> Articoli

DiAvvocato Federico Depetris

Strage di Erba e caso Vannini: magistrati siate giudici e non burocrati

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 11.02.2019 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

elle ultime settimane si è fatto un gran parlare del servizio delle Iene volto a riaprire il caso di Olindo Romano e Rosa Bazzi e della sentenza pronunciata nel caso Vannini, il ragazzo ucciso per errore dal suocero, Antonio Ciontoli, sottufficiale della Marina Militare e membro dei servizi segreti.

In entrambi i casi, per motivi in parte diversi, l’opinione pubblica, si è scagliata con violenza contro i magistrati togati.

Per quanto riguarda il caso della strage di Erba ad essere messo sotto accusa è tutto il sistema giustizia a cui si addebita un presunto errore processuale che avrebbe portato due innocenti ad essere condannati all’ergastolo.

Nel secondo caso, invece, l’opinione pubblica è rimasta fortemente colpita ed indignata per l’atteggiamento del magistrato che, interrotto dalle urla della madre della vittima mentre leggeva il dispositivo della sentenza, avrebbe pronunciato la frase: «se volete andarvi a fare una passeggiata a Perugia ditelo», alludendo alla casa circondariale del capoluogo umbro.

Per quanto concerne il caso di Erba bisogna sgomberare il campo dagli equivoci: Olindo e Rosa sono stati condannati invia definitiva. Ad oggi non vi è alcuna “verità processuale” alternativa che possa indurci a ritenere che i due siano innocenti.

Tuttavia nel caso di Erba vi sono almeno due circostanze che gettano discredito sul nostro sistema giudiziario: l’errore commesso sull’analisi delle registrazioni audio di Mario Frigerio (il super testimone) e la distruzione per errore di una serie di reperti di cui la difesa dei condannati aveva ottenuto il via libera, dopo cinque anni di battaglia legale, a poter esaminare e periziare.

Due errori imperdonabili, il primo imputabile alla Corte d’assise che giudicava in primo grado che ritenne non opportuno disporre una perizia sulle registrazioni audio (che si scoprirà in appello essere state inavvertitamente manipolate e quindi alterate). Del secondo errore, invece, parrebbe essere responsabile un cancelliere troppo zelante, che in maniera illegittima avrebbe distrutto le prove da periziare.

La caduta di stile del Presidente della Corte d’assassise d’Appello del caso Vannini, invece, non merita particolari commenti: si è trattato di un errore che un magistrato non può commettere. Poteva essere giusto, almeno formalmente, il richiamo alla madre del ragazzo ucciso, ma era sufficiente fermarsi all’evidenziare che quella condotta costituiva un’interruzione di pubblico servizio e non anche, in maniera dir poco inelegante, lasciarsi andare a quella sguaiata allusione.

Dinnanzi a sé quel magistrato aveva pur sempre la madre di un ragazzo ventenne ucciso. Ad un uomo di Giustizia è giusto a mio avviso richiedere una certa dose di “umanità” e comprensione, sia verso gli imputati, che verso le vittime.

Senza voler entrare nel dettaglio delle due vicende, questi episodi mi consentono di riflettere su uno dei grandi mali del nostro sistema giudiziario: la burocraticizzazione della Giustizia.

Lentamente, ma progressivamente, i nostri magistrati, sotto il peso di un’enorme mole di lavoro, si sono trasformati in uomini di equilibrio e giustizia, in burocrati chiamati a dover decidere centinaia e centinaia di casi.

E si badi bene che questo male da lungo tempo ha iniziato ad affligere la Giustizia italiana. Lo testimoniava lucidamente Piero Calamandrei, insigne avvocato e giurista, già negli anni ’30 e ’50 del secolo scorso nel suo “Elogio dei giudici scritto da un avvocato”, un volume di anedotti e storie che ogni Giudice ed ogni Avvocato dovrebbe leggere almeno una volta nella vita.

L’insigne giurista notava come: «La pigrizia porta ad adagiarsi nell’abitudine, che vuol dire intorpidimento della curiosità critica e sclerosi dell’umana sensibilità: al posto della pungente pietà che obbliga lo spirito a vegliare in permanenza, subentra cogli anni la comoda indifferenza del burocrate, che gli consente di vivere dolcemente in dormiveglia».

Ed infatti, il giudice sommerso di carte e fascicoli, sempre più spesso è solito abbandonarsi a decidere i casi spesso con superficialità, in maniera routinaria, con provvedimenti sbrigativi, riducendo al minimo indispensabile l’attività istruttoria, dando così alla luce a sentenze, decreti ed ordinanze superficiali e spesso ingiuste.

Il magistrato non deve essere un burocrate, un semplice passacarte, il magistrato deve necessariamente prostrarsi alla ricerca della “verità” e a servire, quindi, con assoluta devozione la Giustizia. Se questo dovesse richiedere il dover eseguire una perizia di più, tanto meglio. Se la ricerca della verità dovesse imporre di sentire altri testimoni, che così sia disposto.

L’esercizio dell’alto ruolo di magistrato impone la comprensione non solo dei tecnicismi giuridici, ma anche dello spirito delle persone e degli eventi. Impone, quindi, senso di umanità e comprensione; richiede un animo profondo e sempre curioso.

È vero, la madre di Vannini ha interrotto la lettura del dispositivo: tuttavia è la madre disperata che ha visto il suo unico figlio, nel fiore dei suoi anni, morire stupidamente. Nessuna sentenza potrà mai dare pace a quella madre; il dolore che l’affligge è incommensurabile. Allora perché provocarle anche l’umiliazione di essere così redarguita in un momento di evidente appannamento delle sue facoltà mentali?

Questi errori, queste cadute di stile, questa mancanza di sensibilità non fanno che acuire la diffidenza dei cittadini nei confronti della magistratura e più in generale di tutti gli operatori della Giustizia; diffidenza riassunta esemplarmente in una frase che ebba a dirmi una mia cliente il giorno che precedeva la pubblicazione di una sentenza in una causa delicata e difficile: «Avvocato è vero che quando entra la Corte, esce la Giustizia?».

DiAvvocato Federico Depetris

Dj Fabo e l’eutanasia. Cosa cambia dopo l’ordinanza della Corte Costituzionale

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 16.01.2019 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]2005

Il 24 ottobre 2018 la Corte Costituzionale ha emesso l’ordinanza n. 207 con cui è intervenuta sulla questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte d’Assise di Milano nel processo che vede imputato Marco Cappato(noto esponente dei Radicali) per il reato di cui all’art. 580 codice penale (Istigazione o aiuto al suicidio).

Cappato, com’è noto, si offrì di accompagnare Fabio Antoniani (noto come Dj Fabo) in Svizzera in una apposita clinica ove sarebbe stato assistito nel suicidio.

Antoniani a causa di un gravissimo incidente stradale avvenuto nel 2014 era divenuto completamente cieco, tetraplegico, necessitava di essere alimentato e di aiuto nella respirazione.

Le sue condizioni cliniche erano irreversibili.

Nonostante le gravissime lesioni e patologie che lo affliggevano e che gli causavano fortissimi dolori e sofferenze fisiche, Antoniani aveva conservato perfettamente intatte le proprie facoltà intellettive.

Nel 2016 Antoniani iniziò a manifestare il desiderio di porre fine, in maniera rapida e dignitosa, alla propria esistenza.

Nonostante le resistenze dei propri familiari, amici ed affetti più cari, la volontà di Antoniani si rafforzò al punto di avviare, grazie a Marco Cappato dell’associazione Luca Coscioni, le pratiche necessarie per ottenere in Svizzera assistenza clinica nel suicidio.

