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DiAvvocato Federico Depetris

Coronavirus: guardare l’abisso e oltre

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 01.04.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’  – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Stiamo vivendo un dramma senza precedenti. Oltre diecimila morti in poco più di un mese per un virus proveniente dalla Cina e che mette a dura prova la tenuta dei sistemi sanitari delle nazioni del mondo.

Il sistema economico, per via dei provvedimenti adottati per contenere il contagio, è a rischio collasso: si prevedono perdite sul PIL di 100 miliardi di euro al mese! Al dramma economico è sempre legato quello sociale: povertà, disoccupazione, aumento della criminalità etc.

Siamo sull’orlo dell’abisso.

In questa situazione drammatica leggo con un certo disagio le polemiche contro il governo da parte di chi grida al golpe ed espone improbabili, ma sarebbe più corretto scrivere “immaginari”, complotti orchestrati da quello o da quell’altro per affossare l’economia o ridurci tutti schiavi.

E trovo anche piuttosto insopportabile la retorica stucchevole propalata dai sostenitori del governo, acriticamente appiattiti sulla linea dell’esecutivo ma solo per spirito di fazione che per reale e sentita convinzione.

Non è certamente questo il momento delle polemiche sterili e degli slogan urlati in TV. Ci sarà tempo, quando tutta la vicenda sarà conclusa, per fare il “processo” a Conte ed al suo esecutivo. Avremo modo di giudicare il governo una volta che l’epidemia sarà controllata.

Ora è il momento di guardare fisso l’abisso che si è aperto dinnanzi a noi e di accettarlo.

Non vi è modo migliore di affrontare l’emergenza che prendere consapevolezza, piena, di essa e di vivere appieno il presente drammatico che ci è offerto.

Dobbiamo recuperare quel senso del “tragico” che dal tempo degli antichi greci si è insediato nel nostro dna culturale e che è stato “riscoperto” dai grandi pensatori europei del XIX secolo (Hegel, Nietzsche, Schopenhauer …)

Dobbiamo imparare a guardare in faccia la rovina per poterci erigere al di sopra di essa. Recuperare quello spirito che riempiva i cuori dei trecento spartani di Leonida, degli intrepidi esploratori e capitani che conducevano nelle tempeste i loro velieri, degli uomini delle trincee della Grande Guerra. Oppure se si vuole qualche esempio più umano e meno eroico, bisogna fare come padre Paneloux, uno dei personaggi del romanzo “La Peste” di Albert Camus (introvabile anche su Amazon, segno che c’è chi vuole provare ad immergersi, con senso tragico appunto, nel grave momento che stiamo vivendo), il quale dopo lunghe riflessioni teologiche, arrivò alla conclusione che bisognasse semplicemente accettare la “peste” e “camminare in avanti, nelle tenebre, un po’ alla cieca …”.

Non è questo il momento delle lagne continue sui social, delle lamentele sulla libertà perduta ma nemmeno delle piaggerie sul Governo, o peggio, l’affannoso, quanto ridicolo, lavoro della burocrazia statale per confezionare la migliore autocertificazione per uscire di casa. Meglio un padre Paneloux, che poi morirà, forse nemmeno di peste, rifiutando le cure, piuttosto che lasciarsi andare alla rassicurante narrativa del complotto, alla polemica autoreferenziale, alla mitomania da epidemiologi ed esperti tuttologi.

Per Jean-Pierre Dupuy, autore de “Per un catastrofismo illuminato. Quando l’impossibile è certo”, bisogna rendersi conto che le catastrofi sono ineluttabili: prima o poi capiterà un terremoto, un’epidemia, uno tsunami, che sconvolgerà le nostre vite ed i nostri sistemi politici ed economici. Per meglio affrontare le catastrofi l’autore francese immagina che bisogna proiettarsi a dopo di essa, per meglio capire come ricostruire ed eventualmente ridurre i danni alla prossima inevitabile catastrofe.

Ecco quindi, dopo che abbiamo ben fissato l’abisso, con intensità, ed averlo accettato bisognerà iniziare a guardare oltre di esso.

Oltre l’abisso, ci sarà la possibilità di ri-costruire senza magari commettere gli stessi errori del recente passato.  Oltre l’abisso ci sarà, lo ripeto, anche la possibilità di giudicare l’operato di chi si è trovato alla guida della Nazione nelle sue giornate più drammatiche: allora, e solo allora, potremo abbandonare l’indulgenza che oggi, nel pieno della tempesta, riserviamo alla classe dirigente.

 

DiAvvocato Federico Depetris

Isolamento e quarantena, la prova più dura per tutti. Anche per la Giustizia

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 14.03.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’  – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Siamo tutti in isolamento dal 09 marzo 2020. Nella storia moderna dell’Italia non si ha memoria di provvedimenti così drastici. Nemmeno in tempo di guerra si è assistito ad una chiusura integrale delle attività commerciali.

Per trovare dei precedenti dobbiamo andare a ritroso sino al 1630, anno drammatico del ritorno della peste in Europa oppure al 1340, quando la peste nera dimezzò la popolazione europea.

L’isolamento, la lontananza dai nostri affetti, dai nostri amici, dai nostri parenti, dalle nostre attività lavorative e ricreative è la prova più dura che può esserci richiesta.

“L’uomo è un animale sociale” scriveva Aristotele. Siamo ontologicamente “programmati” per socializzare, costituire comunità, costruire ed immaginare il futuro assieme agli altri. L’isolamento è quindi terribile, frustrante ed alienante. Eppure dobbiamo fare il nostro dovere. Dobbiamo cogliere, con lo spirito tragico che permea la nostra storia ed il nostro Dna culturale, l’importanza della sfida che ci si para dinnanzi e che stiamo già affrontando. Dobbiamo essere consapevoli che stiamo facendo uno sforzo importante per la salvaguardia della salute dei nostri affetti e della nostra comunità. Cacciamo al fondo della nostra anima il nostro individualismo ed egoismo. Avremo tempo più avanti di liberarlo nuovamente.

