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DiAvvocato Federico Depetris

Rimborso addizionali energia elettrica: alle imprese spettano centinaia di milioni di euro

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 11.05.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’  – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Le imprese dal 1988 a tutto il 2011 si sono viste addebitare, direttamente in bolletta, le “addizionali provinciali” sull’energia elettrica.
Un balzello inserito per foraggiare le casse degli Enti locali.

Tuttavia, le addizionai provinciali sulle forniture di energia elettrica previste originariamente all’art. 6 del DL 511 del 1988, sono incompatibili con il dettato normativo di cui all’art. 1 paragrafo 2 Direttiva 2008/118/CE entrata in vigore il 15.01.2009, recepita solo con il DL n. 68 del 2011 che ha abrogato l’art. 6 del DL 511/1988.

La norma comunitaria prevede infatti che le addizionali sul consumo di energia elettrica sono ammesse solo se rispondenti al perseguimento di finalità specifiche ossia al fine di ridurre i costi ambientali connessi alla fornitura di energia elettrica (ex multis Cfr. Corte di Giustizia UE C-434/97 del 24.02.2000).
E’ esclusa la legittimità delle accise che abbiano una mera finalità di bilancio.

Un’attenta disamina dell’art. 6 del DL 511 del 1988 permette di evidenziare l’assoluta assenza di una finalità specifica, nei termini sopra precisati, delle addizionali provinciali applicate sul consumo di energia elettrica negli anni 2010, 2011 e 2012. Le predette accise furono introdotte per soddisfare mere esigenze di bilancio degli Enti locali.

Le accise quindi non erano dovute e devono essere restituite alle imprese che le hanno pagate.
Per molte imprese si è aperta quindi la possibilità di ottenere rimborsi piuttosto significativi di cui potranno beneficiare in questo periodo di gravissima crisi economica.

La Cassazione ha avuto recentemente modo di chiarire, inoltre, come la richiesta di rimborso delle addizionali provinciali debba essere effettuata, di regola, nei confronti della società fornitrice dell’energia elettrica.

Infatti la Suprema Corte ha chiarito che: “Le imposte addizionali sul consumo di energia elettrica di cui al Decreto Legge n. 511 del 1988, articolo 6, comma 3 (nel testo applicabile ratione temporis) sono dovute, al pari delle accise, dal fornitore al momento della fornitura dell’energia elettrica al consumatore finale e, nel caso di pagamento indebito, unico soggetto legittimato a presentare istanza di rimborso all’Amministrazione finanziaria ai sensi del Decreto Legislativo n. 504 del 1995, articolo 14 e della L. n. 428 del 1990, articolo 29, comma 2 e’ il fornitore”; “Il consumatore finale dell’energia elettrica, a cui sono state addebitate le imposte addizionali sul consumo di energia elettrica di cui al Decreto Legge n. 511 del 1988, articolo 6, comma 3 (nel testo applicabile ratione temporis) da parte del fornitore, puo’ agire nei confronti di quest’ultimo con l’ordinaria azione di ripetizione di indebito e, solo nel caso in cui tale azione si riveli impossibile o eccessivamente difficile con riferimento alla situazione in cui si trova il fornitore, puo’ eccezionalmente chiedere il rimborso nei confronti dell’Amministrazione finanziaria, nel rispetto del principio unionale di effettivita’ e previa allegazione e dimostrazione delle circostanze di fatto che giustificano tale legittimazione straordinaria“. (Cfr. Cass. 27099/2019, Cass. civ. Sez. V, Ord., 19-11-2019, n. 29980, Cass. civ. Sez. V, Sent., 11-02-2020, n. 3233, Cass. civ. Sez. V, Sent., 04-06-2019, n. 15198, , Cass. civ. Sez. V, Sent., 23-10-2019, n. 27101).

Per ottenere il rimborso delle addizionali, l’impresa deve fare richiesta alla società fornitrice ed in caso di risposta negativa procedere a farle causa.