In Italia, infatti, Antoniani non avrebbe potuto chiedere a nessuno di essere assistito nel suicidio (che a causa delle sue condizioni cliniche non era in grado di poter compiere autonomamente) in quanto l’art. 580 del codice penale dispone che: «Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima. Le pene sono aumentate se la persona istigata o eccitata o aiutata si trova in una delle condizioni indicate nei numeri 1 e 2 dell’articolo precedente. Nondimeno, se la persona suddetta è minore degli anni quattordici o comunque è priva della capacità d’intendere o di volere, si applicano le disposizioni relative all’omicidio».

L’unica soluzione legale in Italia per Dj Fabo era quella di farsi indurre a sedazione profonda e quindi far cessare la propria alimentazione e così attendere, per giorni e giorni, il sopraggiungere della “morte naturale”. Una soluzione che Antoniani, molto lucidamente, scartò a causa delle ripercussioni psicologiche che tale lunga agonia avrebbe provocato ai suoi affetti più cari.

Non rimaneva al Sig. Antoniani, quindi, che il viaggio in Svizzera, dove, accompaganto da Marco Cappato avrebbe infine assunto il 27 febbraio del 2017 il farmaco che ne avrebbe determinato la morte.

La Corte d’Assise di Milano chiamata a processare Marco Cappato ha sollevato questione di legittimità costituzionale sostenendo che la ratio dell’art. 580 c.p., che sostanzialmente dipinge il suicidio quale un atto essenzialmente “negativo” perché contrario al principio di sacralità e indisponibilità della vita, si ponga in contrasto con l’art. 2 e 13 della Costituzione posti a presidio della libertà personale.

Inoltre secondo i giudici milanesi la norma sarebbe incostituzionale ove equipara e punisce in egual modo le condotte di chi induce altri al suicidio e le condotte di chi si limita ad aiutare il soggetto a suicidarsi senza tuttavia influire sul processo volitivo posto alla base di tale decisione estrema.

Sostanzialmente il cuore dell’intera vicenda, al di là dei suoi tecnicismi giuridici, è questo: un soggetto gravemente malato, sottoposto a gravi sofferenze fisiche e psichiche, in uno stato morboso irreversibile (ossia incurabile), perfettamente in grado di intendere e di volere, può legittimamente invocare il diritto di poter porre termine alla propria esistenza e quindi ottenere aiuto nel suicidarsi?

La Corte Costituzionale, contrariamente a quanto espresso da numerosi giornali in maniera troppo affrettata e semplicistica, non ha integralmente accolto le argomentazioni proposte dalla Corte d’Assise di Milano, ma ha preferito, in maniera decisamente più opportuna, procedere in maniera più cauta e ragionevole.

Innanzitutto hanno osservato i Giudici costituzionali che il nostro ordinamento non punisce il suicidio, semmai punisce le condotte di chi induca o aiuta altri al suicidio. Il suicida, anche nelle ipotesi di suicidio tentato, non è mai punito. L’art. 580 del codice penale, quindi, vuole tutelare il soggetto da qualsivoglia forma di intromissione di terzi nel processo decisionale e nei conseguenti atti materiali finalizzati ad auto-provocare la morte. In chi matura la decisione di un atto estremo come il suicidio, il Legislatore vuole scongiurare ogni forma di interferenza. Il rischio, è evidente, è quello che persone fragili possano essere aiutate o indotte ad una decisione che una volta presa è irreversibile..

Quindi, in definitiva, l’incriminazione dell’aiuto al suicidio trova la sua ragion d’essere nelle suddette esigenze di tutela ed è quindi pienamente conforme al Testo costituzionale.

Il punto, semmai, come già anticipato è un altro.

La Corte Costituzionale si chiede, infatti, come trattare quei casi in cui 1) la persona sia affetta da patologia irreversibile; 2) la persona sia soggetta a intollerabili sofferenze; 3) la persona sia tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno che ne consentano la respirazione, l’alimentazione etc; 4) la persona sia capace di intendere e di volere.

La legislazione attuale non consente al medico di proporre al paziente trattamenti che possano provocarne una rapida ed indolore morte, essendo solo possibile al personale sanitario suggerire le “cure del dolore” e far attendere al paziente (ore, giorni, settimane, mesi …) che sopraggiunga la morte.

La Corte afferma quindi, ai sensi degli art. 2, 13, e 32 della Costituzione, il diritto del paziente a poter porre fine, nelle condizioni sopra descritte, alla propria esistenza e quindi ritiene non potersi sanzionare penalmente chi presti il proprio aiuto affinché tale desiderio possa tradursi in realtà.

La Corte, però, ritiene che un argomento così complesso e delicato meriti il dovuto appronfondimento e soprattutto una disciplina organica da parte del legislatore.

Non si può infatti, come magari auspicato dalla Corte d’Assise di Milano, semplicemente dichiarare incostituzionale l’art. 580 c.p. ove sanziona penalmente anche l’aiuto nel suicidio commesso da chi si trovi nelle condizioni sopra illustrate (ossia le condizioni di Dj Fabo). La Corte Costituzione osserva infatti come una tale pronuncia aprirebbe la strada a cliniche della morte fai da te, improvvisazioni ed abusi. Si ha la necessità invece che il legislatore intervenga prevedendo modalità di attuazione del fine vita che coinvolgano personale medico qualificato, luoghi idonei etc.

La Corte costituzionale, in passato, in tutti i casi in cui si ravvisava la necessità di un intervento del legislatore, dichiarava l’inammissibilità della questione sollevata, riservandosi una declaratoria di incostituzionalità della norma qualora il legislatore non fosse intervenuto. Nel caso in esame, considerata la delicatezza della questione, la Corte ha invece rinviato l’udienza al 24 settembre 2019: per allora il legislatore dovrà essere intervenuto al fine di evitare che si apra nel nostro ordinamento un pericolosissimo vuoto normativo.

DiAvvocato Federico Depetris

La difesa è sempre legittima (?)

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 17.12.2018 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Qualche giorno fa attendevo con un mio cliente, essendo arrivati molto in anticipo, che venisse chiamata la nostra udienza.

Per passare il tempo si parlava del più e del meno quando il discorso cadde sulla riforma della legittima difesa caldeggiata da Matteo Salvini.

Il mio cliente “vanta” una lunga carriera criminale, iniziata negli anni Sessanta e conclusasi pochi anni fa con l’uscita definitiva dal carcere. Prima di dedicarsi a crimini di maggior spessore, il mio cliente da ragazzo aveva iniziato a farsi strada nella malavita torinese come ladro.

Il suo punto di vista sulla legittima difesa era interessante.

«Non ho mai portato un’arma per fare un furto. Appena mi accorgevo che in casa c’era qualcuno scappavo via più veloce che potevo. Non ho mai voluto praticare violenza contro le vittime. Oggi come oggi però ho l’impressione che tanti ladri siano armati per difendersi. Si portano dietro le armi perché ormai sempre più persone hanno iniziato ad armarsi e a sparare».

C’è sicuramente del vero nelle parole del mio cliente.

Se si diffondesse l’idea che sia sempre e comunque lecito sparare a chiunque sia sorpreso a rubare, il rischio è che anche i ladri, persino quelli che non si sognerebbero mai di aggredire la vittima, inizino a giare armati di tutto punto per essere pronti a rispondere al fuoco.

Il tema della legittima difesa è estremamente complesso e per poterlo affrontare serenamente bisognerebbe mettere da parte tutte quelle semplificazioni grottesche che abbondano nelle bocche dei nostri politici. Da destra non si fa altro che ripetere che “la difesa sia sempre legittima”. Da sinistra ogni volta che si invoca una riforma della legittima difesa si strilla sempre al “pericolo Far West” (pensando peraltro erroneamente che detenzione delle armi e legittima difesa siano la stessa cosa).

Bisogna iniziare con il dire chiaramente (e mi rivolgo soprattutto alla “destra”) che ogni qual volta una persona venga uccisa o gravemente ferita, sia essa un ladro o un santo, è indispensabile e necessario che sia avviata una scrupolosa indagine penale. Questo è un semplice principio di civiltà.