L’Italia si blocca e con essa, in parte, anche la Giustizia.

I tribunali lavoreranno a regime ridotto almeno sino al 22 marzo (ma si attende un nuovo decreto legge che prolunghi la sospensione delle attività almeno sino al 03 aprile).

Il personale della Giustizia, Magistrati, Cancellieri etc., stanno puntualmente svolgendo i loro doveri affrontando le questioni più urgenti. Gli Avvocati continuano, da casa per lo più o comunque senza più ricevere il pubblico, la loro opera: si lavora anche dodici ore al giorno per mandare avanti comunque le pratiche, tenersi in contatto telefonico con i clienti, studiare i fascicoli ed impostare il lavoro per il futuro. I tribunali sono chiusi, i problemi forse si attenuano, ma non spariscono del tutto ed anzi molte persone stentano a capire le difficoltà del momento chiedendo comunque di poter soddisfare la propria sete di giustizia.

Ho ricevuto in questi giorni numerose telefonate di clienti che reclamano il pagamento dei loro stipendi, di padri che non riescono a vedere i loro figli, madri che non ricevono il mantenimento per i loro bambini, lavoratori in nero lasciati a casa dopo la chiusura di bar e ristoranti, imprese che non vengono pagate etc. Ci sono anche i primi licenziamenti per via della crisi economica che ormai sarà un’ineluttabile certezza. Si fa quello che si riesce, grazie alle tecnologie che ci permettono di agire anche a distanza.

Eppure non possiamo nascondere di sentirci, in parte, impotenti a causa della chiusura delle aule di Giustizia. Vi è chi di questo vuoto della Giustizia, nel breve periodo, pensa di potersene approfittare, ma è bene che si sappia che i conti saranno presto o tardi presentati e dovranno essere saldati.

DiAvvocato Federico Depetris

Straordinari non pagati. Come difendersi.

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL02.03.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’  – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Molto spesso le buste paga predisposte dai datori di lavoro non riportano correttamente il numero di ore lavorate. Vi è più di qualche imprenditore che ad esempio preferisce pagare “fuori busta”, ossia in “nero”, le ore di straordinario e ciò in quanto le ore di straordinario sono soggette ad una maggiore imposizione fiscale.

Capita tuttavia molto spesso che il datore di lavoro, semplicemente, ometta il conteggio delle ore di straordinario per non pagarle al lavoratore. Cosa fare in questi casi?

Il lavoratore ha senza dubbio diritto a domandare ed ottenere il pagamento delle ore di straordinario. E tale diritto non lo si perde alla cessazione del rapporto di lavoro. Il lavoratore, fino a quando non sarà decorso il termine di prescrizione per ottenere il pagamento degli straordinari (di regola cinque anni), potrà avanzare le sue legittime pretese e, ove il datore di lavoro non accetti di pagare le ore di straordinario, rivolgersi all’Autorità giudiziaria.

Le ore di straordinario, una volta conteggiate nel loro ammontare complessivo, possono essere oggetto di preciso calcolo applicando le tabelle retributive del Contratto collettivo di riferimento.

È bene precisare, però, che spetta al lavoratore fornire la prova “rigorosa” delle ore di straordinario svolte. Infatti: “Il lavoratore che chieda in via giudiziale il compenso per il lavoro straordinario ha l’onere di dimostrare di aver lavorato oltre l’orario normale di lavoro, senza che l’assenza di tale prova possa essere supplita dalla valutazione equitativa del giudice, utilizzabile solo in riferimento alla quantificazione del compenso.” (Cfr. Tribunale Modena Sez. lavoro Sent., 09/01/2020) ed ancora: “Il lavoratore, che voglia ottenere il riconoscimento del compenso per lavoro straordinario, deve dimostrare l’esecuzione della prestazione lavorativa oltre i limiti, legalmente o contrattualmente, previsti. Ciò è espressione del principio di cui all’art. 2697 c.c., configurandosi lo svolgimento di lavoro in eccedenza rispetto all’orario normale quale fatto costitutivo della pretesa azionata. In definitiva, il lavoratore, attore in giudizio, ha l’onere di provare non solo lo svolgimento di lavoro straordinario, ma anche la sua effettiva consistenza, senza che al riguardo possano soccorrere valutazioni di tipo equitativo.” (Cfr. Tribunale|Bari|Sezione L|Civile|Sentenza|16 gennaio 2020| n. 193).

I predetti principi sono stati mutuati direttamente dal consolidato orientamento della Suprema Corte di Cassazione che infatti ha precisato che l’onere della prova in ordine alle ore lavorative eccedenti rispetto a quelle contrattualizzate e/o segnate in busta, incombe sul lavoratore (Cfr. Cass. n.16157/04), il quale è tenuto a provare rigorosamente la relativa prestazione anche in relazione alla effettiva quantità delle ore eccedenti lavorate (Cfr. fra le tante, Cass. 29 gennaio 2003 n.1389, Cass. 12 maggio 2001 n.6623)” (Cass. sez. Lavoro 12.9.2014 n. 19299). Per dirla con parole diverse: il lavoratore deve provare ogni singola ora di straordinario eseguita.

Come provare quindi le ore di straordinario?