DiAvvocato Federico Depetris

Sinistri stradali a Torino e Piemonte: le prospettive della guida autonoma

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 11.05.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’  – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Ogni anno in Piemonte ci sono 10.832 sinistri con lesioni alle persone (dati del 2018). La metà dei sinistri avviene nella provincia di Torino. In Italia i sinistri con lesioni sono 172.553 all’anno. I sinistri mortali in Piemonte sono circa 250, in Italia sono 3.300.

Numeri impressionanti e che impongono importanti riflessioni. Il trend dei sinistri con lesioni è tuttavia in sensibile costante calo.

Nel 2001 i sinistri con lesioni erano in Italia 263.100 (quasi 17.000 in Piemonte). I morti a causa di un sinistro stradale in Piemonte dal 2001 ad oggi si sono addirittura dimezzati.

Sulla riduzione dei sinistri, in particolare quelli gravi, hanno probabilmente influito le campagne di sensibilizzazione, le migliorie apportate dalle case automobilistiche e norme sempre più severe nei confronti della guida in stato di ebrezza e sotto gli effetti di sostanze stupefacenti.

Il fenomeno rimane tuttavia drammatico: oltre tremila morti all’anno sono troppi.

Ad ogni sinistro ovviamente consegue anche il pagamento di un risarcimento da parte dell’assicurazione che potrà ammontare a qualche centinaio di euro per i sinistri con lesioni lievi sino a diversi milioni di euro a seconda dell’età, professione etc. della vittima. La presenza di un così alto numero di sinistri con lesioni si riflette inevitabilmente sul costo dei premi che gli italiani devono pagare per assicurare i loro mezzi, premi che rimangono tra i più alti d’Europa.

Nei prossimi decenni l’intera esperienza di guida potrebbe tuttavia venire radicalmente stravolta dai sistemi di guida autonoma e con essa vi è chi ritiene che i sinistri con lesioni potranno essere persino azzerati.

Si è anche ipotizzato, in verità, che lo stesso mercato delle polizze auto potrebbe giungere al suo capolinea nei prossimi decenni non appena le auto a guida autonoma sostituiranno del tutto quelle con conducente.

Torino è in prima linea nella sperimentazione della guida senza conducente. E’ a Torino infatti che si è lanciato il primo mini bus del trasporto pubblico locale senza conducente. E sempre a Torino è stato progettato un percorso di 35 kilometri nel tessuto urbano che verrà utilizzato per sperimentare i veicoli a guida autonoma.

Stiamo quindi probabilmente assistendo agli inizi di una rivoluzione che cambierà il mercato in numerosissimi settori (assicurativo, risarcitorio, noleggio auto, servizio taxi etc.) e che porterà ad un ripensamento delle infrastrutture stradali delle nostre città.

La guida autonoma è solo agli inizi eppure ben presto anche il mondo del diritto dovrà iniziare a relazionarsi con questa nuova tecnologia.

Nonostante ingegneri e programmatori ritengono che con l’intelligenza artificiale i sinistri con danni alle persone potranno essere azzerati, è quasi certo, al contrario, che sinistri continueranno ad accadere seppur in numero decisamente più contenuto. Un guasto dei sensori, del sistema di guida, dell’impianto frenante, dei semafori etc. potrebbe finire con il causare anche gravi sinistri. Su ci ricadrà la responsabilità per le lesioni e i danni ai mezzi coinvolti? Il proprietario del mezzo guasto? Il titolare dell’infrastruttura difettosa? Il produttore del mezzo malfunzionante o il suo venditore?

Su questi quesiti presto i giuristi dovranno iniziare a relazionarsi.

DiAvvocato Federico Depetris

Coronavirus, strage di anziani nelle RSA: aumentano le inchieste della magistratura

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 04.05.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’  – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Nelle case di riposo ormai è strage di anziani. Le inchieste della Magistratura si stanno moltiplicando in tutto il nord Italia ed in particolare a Milano e Torino.
Al Pio Albergo Trivulzio di Milano gli anziani pazienti morti sarebbero oltre 150. In provincia di Bergamo si stimano 1.500 anziani deceduti per coronavirus nelle RSA. Numeri inquietanti che impongono indagini approfondite per capire come sia stato possibile trasformare gli ospizi, dove a tutti era chiaro fossero presenti le persone più esposte ai rischi del Covid-19, in focolai di infezione fuori controllo.