Non è pensabile che la magistratura non intervenga per chiarire la dinamica che ha portato alla morte o al ferimento di una persona. Su questo punto anche Salvini dovrà mettersi l’anima in pace.

Detto questo, bisogna ora chiedersi se vi sia effettivamente la necessità di una riforma della legittima difesa.

Ho sempre pensato, e ne sono ancora convinto, che la struttura della nostra legittima difesa, così come “disegnata” dal legislatore del 1930 sia una costruzione geometrica perfetta.

Il modo con cui si devono combinare i criteri di proporzionalità e necessarietà non poteva essere descritto meglio nell’art. 52  del codice penale. Tuttavia, l’applicazione pratica e concreta spesso non è così semplice come avevano ipotizzato gli accademici guidati da Alfredo Rocco.

Nella scienza giuridica statunitense la legittima difesa non ha avuto, almeno originariamente, una formulazione così sofisticata come quella vigente nel nostro ordinamento giuridico. In America infatti ha preso forma quella che viene chiamata  “Castle doctrine” , letteralmente “la dottrina (meglio legge) del Castello” che nella sua manifestazione più estrema può riassumersicosì: se entri in casa mia (il mio castello) e non sei autorizzato, io (il signore del castello) posso ucciderti.

In verità negli USA nessuno stato applica una Castle Doctrine “pura”, tuttavia l’atteggiamento delle pubbliche autorità nei confronti delle reazioni alle illegittime intrusioni in casa è senza dubbio diverso rispetto a quello italiano.

La riforma di Salvini, almeno negli obbiettivi, tende a far vacillare i due paletti della necessarietà e proporzionalità (quest’ultimo già intaccato dalla riforma del 2005) in favore di un amplialmento dei casi in cui la reazione all’altrui ingiusta offesa possa ritenersi legittima, quindi lecita.

Infatti nel testo sulla legittima difesa che è già stato approvato dal Senato fa capolino il nuovo concetto di “grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto”. Questo breve periodo dovrebbe consentire, secondo i promotori della riforma, il superamento dell’accertamento della necessarietà della condotta concretamente tenuta dall’aggredito. La riforma, quindi, mira ad ampliare il raggio di azione della legittima difesa.

Nel suo complesso la riforma sulla legittima difesa ha ottenuto la bocciatura senza appello da parte del Procuratore di Torino Armando Spataro, che l’avrebbe definita persino “aberrante”, ma anche una più cauta stroncatura, soprattutto in quelle che sono state definite le sue “premesse irrazionali”, da parte dell’Unione delle Camere Penali.

Non è mancata anche la presa di posizione da parte del presidente emerito della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky che ha precisato che «sul piano legale e giudiziario queste modifiche cambiano poco o nulla. Pericolosamente possono però lanciare un messaggio: si può sparare di più».

Ma perché, ci chiedevamo, intervenire sulla legittima difesa?  Era necessario?

Sono dell’opinione che senza dubbio un qualche intervento sulla legittima difesa fosse dovuto e ciò in quanto la proposta di riforma è la risposta (forse non la più corretta) ad un problema reale e concreto.

Le statische ufficiali, che raccolgono le denunce effettivamente formalizzate, ci descrivono un costante calo del numero di furti, rapine e omicidi.

Tuttavia non tutte le rapine e furti vengono segnalati alle Forze dell’ordine. Si stima che solo il 70% dei furti venga effettivamente denunciato, ma il dato è in costante calo. Esiste quindi una profonda sfiducia dei cittadini nei confronti della giustizia e nelle capacità delle Forze dell’ordine di prevenire e contrastare questi fenomeni criminali che quindi non vengono nemmeno più segnalati.

Il furto in abitazione provoca un profondo turbamento nella vittima. L’idea che qualcuno si sia introdotto in quello che è per definizione il nostro luogo più sicuro, la casa, genera una profonda preoccupazione e paura che può anche spingere le vittima ad organizzarsi per evitare che in futuro possano essere commessi altri furti, ricorrendo ad espedienti “fai da te” spesso pericolosi, ma che vengono considerati l’unica iniziativa utile o comunque attuabile per evitare nuove intrusioni.

Inoltre il degrado dilagante nei quartieri, notizie di cronaca che descrivono assalti violenti da parte di rapinatori e l’impossibilità per le Forze dell’ordine di presidiare capillarmente il territorio, generano un profondo sentimento di insicurezza che colpisce tutta la collettività.

Lo Stato, semplicemente, ha fallito uno dei suoi scopi principali: quello di garantire la sicurezza dei suoi cittadini. Per ovviare a tale fallimento il legislatore ricorre ad alcuni provvedimenti di “comodo” (peraltro probabilmente inefficaci) come la riforma della legittima difesa, senza dover affrontare alla radice ed in maniera efficace i problemi.

Infine è doveroso, notare, comunque, come alcune modifiche proposte da Salvini con la riforma della legittima difesa siano pienamente condivisibili.

È molto interessante, ad esempio, l’istituzione di un fondo che possa intervenire per coprire le spese legali di chi trovatosi indagato e poi imputato sia stato assolto una volta riconosciuta la causa di giustificazione della legittima difesa.

Una novità, questa, che può essere accolta positivamente e che mi auguro che non sia destinata ad essere accantonata per le solite, mere e basse, “ragioni economiche” e di bilancio.

DiAvvocato Federico Depetris

La vita degli ebrei nel ghetto di Torino

La vita degli ebrei nel ghetto di Torino

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 21.11.2018 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Dell’antico ghetto ebraico di Torino oggi non rimangono che imponenti cancelli in ferro e alcune finestre, una vicina all’altra, a testimonianza del sovraffollamento del quartiere israelitico.

Il più noto ghetto ebraico di Torino venne istituito nel 1679 nell’isolato fra le attuali via Maria Vittoria, via Principe Amedeo, via Bogino e via San Francesco da Paola.

Rispetto ad altri stati pre-unitari l’istituzione del ghetto, ossia di un luogo di segregazione, arrivò solo nel XVII secolo a causa della politica spesso ambigua tenuta dai Savoia nei confronti delle minoranze religiose presenti nel Ducato. Infatti solo le pressioni del Papa, infine, costrinsero i piemontesi ad adottare politiche sempre più restrittive nei confronti della minoranza ebraica.

Quali regole erano previste per gli ebrei del ghetto di Torino?

Con le Leggi e Costituzioni di Sua Maestà del 1729, il Legislatore sardo-piemontese raccolse in un unico testo una serie di disposizioni normative relative ai giudei già adottate nei secoli precedenti e le nuove disposizioni che il Sovrano, in conformità a quanto avveniva negli altri stati pre-unitari, intedeva adottare per disciplinare lo status giuridico degli ebrei.

Innanzitutto gli ebrei non potevano vivere dove volevano. I sudditi di fede ebraica infatti presenti nel Regno avrebbero dovuto trasferirsi nelle città  (Torino, Chieri, Ivrea e altre) in cui veniva “tollerata” la loro presenza e ove sarebbero stati confinati in quartieri (ghetti) a loro appositamente dedicati.

Gli ebrei dal calare al sorgere del sole (quindi nell’orario notturno) non potevano uscire dal ghetto e se venivano scoperti nel violare la predetta norma venivano condannati al pagamento di venticinque lire oppure, se non potevano pagare, a otto giorni di carcere per ogni giorno sorpresi fuori dal ghetto in orario notturno. Solo in occasione delle fiere i commercianti ebrei potevano passare le notti fuori dal ghetto. Era loro consentito infatti trascorrere dieci giorni prima della fiera e dieci giorni dopo, fuori dalle loro case. La ratio della deroga era certamente quella di evitare l’isolamento economico e commerciale delle comunità ebraiche composte in gran numero da abilissimi e apprezzati artigiani.