Il lavoratore potrà ricorrere alla prova testimoniale. Potranno così essere escussi come testimoni colleghi e clienti che potranno confermare gli effettivi orari svolti dal lavoratore. Meglio ancora sarebbe, però, riuscire a fornire prova documentale delle ore di straordinario ad esempio producendo gli estratti delle bollature nei casi in cui siano presenti sistemi di rilevazione delle presenze, oppure messaggi sms o WhatsApp con il proprio datore di lavoro, e-mail, registrazioni audio e/o video etc. Gli autotrasportatori potranno fornire copia dei cronotachigrafi che registrano in maniera precisa le ore di guida e le c.d. ore di impegno.

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

Caso Gregoretti: l’irresponsabile uso strumentale della Giustizia

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 29.01.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Salvini, forse, sarà processato per il presunto, e tutto da dimostrare, sequestro di persona per come avrebbe gestito il noto caso della nave Gregoretti e la mancata autorizzazione allo sbarco degli immigrati ospitati a bordo.

Non voglio entrare nel merito della vicenda processuale che riguarda l’ex ministro degli Interni, anche se ho più di qualche dubbio che possa seriamente essere sostenuto che Salvini abbia commesso il gravissimo reato di sequestro di persona, quello che mi preme evidenziare, da avvocato e cittadino, è l’insopportabile utilizzo strumentale che viene fatto della Giustizia.

Abbiamo assistito nelle ultime settimane ad un teatrino veramente penoso.

Da un lato il Partito democratico e la sinistra intenzionata a far “processare” l’avversario politico che è stato equiparato praticamente ad un criminale di guerra. Quindi, da una parte, la sinistra che, per soddisfare i propri pruriti etici ed ideologici, si è dichiarata pronta a sostenere interpretazioni forzose della legge pur di riuscire ad eliminare il “nemico”.

Dalla stessa parte della sinistra si è schierato il Movimento Cinque Stelle, ossia l’ex alleato di governo del ministro Salvini. In questo caso la retorica “forcaiola” è stata ancora più insopportabile.

Se Salvini fosse responsabile lo è necessariamente anche il Presidente Conte, unico vero titolare della linea politica dell’esecutivo anche all’epoca in cui maturava il caso Gregoretti.

Peraltro, per il simile caso della Sea Watch Di Maio ed i pentastellati avevano “salvato” l’alleato leghista, sostenendo, giustamente, che avesse agito nell’interesse della Repubblica e quindi condividendo l’azione dell’allora amico Salvini. Cambia il governo, situazione pressoché analoga ed i Cinque Stelle, smentendo l’orientamento espresso pochi mesi prima si dichiarano a favore del processo a Salvini. Sta tutta qui la (poca) serietà ed affidabilità della nostra classe dirigente in questo momento storico.

Arrivano le elezioni in Emilia Romagna ed iniziano i calcoli elettorali.

Salvini, si dice, voglia fare la parte del martire della sinistra e della magistratura “rossa” per provare il colpo nella storica roccaforte del fu Partito Comunista. E quindi, a sorpresa, i senatori leghisti nella Giunta per le immunità hanno votato a favore dell’incriminazione del loro leader.

Partito democratico e Cinque Stelle, pur di evitare che Salvini potesse sfruttare a proprio vantaggio la situazione del possibile rinvio a giudizio per il caso Gregoretti, nonostante l’ardore etico-morale che li dovrebbe animare in questa “lotta di civiltà” contro la destra populista e xenofoba, erano a pronti a fare marcia indietro, o peggio,  a ritardare il voto nella Giunta per le immunità al Senato per rimandare il tutto a dopo le elezioni in Emilia Romagna e infatti hanno poi scelto di disertare il voto in Giunta.

Tutto questo miserabile teatrino è stato assolutamente svilente per le istituzioni.

E’ stato svilente per il Governo e per la sua, costituzionalmente necessaria, autonomia.

E’ stato svilente nei confronti della Giustizia, costretta ad essere strapazzata a “destra” ed a “sinistra” per soddisfare miopi calcoli e tatticismi elettorali.

Un processo è una cosa seria. Esso è finalizzato ad accertare fatti e ad assicurare la tutela di diritti. L’Italia con i suoi duemilasettecento anni di diritto, certo, non merita una classe dirigente così impreparata ed irresponsabile, come ha dimostrato, per l’ennesima volta, nella gestione della crisi Gregoretti.

Bisogna avere ben chiaro che quando si svilisce la Giustizia e se ne promuove un uso distorto perché strumentale, allora sono tutti gli italiani a rimetterci; sono tutti coloro che ogni giorno si affidano ai giudici per vedersi riconosciuti i propri diritti e che iniziano a non avere più alcuna fiducia in un sistema che, anche per demeriti propri e non solo della politica, è già in profonda crisi.

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

Il rapporto con gli assistenti sociali dopo lo scandalo di Bibbiano

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 23.12.2019  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Sono in corso le inchieste giudiziarie che hanno messo alla luce un sistema illecito di affidi reso possibile dalla corruzione e complicità di assistenti sociali, psicoterapeuti ed esperti dell’infanzia di Bibbiano (Emilia Romagna). Diversi professionisti e membri dei servizi sociali sono oggi indagati per aver redatto relazioni false, trasmesse al Tribunale per i Minorenni, in cui riportavano l’esistenza di abusi a danno di bambini che venivano così tolti ai loro genitori naturali per essere affidati a coppie che, secondo quanto si è avuto modo di apprendere dai media, avevano contatti e rapporti con gli stessi assistenti sociali e psicoterapeuti. Un sistema fatto di corruzione, scambio di favori e denaro sulla pelle di bambini impotenti e sui loro genitori fatti così sprofondare nella disperazione.

La Magistratura avrebbe scoperto più di un caso in cui i ricordi dei minori venivano manipolati al fine di far falsamente “ricordare” ai bambini abusi e maltrattamenti che non erano mai avvenuti. Le relazioni finivano poi sul tavolo dei giudici del Tribunale per Minorenni che non poteva far altro che togliere i bambini ai propri genitori, che nel frattempo dovevano anche sopportare le conseguenze dei procedimenti penali aperti a loro carico.