Si ipotizzano gravi negligenze a carico dei dirigenti delle case di riposo e del personale addetto alla cura degli anziani ospiti. Si indaga persino per capire se è vero che alcune strutture avrebbero nascosto la positività di alcuni membri del personale.

Non sarebbero state prese le dovute cautele e personale e pazienti non sarebbero stati dotati dei sistemi individuali di protezione per prevenire il contagio (mascherine, guanti, camici etc). Accuse gravissime mosse da parenti delle vittime e da membri del personale, che dovranno trovare conferme nelle indagini ma che stanno comunque mettendo in allarme i vertici di tutte le RSA del nord Italia.

A Torino la situazione è allarmante quanto in Lombardia.

Si registrano al momento oltre duecento decessi per coronavirus tra gli anziani delle case di riposo torinesi. Un incremento che ha destato preoccupazione anche nella sindaca Chiara Appendino e nel presidente della regione Alberto Cirio.

Tuttavia è lecito ipotizzare che per questa strage di anziani anche il sistema sanitario abbia concorso mediante dimissioni affrettate con conseguente ritorno di pazienti positivi al Covid-19 nelle strutture RSA, come le stesse case di riposo hanno denunciato nelle scorse ore.

I reati ipotizzati nelle indagini in corso sono quelli di omicidio colposo ed epidemia colposa.

Il reato di epidemia è previsto dall’art. 438 del codice penale. La norma punisce chiunque cagioni un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni. La pena prevista per l’epidemia dolosa è l’ergastolo. Nella versione originale del codice penale, nel caso in cui a causa dell’epidemia conseguisse il decesso di uno o più persone, si applicava la pena di morte.

Per l’epidemia colposa le pene sono quelle indicate dall’art. 452 del codice penale.

Secondo la giurisprudenza “il reato di epidemia richiede, nella sua materialità, il carattere contagioso e diffuso del morbo, la durata cronologicamente limitata del fenomeno (che altrimenti si verserebbe in endemia), il numero elevato delle persone colpite e l’estensione territoriale dell’affezione, che dev’essere di una certa ampiezza “ (Cfr. Tribunale Bolzano, 13/03/1979).

Deve essere segnalato, tuttavia, come i Tribunali italiani, nei pochi precedenti noti, abbiano dato alla nozione di epidemia di cui all’art. 438 del codice penale un’interpretazione restrittiva. Si è infatti affermato che “elementi costitutivi, in senso materiale, della fattispecie preveduta e punita dall’art. 438 c.p. sono: la rapidità della diffusione, la diffusibilità ad un numero indeterminato e notevole di persone, l’ampia estensione territoriale della diffusione del male. Il reato deve, perciò escludersi se, come nel caso di specie, l’insorgere e lo sviluppo della malattia si esauriscano nell’ambito di un ristretto numero di persone …” (Cfr. Tribunale Savona, 06/02/2008).

Tutt’altro che scontato quindi che si sia configurato il reato di epidemia colposa nelle RSA. Più “semplice” invece ipotizzare la presenza di gravi negligenze, imprudenze ed imperizie che consentirebbero la contestazione del reato di omicidio colposo.

In ogni caso, per le case di riposo interessate da un numero di decessi anomalo, o comunque da decessi dei pazienti per coronavirus, è estremamente probabile che ci saranno conseguenze anche sotto il profilo civilistico. Numerose famiglie potrebbero infatti attivarsi per richiedere il risarcimento per la prematura scomparsa del loro congiunto.

DiAvvocato Federico Depetris

I processi ai tempi dei Faraoni: il papiro giuridico di Torino

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 12.04.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’  – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Nel 1155 a.c. il regno di Ramses III attraversava un periodo di instabilità politica e sociale. I lavoratori di Deir el Medina (Luxor), addetti alle sepolture reali, erano in rivolta, la burocrazia dello stato in affanno e la corte dell’anziano sovrano era spaccata in due fazioni.

In questo clima declino politico del sovrano, la potente Tiye, moglie secondaria del faraone, decise, con una congiura, di eliminare il marito affinché a Ramsess III succedesse il proprio figlio Pentaur e non Ramesses-Hekma-Meriamun, figlio avuto dal faraone con la sua prima moglie.