Invece nei giorni in cui si celebrava la Passione di Cristo agli ebrei era tassativamente vietato uscire dal ghetto, inoltre nelle abitazioni che si affacciavano fuori dal ghetto le finestre dovevano essere chiuse e oscurate: gli ebrei non dovevano mostrarsi ai cristiani durante i giorni in cui si celebrava l’agonia di Gesù sulla Croce.

Gli ebrei che avevano più di quattordici anni dovevano portare un segno distintivo di colore giallo “tra petto e braccio destro” in maniera tale da essere riconoscibili non solo alle autorità, ma soprattutto agli altri regnicoli. Tuttavia quando gli ebrei erano impegnati in lunghi viaggi (ad esempio per raggiungere una fiera) erano esentati dal portare il segno distintivo e ciò, probabilmente, per metterli al riparo da predoni e briganti che avrebbero visto in loro delle facili prede.

Per quanto riguarda i beni di cui gli ebrei potevano essere proprietari bisogna segnalare che essi potevano possedere denaro, oro e oggetti preziosi (eccetto quelli che fossero stati dedicati al culto cristiano), anche ricevuti in pegno da cristiani, ma era loro proibito possedere beni “stabili” ossia beni immobili.

Tutte le case del ghetto erano quindi di proprietà di cristiani che erano costretti a darle in locazione ad ebrei, i quali quindi dovevano corrispondere il canone di locazione. Cosa capitava quando la casa fosse stata data in locazione ad una famiglia ebrea indigente che non poteva pagare il canone? Di certo gli occupanti non potevano essere cacciati in quanto non potevano che vivere nell’angusto ghetto, che in genere era sempre sovraffollato, inoltre la casa poteva essere data in locazione solo ad ebrei, perché solo a loro era consentito vivere nel ghetto. In questi casi le autorità giudiziarie stabilirono che i canoni di locazione per le famiglie indigenti fossero pagati da tutti gli altri membri della comunità.

I residenti del ghetto, quindi, dovevano tutti contribuire a pagare i padroni cristiani degli immobili e ciò al fine di tenere indenni dalle perdite quei cristiani che avevano avuto la “sventura” di essere proprietari di un immobile del ghetto. (Cfr. Giurisprudenza Patria ossia Raccolta di Casi Decisi e Massime Assentate dai Supremi Magistrati deli Stati di S. S. R. M. il Re di Sardegna, posta per ordine alfabetico, Torino, 1815).

Agli ebrei era poi naturalmente proibito bestemmiare il nome di Dio. Tale reato, considerato gravissimo, era punito con la morte. Tuttavia la Legge del Regno consentiva agli ebrei di praticare i loro riti e culti, ma era proibita la costruzione, anche nei ghetti, di nuove sinagoghe e comunque durante i loro riti  gli israeliti dovevano tenere un “tuono modesto e sommesso” per non farsi udire dai cristiani.

In generale la Legge del Regno, nonostante prevedesse un rigido regime segregazionista, accordava un regime di tutela e protezione agli ebrei in quanto era vietato ucciderli o percuoterli ed era parimenti vietato danneggiarne le abitazioni e le botteghe.

Era altresì vietato convertire con la forza i giudei al cristianesimo. Questo reato era punito con tre anni di carcere per gli uomini e tre mesi per le donne. La loro conversione, sempre possibile, doveva avvenire in maniera assolutamente libera e spontanea, in accordo peraltro con quanto sancito dalle norme di diritto Canonico.

Le conversioni costituivano un indubbio vantaggio, in quanto aderendo al cristianesimo si era svincolati immediatamente dalle rigide regole imposte dalle legge ai giudei. La legge in un certo senso incoraggiava persino le conversioni, infatti chi si convertiva al cristianesimo, oltre a non essere più soggetto alle norme segregazioniste, otteneva immediatamente dai propri ascendenti subito la dote e la quota di legittima ereditaria, più una quota ulteriore all’effettiva morte dei propri genitori. La conversione al cristianesimo rappresentava per la famiglia ebrea di origine del convertito un gravissimo problema economico in quanto determinava un forte ed immediato impoverimento.

I convertiti acquisivano tutti i diritti dei cristiani, tuttavia a loro era tassativamente proibito parlare con gli ebrei (non convertiti) al fine di evitare che potessero “ritornare alla primiera perfidia”. Quindi una volta convertiti era per loro impossibile mantenere un rapporto affettivo e relazionale con i propri parenti rimasti nella fede ebraica.

Le legislazione segregazionista sabauda, al pari di quelle largamente diffuse in tutta Europa e risalenti per lo più al medioevo, non era poi così dissimile da quella adottata dal Legislatore nazional-socialista. Anzi, le leggi razziali tedesche si ispirarono proprio alla ricca tradizione di editti e statuti antisemiti dei borghi e delle libere città germaniche adottati nel medioevo in lungo ed in largo in tutto il territorio del Sacro Romano Impero (Cfr. Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei d’Europa), legislazioni molto simili a quella “nostra” sardo-piemontese qui brevemente descritta.

La differenza più importante tra la legislazione segregazionista ed anti-ebraica nazional-socialista e quella cristiana è data dal differente presupposto che ne è origine e fonte. La legislazione antisemita tedesca degli anni trenta del secolo scorso era di stampo prettamente razziale, ossia gli ebrei venivano considerati come appartenenti ad una razza culturalmente e biologicamente ben definita e quindi dovevano essere “separati” dagli ariani affinché questi ultimi non venissero “contaminati” dai primi.

La legislazione antisemita sardo-piemontese, al pari di quelle adottate ovunque in Europa, invece era di stampo confessionale. Gli ebrei erano segregati perché considerati “malefici”“assassini di Dio”. Era però sufficiente per un ebreo torinese convertirsi per svincolarsi dalle leggi segregazioniste, cosa che al contrario non avveniva secondo le leggi razziali tedesche del secolo scorso: l’ebreo tedesco rimaneva tale per sempre, fino alla morte e senza possibilità di scampo.

Per gli ebrei torinesi tutto cambierà nel 1848 con la riconosciuta libertà di culto per tutti i regnicoli, ebrei compresi, e quindi con la fine delle politiche segregazioniste, dei segni di riconoscimento e degli odiati ghetti.

DiAvvocato Federico Depetris

Una via a Stefano Cucchi? Meglio dedicarla alla sorella

[ARTICOLO DI FEDERICO DEPETRIS DEL 26.10.2018 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Il Municipio VIII di Roma ha dato via all’iter burocratico per l’intitolazione di una strada a Stefano Cucchi, il trentunenne morto il 22 ottobre del 2009 nel reparto per detenuti dell’Ospedale Sandro Pertini.

Ad oggi numerose inchieste giudiziarie e ben quattro gradi di giudizio, compreso quindi un rinvio in Corte d’Appello, non hanno ancora permesso di fare luce sulla morte del detenuto Stefano Cucchi.

La svolta parrebbe infine essere giunta solo lo scorso 11 ottobre, dopo che sono divenute di dominio pubblico le dichiarazioni di un militare dell’Arma dei Carabinieri che avrebbe confermato, con dovizia di particolari, il pestaggio commesso da alcuni suoi colleghi in danno di Stefano Cucchi.

Una vicenda terribile, dai tratti inquietanti.

Per chi nella vita fa di professione l’avvocato è difficile, anzi direi impossibile, commentare inchieste e processi dei quali si ha solo una conoscenza filtrata dai giornalisti. Mi asterrò quindi, per il momento, da qualsivoglia commento sulle vicende processuali che riguardano questa triste storia.