Il dato inquietante del caso Bibbiano non è solo il ripugnante patto corruttivo (che si può così riassumere: togliere il bambino ai suoi genitori naturali per affidarlo a terzi in cambio di denaro) che distrugge le esistenze di bambini indifesi e dei loro genitori accusati, falsamente, di abusi e maltrattamenti, ma anche il movente “ideologico” di queste illecite operazioni. Le persone coinvolte infatti sembrano voler delegittimare il ruolo della famiglia naturale in favore di forme di genitorialità inusuali e meno diffuse, quali nuclei monogenitoriali ovvero nuclei con due affidatari della stesso sesso. L’obettivo ideologico, perseguito a scapito dei bambini, era quello quindi di assicurare non solo una piena equiparazione tra la famiglia naturale e quelle monogenitoriali o con genitori dello stesso sesso, ma di arrivare a sostenere la superiorità delle seconde sulle prime, individuando nella famiglia naturale il centro privilegiato per la consumazione di abusi. Purtroppo le cronache hanno evidenziato che in alcuni casi i bambini venivano tolti alle famiglie di origine, accusate falsamente di maltrattamenti, per poi essere affidati a persone che veramente abusavano di loro.

Questi drammatici fatti hanno gettato una lunga ombra su tutti gli operatori dei servizi sociali di tutta Italia.

Normalmente le famiglie hanno una naturale forma di diffidenza nei confronti degli assistenti sociali, infatti, a nessuno piace essere giudicato nel modo in cui si educano e crescono i propri figli. Sono numerosi i casi in cui le famiglie non condividono le intromissioni dei servizi e quindi si pongono in contrapposizione con gli assistenti sociali mostrandosi poco collaborative.

Queste naturali forme di preoccupazione, disagio, diffidenza e contrasto si sono enormemente acuite dopo lo scandalo di Bibbiano rendendo per tutti gli oeratori del settore, avvocati compresi, più difficile riuscire ad operare.

Il caso di Bibbiano ci si augura sia un fatto isolato, un sistema non replicato e non replicabile nel resto dell’Italia (anche se il diverso caso della comunità Forteto in Toscana dovrebbe determinare riflessioni più approfondite circa il funzionamento del sistema dei servizi e più in generale del Tribunale specializzato per i minori). L’eccezionalità del fatto rende difficile capire come sarebbe possibile creare i giusti anticorpi per prevenire il ripetersi di questi fatti.

Una cosa, però sarebbe possibile fare: evitare di appiattirsi sulle conclusioni delle relazioni dei servizi, dei periti, dei neuropsichiatri infantili etc. Il Tribunale, infatti, poggia le proprie decisioni essenzialmente su quelle che sono le attività dei servizi, le relazioni dei periti a vario titolo nominati etc. Questo atteggiamento fa si che le sorti della vicenda processuale siano dipendenti dalle conclusioni degli assistenti sociali e dei consulenti, anche in presenza di relazioni sintetiche con un impianto motivazionale spesso superficiale e frettoloso. Tornare a fare un’istruttoria accurata e completa, potrebbe evitare che persone senza scrupoli possanno arricchirsi o perseguire scopi ideologici a discapito dei bambini.

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

La perdita della capacità lavorativa dopo un sinistro. Cos’è e come si calcola

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 29.11.2019 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Può accadere che in seguito ad un grave sinistro stradale, un errore medico, un’aggressione etc. derivino lesioni che possono compromettere in tutto od in parte la capacità lavorativa del danneggiato.

Ad esempio una grave frattura con conseguente offesa permanente dell’arto di una persona che svolge, in via autonoma, attività manuali (edilizia, fabbro, fattorino etc.) può compromettere gravemente la capacità reddituale del danneggiato.

In questo articolo vedremo brevemente cos’è il danno patrimoniale da perdita della capacità lavorativa e come può essere quantificato secondo gli orientamenti più recenti della giurisprudenza.

Il danno patrimoniale di cui si discute è stato così definito dalla Corte di Cassazione: “Il danno patrimoniale da perdita della capacita’ di lavoro e di guadagno e’ un danno permanente, nella sua efficacia lesiva proiettato in futuro, essendo destinato a riprodursi anno per anno, per tutta la vita lavorativa della vittima: in quanto pregiudizio futuro, esso deve essere valutato su base prognostica anche a mezzo di presunzioni semplici, salva la determinazione equitativa, in assenza di prova certa del suo ammontare (ex plurimis, Cass. 23/09/2014, n. 2003; Cass. 14/11/2013, n. 25634).” (Cass. 10499/2017).

La formula per il calcolo della perdita di capacità lavorativa è la seguente: R (reddito) x C (coefficiente di capitalizzazione) x P (perdita capacità lavorativa specifica in percentuale) – S (scarto tra la vita fisica e quella lavorativa, pari al 10%).

Circa il coefficiente di capitalizzazione da applicarsi, deve essere osservato come non si possa fare riferimento ai coefficienti di cui al di cui al R.d. n. 1403 del 1922. Essi infatti non sono più conferenti con la realtà attuale, decisamente modificatasi dal 1922 essendo passato un secolo dalla loro formulazione.