La regina Tiye, il giovane principe Pentaur ed altri importanti esponenti della corte, con la complicità di alcune concubine del faraone, uccisero il sovrano nel proprio harem, probabilmente ferendolo alla gola con un pugnale.

La congiura venne tuttavia scoperta ed i dignitari della corte fedeli al sovrano Ramsess III ed al figlio Ramesses (poi salito al trono come Ramsess IV) riuscirono ad arrestare i congiurati ed a processarli.

Questa avvincente storia di intrighi di palazzo, congiure ed omicidi ci è stata tramandata da un papiro conservato presso il Museo Egizio di Torino.

Il papiro descrive infatti il processo che la regina Tiye ed il principe Pentaur subirono assieme ai loro complici ed è un documento eccezionale in quanto è una delle poche fonti che ci permettono di capire come funzionasse il sistema giudiziario nell’antico Egitto.

Tutti i congiurati vennero condannati per la morte del sovrano alla pena capitale. Le tombe reali di Pentaur e Tiye furono distrutte e spoliate così da impedire l’accesso alla vita eterna ai due traditori.

I fatti di cui erano accusati erano l’omicidio del sovrano, l’alto tradimento e l’utilizzo di pratiche magiche ed occulte proibite.

I congiurati infatti per uccidere il faraone ricorsero non solo al pugnale che poi ne determinò verosimilmente il decesso come appurato da un collegio di esperti forensi nel 2011, ma si affidarono anche a pratiche magiche.

Il processo fu tutt’altro che semplice. Ramses IV era salito al trono ed era riuscito a far arrestare la matrigna ed il fratellastro, tuttavia essi erano ancora molto potenti ed avevano numerosi amici a corte. Fu così che durante il processo ben cinque giudici si abbandonarono ad un’orgia con sei concubine che avevano partecipato alla congiura per uccidere il faraone. Quattro dei cinque giudici che si lasciarono corrompere dalle sei avvenenti e spregiudicate imputate furono a loro volta uccisi, uno solo venne perdonato dal nuovo sovrano.

A molti congiurati, dopo essere stati condannati a morte fu concesso il privilegio del suicidio, tra quelli che scelsero di togliersi spontaneamente la vita vi fu certamente il giovane Pentaur.

Quello del papiro di Torino è una delle poche testimonianze scritte sul funzionamento del sistema giudiziario in Egitto. Oltre al papiro conservato al Museo Egizio sono stati reperiti alcuni laconici geroglifici sparsi nei siti archeologici. Le nostre conoscenze, quindi, sul sistema giudiziario dei faraoni sono piuttosto limitate.

Gli storici ipotizzano che il sistema giudiziario si articolasse in due livelli: uno locale decentrato ed un centrale.

L’amministrazione della giustizia a livello locale era delegata ai notabili delle comunità. Queste corti inferiori avevano competenza per i reati bagatellari e le piccole controversie tra privati.

Si ritiene che invece le questioni di maggior rilievo fossero di competenza della corte del sovrano dove la giustizia era amministrata, per conto del faraone, dal suo Gran visir.

Il diritto vigente nell’antico Egitto era per lo più di origine consuetudinaria e le leggi venivano tramandate oralmente. Il ritrovamento di editti contenenti norme giuridiche infatti è un fatto piuttosto raro (è stato scoperto un solo codice di leggi) il ché può apparire strano per una civiltà che ha saputo descrivere e tramandare il proprio sistema di governo, culturale, religioso etc. con un numero straordinario di geroglifici, disegni e opere architettoniche.

La scarsità delle fonti ci ha comunque permesso di scoprire alcune peculiarità del sistema giuridico egiziano come ad esempio che sussisteva una sostanziale eguaglianza dinnanzi alla legge tra uomini e donne, le quali, rispetto a numerose altre antiche civiltà, godevano di uno status giuridico decisamente migliore. Inoltre, come emerge dal papiro di Torino, il processo, quando aveva ad oggetto reati molto gravi o comunque erano coinvolte persone di rilievo, si articolava in due piani: uno materiale ed uno “spirituale” e magico. Le condanne infatti erano sia materiali e “patiche” (punizioni corporali, rimprovero, morte etc.) che magiche e spirituali (distruzione di tombe, formule magiche punitive etc.).