È superfluo dirlo, ma è bene tenere sempre a mente che in uno stato di diritto chi è nella custodia dello Stato non può essere oggetto di trattamenti inumani, violenti, criminali. Chi veste una divisa, tanto più se ricca di storia e prestigio come quella dell’Arma dei Carabinieri, deve mantenere sempre un comportamento ispirato alla più alta rettitudine e al più assoluto rispetto della legge. Chi veste la divisa, infatti, incarna ed incorpora una funzione, quasi sacra, di rappresentanza della comunità che ha giurato di difendere.

Stefano Cucchi è stata la vittima, certamente, di un brutale pestaggio. Una vittima a cui, però, francamente non intitolerei una strada pubblica.

L’intitolazione delle strade avviene di regola in favore di persone che hanno reso grandi servigi allo Stato o alla comunità locale. Oppure le strade vengono dedicate a personaggi a cui si attribuiscono grandi meriti in ambito politico, culturale, sociale sia in ambito nazionale che eventualmente internazionale. Si intolano le vie agli eroi del Risorgimento, della Grande Guerra, ai grandi scenziati, agli scrittori, pittori e scultori. Si intitolano strade anche ai grandi magnati dell’industria che hanno portato innovazione e creato posti di lavoro. Si intitolano vie e piazza a personaggi dello sport e ai servitori dello Stato caduti nell’adempimento del loro dovere e così via.

In sintesi, si intitolano strade e vie a uomini e donne che la comunità vuole prendere ad esempio e tenere vivi nel ricordo delle generazioni future.

La vicenda di Stefano Cucchi senza dubbio merita di essere studiata, ricordata e mai dimenticata. Ma Stefano Cucchi non era un eroe e nemmeno la sua drammatica morte lo ha reso tale.

Stefano Cucchi non sarà mai un esempio per le generazioni future.

Se proprio a seguito della morte di Stefano Cucchi è diventato necessario dedicare una via che ci sia da monito per il futuro e che quindi ci spinga come comunità nazionale ad una riflessione sui diritti dei detenuti, allora che la strada sia dedicata ad Ilaria Cucchi, che, a modo suo, è stata una piccola eroina dei nostri tempi, che negli anni, con le unghie e con i denti, si è battuta valorosamente per scoprire la verità sulla morte del fratello.

A Ilaria Cucchi deve essere riconosciuto il grandissimo merito di non essersi arresa, anche quando nei processi la strada per giungere alla verità sembra sempre più lontana. La sorella di Stefano può essere presa ad esempio di perseveranza, di coraggio, di tenacia. Ilaria Cucchi si è battuta per l’ultimo degli ultimi: un detenuto tossicodipendente, pregiudicato e spacciatore.

Non so se i carabinieri saranno infine condannati ed eventualmente per quali reati. Tuttavia ammiro la tenacia della signora Cucchi e nell’epoca odierna di assoluto decadimento di valori quali ad esempio il coraggio e la perseveranza, Ilaria ben può assurgere al ruolo di “esempio”, sperando però che non rovini tutto con suoi improbabili impegni in politica.

Se vogliamo dedicare una via, dedichiamola a Ilaria Cucchi, che per nove anni ha sfidato le ingiustizie, le omertà e gli ostacoli di un sistema spesso congegnato per allontanare la verità dalle aule di giustizia.

Le vie, secondo la normativa vigente, non possono essere intitolate a persone in vita o decedute da meno di dieci anni (salva la possibilità di deroga per quest’ultimo caso). Viva a lungo, quindi, Ilaria. Continui a battersi per i diritti dei detenuti e alla fine sarei ben lieto di vedere una via dedicata alla sua persona, a testimonianza che anche in un moderno stato di diritto a volte è necessario battersi fino all’ultimo per vedere trionfare la giustizia.

 

DiAvvocato Federico Depetris

Mancato pagamento TFR e stipendi: il Fondo di garanzia INPS

La crisi di liquidità che colpisce le imprese italiane ha determinato negli ultimi anni  un crescente aumento di casi in cui il Datore di lavoro non riesce a corrispondere il trattamento di fine rapporto e la stessa retribuzione.

Nei casi in cui un lavoratore non ottenga il pagamento delle retribuzioni arretrate e dell’indennità di fine rapporto, il Legislatore ha previsto alcuni rimedi finalizzati a garantire comunque al Lavoratore un soddisfacimento, anche solo parziale, delle sue ragioni creditorie.

Quando un Datore di lavoro non effettua i pagamenti dovuti, si consiglia al Lavoratore di rivolgersi senza ritardo ad un proprio avvocato di fiducia.

Infatti, salvo i casi in cui non sia già intervenuto il fallimento del Datore di lavoro, il Lavoratore deve iniziare subito ad interessarsi per il recupero del proprio credito. L’avvocato nominato provvederà senza ritardo ad avviare tutte le più opportune iniziative giudiziali per ottenere la condanna del Datore di lavoro al pagamento degli stipendi arretrati e del Tfr.

Ottenuta la condanna, si dovrà procedere ad avviare i pignoramenti più opportuni al fine di recuperare coattivamente quanto dovuto al lavoratore.

Cosa succede nel caso in cui i pignoramenti dovessero risultare negativi in quanto il Datore di lavoro, ad esempio, risulti nullatenente?

In questi casi si potrà accedere al Fondo di garanzia INPS che garantisce il recupero dell’intero Tfr e delle somme dovute negli ultimi tre mesi di lavoro.

Per quanto riguarda le somme diverse dal Tfr è bene evidenziare che”Il pagamento effettuato dal Fondo di garanzia ai sensi dell’art. 1 è relativo ai crediti di lavoro, diversi da quelli spettanti a titolo di trattamento di fine rapporto, inerenti gli ultimi tre mesi del rapporto di lavoro rientranti nei dodici mesi che precedono: a) la data del provvedimento che determina l’apertura di una delle procedure indicate nell’art. 1, comma 1; b) la data di inizio dell’esecuzione forzata; c) la data del provvedimento di messa in liquidazione o di cessazione dell’esercizio provvisorio ovvero dell’autorizzazione alla continuazione dell’esercizio di impresa per i lavoratori che abbiano continuato a prestare attività lavorativa, ovvero la data di cessazione del rapporto di lavoro, se questa è intervenuta durante la continuazione dell’attività dell’impresa.” ( 1rt. 2 comma 1 Dlgs 80/92).

Nel caso in cui il Datore di lavoro sia stato dichiarato fallito, in lavoratore, in proprio ovvero con l’ausilio di un avvocato, dovrà insinuarsi al passivo fallimentare e quindi, divenuto esecutivo lo stato passivo non opposto, si potrà richiedere l’accesso al fondo di garanzia Inps.

Avv. Federico Depetris

Diadmin

Sovraindebitamento: ammesso il patrocinio a spese dello stato.

Il Tribunale di Torino sentenza del 16 novembre 2017 ha precisato che:  “La normativa sul gratuito patrocinio trova applicazione anche nelle procedure di sovraindebitamento, avendo la stessa carattere generale in applicazione dell’art. 24 della Costituzione e non trovando applicazione le regole sul pagamento dei professionisti proprie delle procedure di concordato preventivo, stante l’autonomia sistematica e funzionale degli istituti contemplati nella legge n. 3 del 2012.

Prima della sentenza del Tribunale di Torino in molti dubitavano dell’ammissibilità del patrocinio a spese dello Stato per coloro i quali intendessero avvalersi dell’assistenza di un avvocato per avviare le procedure previste dalle legge n. 3 del 2012, meglio nota, giornalisticamente, come “legge salva suicidi“.

La precisazione del Tribunale di Torino, molto attesa, ha il merito di favorire l’accesso alle procedure di sovraindebitamento assicurando la possibilità a tutti i cittadini di poter tentare la strada dell’esdebitazione, ossia della cancellazione di tutti i debiti.