Il predetto principio è stato anche fatto proprio dalla Corte di Cassazione: «D’altro canto, come ripetutamente affermato da questa Corte, i coefficienti di capitalizzazione approvati con il Regio Decreto n. 1403 del 1922, non assicurano l’integrale ristoro del danno permanente da incapacita’ di guadagno, ne’ la loro adozione e’ consentita neppure in via equitativa ex articolo 1226 c.c.. (da ultimo, con diffusa ed esaustiva motivazione, Cass. 14/10/2015, n. 20615). I suddetti coefficienti, infatti, sono stati elaborati sulla base delle tavole di mortalita’ ricavate dal censimento della popolazione italiana del 1911 (con riguardo cioe’ ad una speranza di vita inferiore di oltre un terzo a quella attuale) e di un saggio di produttivita’ del denaro (indicante la misura del risarcimento che viene detratta per tenere conto della anticipata capitalizzazione rispetto all’epoca futura in cui il danno si sarebbe effettivamente verificato) del 4,50%, superiore (e non di poco) ai rendimenti traibili oggigiorno dall’impiego di capitale: per effetto dell’innalzamento della durata media della vita e dell’abbassamento dei saggi di interesse, dunque, l’applicazione dei criteri ex Regio Decreto n. 1403 del 1922, determinerebbe una impropria ed ingiustificata decurtazione dell’importo risarcitorio» (Ex multis Cass. 10499/2017)

Il coefficente utilizzato per il calcolo del danno da perdita di capacità lavorativa (e quindi di guadagno) viene solitamente ricavato dai coefficienti indicati negli Atti dell’incontro di studio per i magistrati, svoltosi a Trevi il 30 giugno – 1 luglio 1989 (in Nuovi orientamenti e nuovi criteri per la determinazione del danno, Quaderni del CSM, 1990, n. 41, pp. 127 e ss.).

Il risultato che si ottiene applicando la formula matematica sopra illustrata costituisce unicamente una base di partenza, per l’effettiva individuazione del danno da perdita permanente di capacità lavorativa la cui quantificazione dovrà essere eseguita tenendo conto anche di altre viariabili quali, ad esempio, il presumibile aumento annuale del reddito, da valutarsi in via prognostica ed in via equitativa.

Infatti circa la determinazione del danno da risarcirsi per la perdita di guadagno, la Cassazione ha chiarito che: «il danno patrimoniale futuro da perdita della capacità lavorativa specifica, in applicazione del principio dell’integralità del risarcimento sancito dall’artt. 1223 c.c., deve essere liquidato moltiplicando il reddito perduto per un adeguato coefficiente di capitalizzazione, utilizzando quali termini di raffronto, da un lato, la retribuzione media dell’intera vita lavorativa della categoria di pertinenza, desunta da parametri di rilievo normativi o altrimenti stimata in via equitativa, e, dall’altro, coefficienti di capitalizzazione di maggiore affidamento, in quanto aggiornati e scientificamente corretti, quali, ad esempio, quelli approvati con provvedimenti normativi per la capitalizzazione delle rendite previdenziali o assistenziali oppure quelli elaborati specificamente nella materia del danno aquiliano». ( Cfr. Cass. 10499/2017).

Quindi nel determinare il danno da perdita della capacità lavorativa, si dovrà altresì tenere conto della possibile progressione del reddito del danneggiato.

 

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

La valutazione della performance dei dipendenti pubblici

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 27.10.2019 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Con il Dlgs n. 150 del 2009 il Legislatore introduceva un articolato sistema finalizzato a garantire una maggiore efficienza delle pubbliche amministrazioni mediante l’assegnazione di obiettivi ai dipendenti pubblici e la verifica della loro performance in relazione agli obiettivi assegnati.

Il sistema, per come immaginato dal legislatore, avrebbe consentito una valorizzazione dei dipendenti meritevoli mediante gratificazioni economiche (salario accessori, premi di produttività, incentivi) e professionali (promozioni, affidamento di compiti di maggior prestigio etc.).

L’intero impianto del c.d. “ciclo della performance” è quindi funzionale alla realizzazione del principio meritocratico da ritenersi corollario dei principi di buon andamento ed imparzialità della PA ai sensi dell’art. 97 della Costituzione.

È evidente l’impatto che la valutazione della performance individuale ha per ogni singolo dipendente.

La valutazione annuale influisce infatti nell’assegnazione dei premi di produttività ed incentivi, ma anche sulle prospettive di carriera ed infine sulle possibilità di progressione economica orizzontale e quindi per l’ottenimento di sensibili aumenti di salario.

Considerata l’importanza attribuita al ciclo della performance sia in relazione all’attività ed andamento complessivo degli Uffici pubblici, sia in ordine ai risvolti individuali per ogni dipendente, è evidente come la sua valutazione non possa che avvenire sulla base di parametri assolutamente oggettivi, obiettivi, intellegibili e quindi verificabili. Lo imporrebbe peraltro lo stesso art. 97 della Costituzione laddove con il richiamo all’imparzialità rimanda ai doveri di correttezza ed obiettività a cui sono soggetti i membri della Pubblica amministrazione, ivi compresi, quindi, i dirigenti “valutatori” che certo non possono esprimere valutazioni sulla performance arbitrarie o comunque sprovviste di un impianto argomentativo.

Si deve ritenere, infatti, che dall’art. 97 della Costituzione discenda il principio secondo cui il datore di lavoro pubblico anche quando agisce con le prerogative tipiche del datore di lavoro privato sia comunque tenuto al rigoroso rispetto del principio di trasparenza ed uguaglianza. Quindi le valutazioni della performance che vengono espresse nei confronti dei lavoratori pubblici non possono essere arbitrarie e devono essere comprensibili al dipendente stesso affinché lo stesso, apprese le ragioni sottese alla valutazione, possa anche eventualmente migliorarsi per il futuro.

È quindi indispensabile che le valutazioni della performance siano accompagnate da un congruo impianto motivazionale.