Ad ogni modo la nostra conoscenza sulle leggi dell’antico Egitto e sul suo sistema giudiziario è troppo frammentaria per riuscire ad avere quadro esaustivo e completo. Ciò che emerge, comunque, è che anche sotto il profilo giuridico la civiltà egizia fosse particolarmente complessa.

DiAvvocato Federico Depetris

Coronavirus, il Governo chiede alle imprese di indebitarsi

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 11.04.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’  – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

In data 08 aprile 2020 è stato pubblicato l’atteso decreto legge n. 23/2020, il “Decreto Liquidità”, quello con cui il Governo aveva dichiarato di aver messo a disposizione delle imprese 400 miliardi di euro per fronteggiare l’emergenza sanitaria e la conseguente, ormai inevitabile, crisi economica.

Dopo gli aiuti, solo simbolici, alle partite iva e piccole imprese (il bonus di 600 euro previsto per il mese di marzo e che ad oggi non è ancora stato erogato), il Governo aveva annunciato nei giorni scorsi, in una delle ormai celebri conferenze stampa di Giuseppe Conte, misure più incisive a sostegno del sistema produttivo italiano.

Il decreto legge prevede un complesso sistema di erogazione di finanziamenti alle imprese.

Le imprese, professionisti e partite Iva avranno facoltà di richiedere, sino al 31.12.2020, alle banche ed istituti di credito un finanziamento garantito, a seconda degli importi richiesti, dal 70 al 100 % dallo Stato per il tramite di Cassa depositi e prestiti e SACE Spa.

L’intervento a sostegno delle imprese previsto dal governo consiste, quindi, essenzialmente nell’invito alle imprese ad indebitarsi con le banche per fronteggiare la crisi.

E’ opinione pressoché unanime di tutti i principali esperti che la crisi economica scatenata dal coronavirus e che sta colpendo l’economia reale debba essere fronteggiata nel medio-breve periodo con una cospicua iniezione di liquidità in favore di imprese e famiglie.

In questi mesi di durissima serrata per le nostre attività economiche, bisognerebbe cercare di garantire il medesimo reddito alle persone (sia fisiche che giuridiche), o quantomeno a contenerne le perdite. Si dovrebbe sostanzialmente creare un ponte tra l’inizio della crisi e la riapertura delle attività (e anche oltre, perché la ripresa dei consumi sarà verosimilmente lenta) al fine di consentire ad imprese e lavoratori di mantenere le medesime entrate. Solo così i debitori potranno continuare a pagare i loro creditori ed i consumi potranno essere sostenuti. Bisogna quindi evitare una situazione di default a catena delle imprese con conseguente abnorme aumento della disoccupazione. Per fronteggiare questa crisi epocale servono essenzialmente due cose: 1) prospettiva e strategia a breve, medio e lungo termine; 2) risorse economiche.

Il piano strategico deve essere elaborato, ed in fretta, dalla classe dirigente politica. E ad oggi l’assenza di una strategia preoccupa (o dovrebbe preoccupare) più della crisi stessa.

Le risorse economiche devono essere reperite facendo deficit pubblico. Non vi è altra strada. Sfumata, quantomeno per ora, la possibilità di un indebitamento europeo con i c.d. eurobond-coronabond a causa dell’opposizione di Olanda, Germania e paesi scandinavi (il che dovrà aprire una profonda riflessione sull’utilità e necessità di una permanenza dell’Italia in questo consesso europeo), non rimane che “far da se”. L’Italia deve spendere. Dobbiamo far crescere il nostro debito pubblico, eventualmente anche mediante strumenti “nuovi” come coronabond sottoscrivibili solo da cittadini italiani in maniera tale da evitare che la crescita del nostro debito pubblico possa prestarsi a manovre speculative.

Si deve spendere adesso per aiutare imprese e famiglie e si dovra spendere dopo finanziando opere pubbliche al fine di creare un importante volano per l’economia.