Con le procedure di cui alla legge n. 3 del 2012, vi è infatti la possibilità di riuscire ad ottenere uno stralcio significativo dei debiti e la possibilità di una loro cancellazione al termine della procedura. Possono essere oggetto di stralcio praticamente tutti i debiti, quindi anche quelli contratti con le banche, quelli con l’Agenzia delle entrate (ad eccezione di quelli relativi ad alcune imposte e dazi), con fornitori etc.

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

COME CANCELLARE TUTTI I DEBITI. ESDEBITAZIONE FALLIMENTARE.

ESDEBITAZIONE FALLIMENTARE: CANCELLARE TUTTI I DEBITI DOPO LA CHIUSURA DEL FALLIMENTO.

Una volta intervenuta la chiusura di una procedura fallimentare, i creditori rimasti insoddisfatti potranno aggredire il patrimonio del fallito.

Nel caso in cui, quindi, a fallire sia stata anche una persona fisica, questa, dopo la chiusura del fallimento, è comunque tenuta ed obbligata a dare piena soddisfazione ai propri creditori rimasti insoddisfatti in sede concorsuale.

Vi è tuttavia la possibilità per il debitore di chiedere la “cancellazione” di tutti i suoi debiti.

L’art. 142 della Legge Fallimentare individua i requisti per chiedere ed ottenere il decreto di esdebitazione.

Il fallito persona fisica è ammesso al beneficio della liberazione dai debiti residui nei confronti dei creditori concorsuali non soddisfatti a condizione che: 1) abbia cooperato con gli organi della procedura, fornendo tutte le informazioni e la documentazione utile all’accertamento del passivo e adoperandosi per il proficuo svolgimento delle operazioni; 2) non abbia in alcun modo ritardato o contribuito a ritardare lo svolgimento della procedura; 3) non abbia violato le disposizioni di cui all’articolo 48; 4) non abbia beneficiato di altra esdebitazione nei dieci anni precedenti la richiesta; 5) non abbia distratto l’attivo o esposto passività insussistenti, cagionato o aggravato il dissesto rendendo gravemente difficoltosa la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari o fatto ricorso abusivo al credito; 6) non sia stato condannato con sentenza passata in giudicato per bancarotta fraudolenta o per delitti contro l’economia pubblica, l’industria e il commercio, e altri delitti compiuti in connessione con l’esercizio dell’attività d’impresa, salvo che per tali reati sia intervenuta la riabilitazione. Se è in corso il procedimento penale per uno di tali reati, il tribunale sospende il procedimento fino all’esito di quello penale.

L’esdebitazione non può essere concessa qualora non siano stati soddisfatti, neppure in parte, i creditori concorsuali.

Restano esclusi dall’esdebitazione: a) gli obblighi di mantenimento e alimentari e comunque le obbligazioni derivanti da rapporti estranei all’esercizio dell’impresa; (2) b) i debiti per il risarcimento dei danni da fatto illecito extracontrattuale nonché le sanzioni penali ed amministrative di carattere pecuniario che non siano accessorie a debiti estinti. Sono salvi i diritti vantati dai creditori nei confronti di coobbligati, dei fideiussori del debitore e degli obbligati in via di regresso.”

 

L’esdebitazione, come si è visto, può essere concessa solo quando siano stati soddisfatti, anche solo in via parziale i creditori concorsuali.

Secondo un’opinione più restrittiva della predetta disposizione, è necessario che tutti i creditori siano stati parzialmente soddisfatti. Secondo, invece, una diversa interpretazione, è sufficiente che siano stati soddisfatti anche solo alcuni dei creditori.

Tale ultima interpretazione ha infine ottenuto l’avvallo della Corte di Cassazione a Sezioni Unite. La Suprema Corte ha avuto modo, infatti, di chiarire che: ” L’art. 142, co. 2, L.F., deve essere interpretato nel senso che ai fini dell’accesso al beneficio della esdebitazione non è necessario che tutti i creditori concorsuali siano soddisfatti, ma è sufficiente che siano soddisfatti almeno una parte dei creditori. È rimesso al prudente apprezzamento del giudice di merito valutare quando sia avvenuto il soddisfacimento parziale dei crediti richiesto per il riconoscimento del beneficio” ( Cass. Sezioni Unite n. 24215/2011).

Tale principio è stato recentissimamente confermato dalla Suprema Corte di Cassazione nell’ordinanza n. 7550/2018 ove si è affermato che: “È arbitrario considerare unicamente la percentuale di pagamento dei creditori concorsuali come ostacolo decisivo al beneficio dell’esdebitazione. La liberazione dai debiti residui deve essere concessa, a determinate condizioni, a meno che i creditori siano rimasti del tutto insoddisfatti …”

Ai sensi della Legge Fallimentare, inoltre, è necessario non aver riportato alcuna condanna penale per reati commessi nell’esercizio dell’attività di amministrazione dell’impresa.

Cosa accade in caso di applicazione di pena su accordo delle parti (patteggiamento), ad esempio, per bancarotta?

Secondo l’opinione maggioritaria,  non osta alla concessione dell’esdebitazione l’eventuale passaggio in giudicato di una sentenza di patteggiamento. Infatti, la sentenza di applicazione della pena su accordo delle parti è una condanna sui generis in quanto non presuppone una dichiarazione di colpevolezza né può essere considerata una condanna in senso proprio.

Tali principi sono stati fatti propri dai Giudici di merito, in particolare il Tribunale di Padova ha avuto modo di precisare che: “Ai fini della valutazione dei presupposti per la concessione del beneficio dell’esdebitazione, l’esistenza carico del richiedente di un provvedimento di applicazione della pena su richiesta ai sensi dell’articolo 444 c.p.p., che, come è noto, non può avere efficacia di giudicato nel processo civile, costituisce un utile indizio da valutare in concorso con altre circostanze. (Nel caso di specie, il Tribunale ammesso il ricorrente al beneficio dell’esdebitazione, ritenendo che l’applicazione della pena a seguito di patteggiamento per il reato di bancarotta fraudolenta costituisse l’unico indizio sfavorevole al ricorrente a fronte di una pluralità di elementi indicativi di una condotta collaborativa con gli organi della procedura).” (Cfr. Tribunale di Padova, sentenza del 09.02.2013, massima redazionale IlCaso.it – SmartLex24).

Nel caso in cui l’istanza di esdebitazione non venisse accolta, tutti i crediti rimasti insoddisfatti diverrebbero inesigibili nei confronti del fallito, il quale quindi otterrebbe la sua propria e integrale liberazione da ogni obbligo nei confronti dei suoi creditori.

Non bisogna confondere l’esdebitazione fallimentare, con l’istituto di cui alla Legge n. 03 del 2012.

Avv. Federico Depetris

 

DiAvvocato Federico Depetris

MOBBING E STRAINING

Com’è noto, l’insegnamento della Giurisprudenza, ormai consolidatasi, definisce “mobbing” quella “condotta del datore di lavoro sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del dipendente negli ambienti di lavoro che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del lavoratore, con effetto lesivo del suo equilibrio fisio-psichico e della sua personalità” (Cass. 87/2012).

Il mobbing, dunque, è costituito da “… reiterati abusi, idonei a configurare il così detto terrorismo psicologico, con la coscienza ed intenzione del datore di lavoro di arrecare danni – di vario tipo ed entità – al lavoratore medesimo.” (Cass. 16335/2017).

Gli abusi, le vessazioni e le prevaricazioni possono essere poste in essere dal Datore di lavoro, ovvero dal superiore gerarchico, ma anche da altri colleghi di livello non superiore (mobbing orizzontale) e finanche inferiore (c.d. mobbing ascendente) (Cfr. ex multis Cass. 22893/2008).