Tali principi sono stati fatti propri dalla Giurisprudenza. Ad esempio, il Tribunale di Venezia ha così argomentato:

“Sussiste l’interesse ad agire della ricorrente posto che le valutazioni sono rilevanti ai fini della progressione di carriera orizzontale o per l’applicazione di sistemi premiali o possono influire sulla valutazione di produttività del dipendente. A norma dell’art. 97, comma 2, Cost. “i pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione”.

Pertanto, pur quando agisce con i poteri e la capacità propri del datore di lavoro privato,il datore di lavoro pubblico è tenuto al rispetto del principio di trasparenza e di uguaglianza.

L’art. 45, comma 2, d.lvo 165/2001 stabilisce il principio di parità di trattamento dei lavoratori pubblici per cui “le amministrazioni pubbliche garantiscono ai propri dipendenti di cui all’articolo 2, comma 2, parità di trattamento contrattuale e comunque trattamenti non inferiori a quelli previsti dai rispettivi contratti collettivi”.

Dunque, la valutazione espressa dal Dirigente annualmente non può essere arbitraria e deve consentire al dipendente di comprenderla e di comprendere le ragioni della stessa, anche al fine di migliorarsi. Nel caso in esame non solo è stata violata interamente la procedura prevista dal Regolamento per il personale del comparto-non essendo stati fissati gli obiettivi e non essendo stati effettuati gli incontri di assegnazione degli obiettivi, di verifica intermedia e di sintesi finale-ma anche discostandosi vistosamente la valutazione dai precedenti anni non è stato offerto alcun elemento, nemmeno in questa sede, per comprendere le ragioni di una così vistosa differente valutazione.

È vero che la valutazione viene espressa in punteggio e che questo punteggio corrisponde ad una leggenda, ma non è proprio possibile comprendere la motivazione di tale valutazione, e l’amministrazione anche in questa sede non l’ha data. Per mutuare istituti di altra branca del diritto, il discostarsi vistosamente e senza motivazione alcuna, che poteva essere data almeno in questa sede, dalle precedenti valutazioni appare sintomatica del vizio di“eccesso di potere”nel quale si raggruppano tutte le violazioni di quei limiti interni alla discrezionalità amministrativa che, pur non essendo consacrati in norme positive, sono inerenti alla natura stessa del potere esercitato ovvero quando la Pubblica amministrazione compie una deviazione da principi generali, come la correttezza, la buona fede, la diligenza. Nel caso in esame vi è una vistosa diversa valutazione della dipendente che non consente né alla dipendente né al giudicante di valutare la fondatezza, logicità, coerenza, congruità del giudizio .” (Cfr Tribunale di Venezia sentenza n. 666/2018).

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

Facebook è un pericolo per la democrazia

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 25.09.2019 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Il 9 di settembre, nel pomeriggio, Facebook ha cancellato in pochi minuti le pagine ufficiali dei movimenti politici Forza Nuova e CasaPound Italia. Con loro sono stati oscurati e cancellati i profili ufficiali dei consiglieri comunali di CasaPound Italia e centinaia di account appartenenti ad attivisti di movimenti identitari sono stati rimossi dal social-network più famoso in Italia.

Una decisione che non ha precedenti in Italia. Mai prima di ora un social aveva optato per la messa al bando integrale e senza appello di persone e organizzazioni, politicamente, non gradite.

Facebook ha spiegato la propria operazione di censura sostenendo che le associazioni e le persone colpite dall’oscuramento si sarebbero rese responsabili di incitare all’odio e alla violenza, senza tuttavia fornire uno straccio di prova a sostegno di quanto affermato. Probabilmente per Facebook e la sua “policy” è sufficiente esprimere, ad esempio, posizioni fortemente contrarie alle politiche immigrazioniste dell’accoglienza per essere considerati, senza possibilità di difesa, degli “incitatori di odio”.

La censura contro CasaPound è un precedente pericolosissimo che rischia di compromettere persino l’intero sistema democratico.

Internet ha offerto e continua ad offrire un accesso facilitato ad un’incredibile mole di informazioni e consente una rapida circolazione di notizie e idee.

Non è un caso che i regimi totalitari contemporanei oscurino in tutto o in parte il web, impedendo l’accesso a piattaforme social o comunque a contenuti ritenuti “ostili”.

Tuttavia, internet, senza regole come oggi, non è il regno della libertà più assoluta.

Mano a mano che il traffico internet è aumentato, si sono creati dei centri che hanno polarizzato il traffico. Internet si è trasformato in un imbuto che ha smantellato quella rete originaria in cui tutti erano posti in una posizione di sostanziale parità.

Google ha pressoché il monopolio della ricerca sul web. I propri sofisticati algoritmi di ricerca, oggetto di continui aggiornamenti, hanno consentito al colosso americano un vero e proprio controllo del traffico.

Google ha di fatto il potere di determinare le sorti delle imprese e delle attività produttive di ultima generazione infatti a seconda di come un’azienda appare nel risultati delle ricerche aumenterà o perderà il proprio fatturato.

Se volesse, Google domani potrebbe oscurare migliaia di siti internet di ispirazione socialista, sovranista, europeista, etc. Il tutto in pochi secondi.

In Italia su Facebook transita il grosso dell’informazione. Eliminare dei soggetti significa escluderli dall’accesso alle informazioni ed impedire loro di esprimersi liberamente in una condizione di parità con gli altri utenti.

Facebook ha eliminato due partiti e centinaia di utenti semplicemente perché dicevano cose non gradite. Su Facebook Italia ci sono ben trentuno milioni di utenti e i giornali fanno le loro visualizzazioni essenzialmente grazie ai link che appaiono sulle pagine di Zuckerberg. Non è semplicemente un “social”, uno svago per adolescenti, Facebook è divenuto uno dei mezzi di comunicazione più invasivi ed importanti d’Italia e d’Europa.

