade avviene di regola in favore di persone che hanno reso grandi servigi allo Stato o alla comunità locale. Oppure le strade vengono dedicate a personaggi a cui si attribuiscono grandi meriti in ambito politico, culturale, sociale sia in ambito nazionale che eventualmente internazionale. Si intolano le vie agli eroi del Risorgimento, della Grande Guerra, ai grandi scenziati, agli scrittori, pittori e scultori. Si intitolano strade anche ai grandi magnati dell’industria che hanno portato innovazione e creato posti di lavoro. Si intitolano vie e piazza a personaggi dello sport e ai servitori dello Stato caduti nell’adempimento del loro dovere e così via.

In sintesi, si intitolano strade e vie a uomini e donne che la comunità vuole prendere ad esempio e tenere vivi nel ricordo delle generazioni future.

La vicenda di Stefano Cucchi senza dubbio merita di essere studiata, ricordata e mai dimenticata. Ma Stefano Cucchi non era un eroe e nemmeno la sua drammatica morte lo ha reso tale.

Stefano Cucchi non sarà mai un esempio per le generazioni future.

Se proprio a seguito della morte di Stefano Cucchi è diventato necessario dedicare una via che ci sia da monito per il futuro e che quindi ci spinga come comunità nazionale ad una riflessione sui diritti dei detenuti, allora che la strada sia dedicata ad Ilaria Cucchi, che, a modo suo, è stata una piccola eroina dei nostri tempi, che negli anni, con le unghie e con i denti, si è battuta valorosamente per scoprire la verità sulla morte del fratello.

A Ilaria Cucchi deve essere riconosciuto il grandissimo merito di non essersi arresa, anche quando nei processi la strada per giungere alla verità sembra sempre più lontana. La sorella di Stefano può essere presa ad esempio di perseveranza, di coraggio, di tenacia. Ilaria Cucchi si è battuta per l’ultimo degli ultimi: un detenuto tossicodipendente, pregiudicato e spacciatore.

Non so se i carabinieri saranno infine condannati ed eventualmente per quali reati. Tuttavia ammiro la tenacia della signora Cucchi e nell’epoca odierna di assoluto decadimento di valori quali ad esempio il coraggio e la perseveranza, Ilaria ben può assurgere al ruolo di “esempio”, sperando però che non rovini tutto con suoi improbabili impegni in politica.

Se vogliamo dedicare una via, dedichiamola a Ilaria Cucchi, che per nove anni ha sfidato le ingiustizie, le omertà e gli ostacoli di un sistema spesso congegnato per allontanare la verità dalle aule di giustizia.

Le vie, secondo la normativa vigente, non possono essere intitolate a persone in vita o decedute da meno di dieci anni (salva la possibilità di deroga per quest’ultimo caso). Viva a lungo, quindi, Ilaria. Continui a battersi per i diritti dei detenuti e alla fine sarei ben lieto di vedere una via dedicata alla sua persona, a testimonianza che anche in un moderno stato di diritto a volte è necessario battersi fino all’ultimo per vedere trionfare la giustizia.