Com’è noto l’art. 2087 c.c., obbliga il datore di lavoro a predisporre ogni misura di sicurezza finalizzata a tutelare l’integrità fisica, ma altresì la salute psichica e la personalità morale del lavoratore. L’art. 2087 c.c. impone in capo al datore di lavoro la responsabilità per le lesioni psicofisiche subite dal lavoratore a titolo di responsabilità contrattuale.

Il lavoratore, quindi, soggetto alla condotta di mobbing (indifferentemente posta in essere dal Datore di lavoro direttamente ovvero da altri dipendenti) può giovarsi pienamente dell’onere probatorio così come scolpito dall’art. 1218 c.c. .

Recentemente nel nostro ordinamento, affianco all’ormai “tradizionale” figura del mobbing, sta prendendo forma il c.d. “straining”.

Lo straining consiste nel, letteralmente, “mettere sotto pressione il lavoratore”, ossia nel creare un rapporto lavorativo conflittuale e di stress forzato mediante condotte ostili o vessatorie.

Lo straining si differenzia dal mobbing per il fatto che le condotte ostili e vessatorie poste in essere sono limitate ovvero molto distanziate nel tempo, ma cionondimeno determinano un forte turbamento psicologico nella vittima-lavoratore. La Cassazione con la sentenza 3291/2016 sullo straining ha chiarito che con il termine straining si intende ” ... una situazione lavorativa conflittuale di stress forzato, in cui la vittima subisce azioni ostili limitate nel numero e/o distanziate nel tempo (quindi non rientranti nei parametri del mobbing) ma tale da provocarle una modificazione in negativo, costante e permanente, della condizione lavorativa; … il suddetto “stress forzato” puo’ essere provocato appositamente ai danni della vittima con condotte caratterizzate da intenzionalita’ o discriminazione – come e’ avvenuto nella specie per i due episodi che hanno visto il (OMISSIS) come protagonista – e puo’ anche derivare dalla costrizione della vittima a lavorare in un ambiente di lavoro disagevole, per incuria e disinteresse nei confronti del benessere lavorativo; … e’ sufficiente, come si e’ detto, anche un’unica azione ostile purche’ essa provochi conseguenze durature e costanti a livello lavorativo, tali per cui la vittima percepisca di essere in una continua posizione di inferiorita’ rispetto ai suoi aggressori”.

Anche la fattispecie dello straining rientra nella condotta contraria all’art. 2087 c.c., al pari, quindi, del mobbing, di cui, in definitiva, appare una forma più attenuata, ma comunque meritevole di censura.

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

Cittadini e armi: qualche proposta ragionevole oltre il modello Usa e le fobie Ue

[Articolo apparso su Il Primato Nazionale del 18.02.2018. L’articolo originale si trova qui.]

Roma, 18 feb – Dopo l’ennesima strage compiuta in un liceo della Florida lo scorso 14 febbraio da parte di un squilibrato che ha assassinato diciassette persone, anche nella campagna elettorale italiana ha fatto il suo ingresso il tema del possesso e detenzione delle armi da fuoco. Negli Stati Uniti, dopo ogni insensata strage, una parte dell’opinione pubblica, supportata da associazioni vicine al Partito democratico, inizia a chiedere l’introduzione di restrizioni circa la detenzione ed il possesso delle armi da fuoco. Molto spesso il dibattito si svolge su di un piano prettamente emotivo o comunque fortemente ideologizzato. Se si considerano, poi, le semplificazioni ed il duello a colpi di slogan (di basso livello) a cui dobbiamo assistere in Italia ogni qual volta ci troviamo a confrontarci con episodi come quello accaduto a Parkland, pare opportuno provare a fare un pò di chiarezza sul tema.

QUESTA NON È L’AMERICA – L’Italia non è gli Stati Uniti. Dirlo è un’ovvietà, ma è bene ripeterlo ed averlo bene a mente. In Italia l’acquisto di un’arma è sicuramente più complesso che negli Stati Uniti, anche se pure lì non si deve pensare che le armi si acquistino “al supermercato” e senza controlli, come viene spesso detto. Inoltre, qui da noi non è ammessa la detenzione di armi da fuoco automatiche (le armi automatiche che vengono vendute sono trasformate in semi-automatiche). In Italia, ovviamente, non è costituzionalizzato il diritto a detenere armi da fuoco, cosa che invece è presente nel II emendamento della Costituzione americana. Storicamente, la codificazione del diritto a detenere armi da fuoco negli Usa si spiega con la nascita stessa dello stato nordamericano: i coloni, stufi di essere vessati dall’Inghilterra ed avendo ormai maturato una propria identità nazionale, imbracciarono le armi che avevano a disposizione conquistando l’indipendenza dalla Corona inglese. Se non ci fossero state le armi non sarebbero esistiti gli Stati uniti.

A voler portare il discorso ad un maggior livello di approfondimento, non ci si può esimere dal notare come “tradizionalmente” (si pensi alle diete dell’alto medioevo, discendenti dirette delle antiche assemblee germaniche) gli uomini liberi, ossia coloro i quali godevano della pienezza dei loro diritti, erano coloro che portavano le armi. L’esempio più emblematico è rappresentato dalla legge longobarda: i ragazzi divenivano uomini quando raggiungevano la fase adulta e potevano così possedere le armi e partecipare alle assemblee convocate dai duchi, dai principi etc. L’uomo libero, quindi, è per definizione “armato”. Tuttavia questo nobile, e per certi versi ancora attuale, concetto ha finito negli Usa col saldarsi con la cultura fortemente individualista e antistatalista di cui è permeata la Confederazione nordamericana. Ecco allora che essere armati, in America, non significa più potersi difendere dagli aggressori esterni: essere armati per loro significa potersi difendere dalla tirannide dei propri governi centralizzati. Così il “portare le armi”, invece che rappresentare – come dovrebbe essere – l’assunzione dell’impegno a difendere la propria famiglia, il proprio villaggio, il proprio clan, la propria Nazione, si è involuta in una forma di individualismo, così snaturandosi.

IL MODELLO SVIZZERO – La Svizzera è forse lo stato col maggior numero, in proporzione, di cittadini armati. La Confederazione elvetica intende difendere la propria indipendenza e sovranità ad ogni costo, anche ricorrendo, se necessario, all’aiuto e supporto dei propri cittadini che all’occorrenza possono trasformarsi in “franchi tiratori”. In Svizzera il diritto-dovere alla detenzione delle armi da fuoco pare conservare quella sua funzione “tradizionale” di difesa della comunità a cui si accennava poco sopra, che invece il II emendamento americano ha infine perso.

È necessario dire chiaramente che, in ogni caso, la diffusione delle armi da fuoco regolarmente detenute non determina un aumento della commissione di fatti criminali. Chi delinque abitualmente non lo fa certamente adoperando le armi regolarmente denunciate, anche nei casi in cui ne sia regolarmente detentore. Peraltro immaginare che un delinquente abituale e di professione abbia armi regolarmente detenute è più che altro un esempio di scuola: per possedere armi da fuoco in Italia è infatti necessario non avere precedenti penali. I delinquenti abituali, i terroristi ed i membri della criminalità organizzata si riforniscono di armi in un prolifico mercato nero. Per poche centinaia di euro in una qualsiasi città italiana è di fatto possibile acquistare fucili automatici provenienti dagli arsenali delle disciolte repubbliche socialiste dell’est europa o acquistare pistole per poche decine di euro.

Peraltro si noterà come le stragi che periodicamente avvengono negli Usa siano di fatto una prerogativa esclusivamente americana. In Svizzera, dove pure le armi sono presenti nel 70% delle case, non si registrano mattanze nelle scuole. L’impressione è che l’origine dei fenomeni come quello del 14 febbraio scorso vada sì ricercato nella società americana, ma non nella “cultura” delle armi e, più in generale, nel rapporto tra gli statunitensi e le armi da fuoco.
Quindi, riassumendo, impedire ai privati di detenere armi non ridurrebbe in nessun modo la commissione di crimini. Ne è un esempio la legislazione britannica, dove le armi sono pressoché interdette del tutto ai privati eppure crimini efferati ed atti terroristici vengono comunque commessi.