Immaginare che questo colosso possa influire sul sistema dell’informazione di una Nazione democratica senza alcuna possibilità di controllo da parte dello Stato è semplicemente folle.

Gli algoritmi di Facebook che stanno dando la “caccia” a CasaPound sono arrivati a censurare articoli di testate giornalistiche locali e nazionali (ed esempio il Secolo d’Italia) che parlavano di attività di CasaPound Italia. La stampa, è bene ricordarselo, secondo la nostra Costituzione, non può essere soggetta ad alcun controllo preventivo: Facebook invece ha iniziato a pretendere il controllo sui contenuti degli articoli. Il peggior Grande Fratello della storia si è materializzato sui nostri Pc e sui nostri cellulari.

Il Garante per la Privacy, Soro, stemperando gli entusiasmi di Zinagaretti e di alcuni esponenti dem, ha evidenziato, commentando la censura di Facebook contro CasaPound, come «il ruolo sociale delle piattaforme è tale che, oggi, ogni limitazione nel loro uso comprime inevitabilmente la libertà di espressione. L’ultima parola sia sempre affidata all’autorità pubblica».

C’è un grave problema di tenuta della democrazia in Italia. Il Garante per la Privacy lo ha colto. Qui posso evidenziare come, in prospettiva, mano a mano che i media tradizionali (televisione, radio, carta stampata etc) perderanno sempre più peso in favore delle piattaforme “social”, la regolamentazione per Facebook, Google e gli altri colossi che gestiscono il traffico delle informazioni diventerà una necessità non procrastinabile.

Nel frattempo CasaPound Italia ha annunciato che porterà Facebook in Tribunale. La partita è tutt’altro che scontata per il social.

Facebook sarà anche uno spazio privato, tuttavia quando un utente si iscrive al portale firma un contratto con delle regole che vincolano le parti. Facebook non può pensare di recidere unilateralmente il rapporto contrattuale (magari dopo aver incassato per anni sontuose somme per la pubblicità delle pagine e dei profili) sulla base di un proprio capriccio. Facebook dovrà dimostrare in Tribunale che CasaPound e le altre associazioni sono organizzazioni criminali che perseguono fini illeciti, cosa piuttosto difficile da sostenere visto che i soggetti censurati si sono presentati a numerose consultazioni elettorali comprese le ultime elezioni politiche e le elezioni europee.

Vi è poi tutto un delicato profilo giuridico da approfondire circa la liceità del possesso della corrispondenza degli utenti eliminati e dei contenuti pubblicati sulla piattaforma dai vari profili da parte di Zuckerberg.

Come ha detto Soro l’ultima parole deve spettare all’Autorità pubblica. Ai Tribunali italiani il compito di creare precedenti a salvaguardia della libertà di espressione nel web che si espande ogni giorno e che ogni giorno diventa sempre più presente nella nostra vita quotidiana.

DiAvvocato Federico Depetris

Danno da vacanza rovinata. Cosa fare quando si torna da ferie disastrose

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 30.07.2019 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Milioni di italiani partiranno per le vacanze nelle prossime settimane. Il tanto agognato momento di riposo e divertimento, dopo un lungo e duro anno di lavoro è finalmente arrivato. Cosa fare se qualcosa dovesse andare storto durante le vacanze per colpa dell’operatore turistico, del Villaggio vacanze oppure della compagnia aerea?

L’art. 47 del Codice del Turismo prevede che gli organizzatori e venditori di viaggi e pacchetti turistici siano responsabili nel caso di inadempimento e inesatta esecuzione degli obblighi assunti dovendo risarcire anche il danno non patrimoniale da c.d. “vacanza rovinata”.

I disguidi arrecati al turista dalle strutture di villeggiatura, dai vettori aerei etc. hanno quale conseguenza immediata e diretta di “rovinare” momenti e giornate che dovrebbero essere dedicate esclusivamente al relax, al riposo. Al contrario, giornate spensierate vengono annullate (in caso di rientri anticipati) oppure semplicemente trasformate in momenti di disagio e forte stress.

Questi pregiudizi, di difficile quantificazione economica, sono meritevoli di essere risarciti; essi costituiscono infatti, secondo l’orientamento della giurisprudenza, danni non patrimoniali per i quali la legge, ai sensi dell’art. 2059 c.c., dispone il loro risarcimento.

Cosa fare quindi dopo un rientro anticipato disposto dal tour operator, oppure in caso di gravi disservizi riscontrati durante le vacanze?

Come si diceva la legge prevede espressamente che i pregiudizi subiti dal turista, purché di non scarsa importanza, siano risarciti. Il turista dovrà essenzialmente allegare e illustrare gli inadempimenti commessi dall’organizzatore/venditore del viaggio mentre non è tenuto a provare i disagi psicofisici legati al predetto inadempimento che non possono formare oggetto di prova diretta. I danni psichici si riterrano provati una volta che sia accertato l’inadempimento dell’organizzatore/venditore del viaggio.

L’ammontare del risarcimento sarà stabilito dal giudice tenuto conto del tempo di vacanza inutilmente trascorso e dell’irripetibilità dell’occasione perduta, tenuto anche conto delle specifiche ed individuali condizioni soggettive del turista danneggiato.

La domanda risarcitoria si prescrive in tre anni dal rientro del luogo di partenza, salvo però che l’inadempimento riguardi le obbligazioni relative al trasporto. In questi casi, infatti, il termine di prescrizione potrebbe scendere a dodici mesi oppure diciotto nel caso in cui il luogo di partenza o arrivo sia fuori dall’Unione Europea.

Rientrati dalla vacanza, quindi, conviene recarsi immediatamente dal proprio legale di fiducia per l’avvio delle più opportune iniziative a propria tutela.