L’impressione è che la richiesta, spesso avanzata dall’opinione pubblica di “sinistra”, di completo disarmo dei privati, sia dettata più da un odio verso l’arma in sé e verso ciò che l’arma può rappresentare, piuttosto che da motivazioni di ordine pubblico concrete e verificabili. L’arma è infatti emblema di “virilità” per eccellenza ed in una società “de-virilizzata”, dove non vi è spazio per nessun slancio vitalistico e dove si è educati “all’impotenza”, per la armi non può esserci alcuno spazio.

UOMINI, ARMI, STATO – La detenzione di armi da fuoco da parte di cittadini privati può essere consentita da uno Stato organico? La risposta può essere certamente positiva, con alcune doverose precisazioni.

Lo Stato organico, a differenza di quello liberale, rivendica l’esclusivo diritto all’uso della “forza” per il mantenimento dell’ordine pubblico, sociale ed economico e per la difesa della sovranità nazionale. Le armi in mano ai privati potrebbero essere potenzialmente adoperate per impedire allo Stato l’esercizio delle sue prerogative, in quanto potrebbero essere utilizzate a difesa di interessi particolaristici ed egoistici confliggenti con quelli comunitari.

Una posizione di compromesso però è possibile e doverosa, richiamandosi proprio al concetto “tradizionale” di porto delle armi a cui si è accennato più sopra. Il loro possesso da parte di cittadini che si ritengono parte integrante della propria comunità nazionale e di destino non può che rafforzare lo Stato invece che indebolirlo: in ogni casa vi sono uomini e donne pronti a difendere la propria comunità, la propria identità ed il proprio Stato da qualsivoglia invasore esterno e da ogni tentativo finalizzato a privare lo Stato stesso della propria sovranità. In uno Stato organico pienamente realizzato, infatti, non vi è posto per alcuna logica “dualistica” Stato-Individuo, verificandosi al contrario una piena e perfetta integrazione tra la dimensione collettiva-comunitaria e quella individuale e quindi il singolo cittadino avrà il dovere e la responsabilità di resistere alle ingerenze che dovessero provenire dall’esterno dello Stato.

UNA NUOVA LEGISLAZIONE – In termini pratici quanto qui detto potrebbe declinarsi in una legislazione volta a disincentivare il porto d’armi incondizionato e libero (ossia la possibilità di girare armati per le nostre città), ma favorevole al riconoscimento del diritto (per le persone coi giusti requisiti) a detenere armi da fuoco e a portarle con seper recarsi nei poligoni, responsabilizzando i cittadini sull’impegno che essi comunque assumono nel momento in cui acquistano e posseggono un’arma da fuoco.

Al di là delle semplificazioni e delle contrapposizioni ideologiche, qual è la reale situazione in Italia circa il possesso e la detenzione delle armi? Cosa si può modificare e come? Non è questa la sede per una disamina analitica delle differenze tra detenzione e porto di arma da fuoco e, in più in particolare, tra le varie forme di porto d’armi previste e disciplinate dalla nostra normativa. E’ importante, invece, mettere in evidenza alcune vere e proprie assurdità che caratterizzano la nostra normativa in materia di armi che dovrebbero essere del tutto superate.

Oggi ottenere un comunissmo porto d’armi c.d. “ad uso sportivo”, è relativamente facile. E’ sufficiente infatti ottenere un certificato d’uso e maneggio, fare un paio di visite mediche (dal proprio medico di base e poi da un medico militare) e presentare la domanda alla Questura territorialmente competente.

Come si ottiene il certificato di uso e maneggio di armi da fuoco? Semplicemente seguendo poche ore di un corso teorico circa il maneggio in sicurezza e poi superando una prova pratica di tiro. Se poi si passa il vaglio della Questura il gioco è praticamente fatto.

Il difficile, se vogliamo, arriva dopo aver ottenuto il porto d’armi. Da quel momento, o meglio da quando si acquista un’arma, inizia un vero e proprio calvario fatto di rispetto di minuziose e spesso illogiche regole sul numero di armi che si possono detenere, numero di munizioni, modalità di detenzione etc…

A ben vedere dovrebbe funzionare tutto al contrario: maggior complessità nell’ottenere il porto d’armi e poi meno regole inutili sul numero delle armi che si possono acquistare e sul numero di munizioni che si possono detenere. Maggior complessità nel poter ottenere il porto d’armi non significa porre a carico del cittadino che richiede la licenza adempimenti burocratici inutili, cavillosi e costosi, ma significa assicurarsi che il soggetto che ottiene il porto sia poi effettivamente in grado di maneggiare in sicurezza un’arma, sia in grado di effettuarne la manutenzione ordinaria, conosca le regole basilari sul tiro e sia, effettivamente, sano di mente. Sarebbe sufficiente per ottenere tutto questo subordinare la concessione del certificato di uso e maneggio delle armi da fuoco alla partecipazione ad un corso che non si esaurisca in una manciata di ore, ma che preveda più sessioni di poligono in presenza di commissari di tiro ed istruttori qualificati, smontaggio e rimontaggio delle armi da fuoco, insegnamento delle basilari regole di sicurezza e verifica del loro rispetto durante le sessioni di tiro etc. La visita medica, infine, non può ridursi alla mera presa d’atto da parte del medico militare del certificato anamnestico del medico di base, il quale si è limitato a riportare quanto dichiarato direttamente dal richiedente. Viene chiesto, ad esempio, durante la visita se si è soggetti a disturbi psichiatrici, basta rispondere di “no” e si ottiene il porto d’armi. Andrebbe effettuata, al contrario, un’effettiva verifica della salute mentale del richiedente, superata la quale può essere fornito un parere favorevole alla concessione della licenza da parte del medico.

Una volta ottenuto il certificato di maneggio delle armi da fuoco e superata la visita psichiatrica e quindi ottenuta la licenza da parte della Pubblica autorità competente, non si vede come mai il possessore debba essere poi costretto al rispetto di inutili limitazioni nella detenzione delle armi e sul munizionamento oppure essere comunque soggetto all’arbitrio della Questura e quindi soggiacere al rispetto di cavillose regole burocratiche prive di effettiva utilità, se non quella, non dichiarata, di scoraggiare la detenzione di armi.

C’è un aspetto dell’attuale legislazione sulle armi da fuoco che lascia particolarmente perplessi e che necessiterebbe di un correttivo: l’eccessiva discrezionalità riconosciuta alla Questura nel concedere le licenze. E’ sufficiente avere un precedente penale per un reato bagatellare oppure avere anche solo un precedente di polizia per vedersi rigettata la domanda di porto d’armi oppure vedersi revocato il porto già ottenuto. La casistica offre un quadro inquietante: basta un litigio con un vicino oppure una separazione burrascosa a cui segue un querela per minacce fondata su fatti falsi e indimostrati per vedersi revocato il porto. Questo arbitrio da parte della forze di pubblica sicurezza non può essere avvallato in nessun modo.

Sono doverose in conclusione alcune brevi parole sulle iniziative assunte dall’Unione europea.
L’attuale legislazione italiana, infatti, deve confrontarsi con quella europea. L’Unione europea sta promuovendo, con la famosa Direttiva 477, una politica disarmista ingiustificata e pericolosa contro cui è doveroso prendere una posizione contraria, proprio nell’ottica a cui sopra si accennava: avere le nostre armi è un modo di difendere la nostra sovranità ed indipendenza. L’Europa vuole i popoli disarmati e privi di sovranità, quella sovranità che la nostra Costituzione indica chiaramente appartenga al popolo ed al popolo soltanto.

Federico Depetris