Non bisogna poi dimenticare che nei casi di ritardi imputabili alle compagnie aeree, i vettori sono tenuti, ai sensi del Regolamento (CE) n. 261/2004, ad indennizzare i viaggiatori.

In particolare per ritardi superiori alle tre ore sono dovuti 250,00 euro di indennizzo a viaggiatore per le tratte brevi (1.500 km); 400,00 euro di indennizzo a viaggiatore per le tratte medie (3.500 km); 600,00 euro di indennizzo a viaggiatore per le tratte lunghe (superiori a 3.500 km).

Gli indennizzi si richiedono direttamente alle compagnie aree.

DiAvvocato Federico Depetris

LA PIAGA DEL LAVORO NERO

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 25.06.2019 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

I dati diffusi dall’ISTAT nell’ottobre del 2018 hanno fotografato una realtà inquietante: nel 2016 l’economia sommersa valeva 192 miliardi di euro poco meno del 12% del prodotto interno lordo.I lavoratori irregolari, ossia in nero, sono stati stimati in 3 milioni 701 mila, per lo più dipendenti.

I settori maggiormente interessati dal lavoro nero sono i servizi alla persona, l’agricoltura (dove si ricorre spesso allo sfruttamento illegale di manodopera straniera), edilizia e commercio.

I lavoratori in nero nel 2016, sulla base degli ultimi dati disponibili, sono calati dello 0,3% rispetto al 2015. Un calo piuttosto irrilevante considerata la dimensione del problema.

Un lavoratore in nero è privo delle tutele previdenziali e assicurative. In caso di malattia e infortunio rischia di perdere il lavoro e non ottenere alcun indennizzo. Inoltre il lavoratore in nero è esposto al rischio di essere licenziato arbitrariamente ed è comunque impossibilitato a richiedere ed ottenere la Naspi (ossia l’indennità di disoccupazione).

Molto spesso, inoltre, i lavoratori in nero percepiscono paghe orarie inferiori ai minimi fissati dalla contrattazione collettiva e anche gli straodinari non vengono pagati o sono soggetti a pagamenti forfettizzati.

Non mancano anche i casi in cui sono gli stessi lavoratori a chiedere di essere assunti in maniera irregolare al fine di non dichiarare i redditi e risultare inoccupati o comunque in situazione di indigenza, però in questi casi il datore di lavoro dovrebbe semplicemente rifiutare l’assunzione e ogni forma di collaborazione con i “furbetti”.

Tuttavia molto più spesso sono i datori di lavoro ad imporre un’assunzione irregolare per risparmiare su contributi, previdenza e tutte le altre voci a carico del datore di lavoro che pesano mediamente il 30%, un costo molto spesso rilevante e non sostenibile da parte delle piccole e medie imprese.

Il lavoro nero tende a riemergere in caso di controllo da parte dell’Ispettorato nazionale del Lavoro, un’Istituzione utilissima in una Nazione flagellata dal lavoro irregolare, che tuttavia sconta una cronica mancanza di personale. A Torino, ad esempio, l’Ispettorato, pur con tutta la buona volontà dei propri ispettori, non sarebbe in grado di controllare le migliaia di piccole e medie imprese attive nella Città metropolitana. E’, semplicemente, impossibile pensare ad un controllo, ad esempio, di tutti i cantieri, ristoranti, esercizi commerciali etc.

In altri casi il lavoro irregolare si palesa nella aule giudiziarie quando i lavoratori, molto spesso dopo essere stati licenziati, avviano una causa contro l’ex datore di lavoro citandolo in giudizio per differenze retributive e magari per impugnare un illegittimo licenziamento e così provare a farsi riassumere regolarmente.

E’ fisiologico infatti che un rapporto di lavoro irregolare tenda ad essere risolto non per iscritto (la legge prescrive la forma scritta del licenziamento a pena di nullità e quindi inefficacia), ma verbalmente. Il lavoratore una volta cessata la sua collaborazione può agire giudizialmente al fine di ottenere la declaratoria di nullità del licenziamento e quindi ottenere la condanna del proprio datore di lavoro ad essere riassunto e ad ottenere un indennizzo (pari in genere all’ultima retribuzione globale di fatto) dal licenziamento al reintegro in servizio.

Come impedire le assunzioni irregolari? Il tema è complesso.

Attualmente in caso di assunzione irregolare scattano pesantissime sanzioni amministrative, spesso però inefficaci e prive di forza deterrente. Non è raro infatti che il datore di lavoro che ricorra al lavoro nero lo faccia perché privo di risorse economiche, pertanto anche la sanzione amministrativa rischia di rimanere priva di significative conseguenze. Probabilmente l’introduzione di una sanzione penale (doverosa a mio parere quando i lavoratori irregolari siano almeno tre) potrebbe avere qualche effetto più significativo, meglio se anche accompagnata da provvedimenti interdittivi, in caso di condanna, all’esercizio di attività di impresa per un congruo numero di anni.

E’ però anche necessario dire chiaramente che grazie al lavoro nero si mantengono oltre tre milioni di persone con le rispettive famiglie e che per alcune piccole attività il costo del lavoro è effettivamente insostenibile nel medio – lungo termine. Probabilmente un meccanismo virtuoso fatto di paga oraria minima garantita (oggetto di discussione in questi giorni) e radicale riduzione del costo del lavoro a carico dell’imprenditore sarebbe di per sé in grado di ridurre il numero dei lavoratori irregolari senza necessariamente livellare verso il basso gli stipendi.

Create le condizioni per rendere più equo il costo del lavoro, allora a quel punto bisognerebbe intervenire con provvedimenti duri e severi nei confronti di chi continua ad assumere irregolarmente.