Gli strumenti messi in campo sin qui dal Governo sono insufficienti.

Da ultimo, le misure sulla liquidità qui commentate, sono sbagliate o comunque inutili a fronteggiare la crisi sia nel “metodo” che nel merito.

Far indebitare le imprese con prestiti, garantiti dallo Stato, ma che dovranno essere rimborsati entro sei anni, è inutile. Servivano risorse a fondo perduto per garantire quell’iniezione di liquidità di cui si è parlato  più sopra.  Le aziende sono oggi chiuse per provvedimenti resisi necessari per contrastare il diffondersi dei contagi, non si può chiedere agli imprenditori di superare una crisi, che non è dipesa da loro, indebitandosi con le banche.

Servivano risorse liquide immediate, che certamente dovevano essere erogate dietro precise condizioni (mantenimento livelli occupazionali, garantire il pagamento dei debiti scaduti coi fornitori, mantenimento degli investimenti produttivi, sanzioni penali pesantissime per chi si approfittasse delle risorse pubbliche messe a disposizione etc.), ma non un prestito da rimborsare in sei anni. Quello dei prestiti garantiti dallo Stato può essere un buon strumento secondario per fronteggiare la crisi; un’arma in più da mettere nelle mani delle imprese, ma non certo il provvedimento principale.

In ogni caso, anche nel “merito” i provvedimenti presi con il decreto legge n. 23 del 2020 non sembrano poter garantire alcun effetto benefico sul nostro sistema economico.

Le imprese che beneficiano del prestito infatti saranno obbligate a: 1) non distribuire dividendi per tutto il 2020; 2) garantire i medesimi livelli occupazionali; 3) utilizzare le risorse ottenute in prestito (e non a fondo perduto come si è già spiegato) per sostenere costi del personale e investimenti. Parrebbe essere esclusa la possibilità di pagare i debiti scaduti.

Se possono considerarsi opportuni i paletti fissati dal governo a difesa dei livelli occupazionali, la scelta di limitare l’utilizzo delle risorse ottenute in prestito ai soli investimenti e non anche al pagamento dei debiti scaduti rischia di creare solo effetti distorsivi sul mercato.

Infine, l’accesso al credito garantito dallo stato non è stato reso possibile alle imprese già segnalate come “cattivi pagatori”. Questo determinerà la definitiva condanna per quelle imprese ed attività, già in crisi prima dell’emergenza sanitaria e che non potranno ora mai più riaprire. Il mio pensiero corre a quei piccoli commercianti, pasticcieri, gelatai, titoli di negozi di vestiti, bar, ristoranti, che prima fra mille difficoltà riuscivano a “sbarcare il lunario” arrivando a stento a fine mese e che ora saranno distrutti. Migliaia e migliaia di famiglie rischiano di rimanere senza reddito.

Servono provvedimenti eccezionali, serve coraggio e bisogna fare in fretta.

DiAvvocato Federico Depetris

Coronavirus: guardare l’abisso e oltre

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 01.04.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’  – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Stiamo vivendo un dramma senza precedenti. Oltre diecimila morti in poco più di un mese per un virus proveniente dalla Cina e che mette a dura prova la tenuta dei sistemi sanitari delle nazioni del mondo.

Il sistema economico, per via dei provvedimenti adottati per contenere il contagio, è a rischio collasso: si prevedono perdite sul PIL di 100 miliardi di euro al mese! Al dramma economico è sempre legato quello sociale: povertà, disoccupazione, aumento della criminalità etc.

Siamo sull’orlo dell’abisso.

In questa situazione drammatica leggo con un certo disagio le polemiche contro il governo da parte di chi grida al golpe ed espone improbabili, ma sarebbe più corretto scrivere “immaginari”, complotti orchestrati da quello o da quell’altro per affossare l’economia o ridurci tutti schiavi.

E trovo anche piuttosto insopportabile la retorica stucchevole propalata dai sostenitori del governo, acriticamente appiattiti sulla linea dell’esecutivo ma solo per spirito di fazione che per reale e sentita convinzione.

Non è certamente questo il momento delle polemiche sterili e degli slogan urlati in TV. Ci sarà tempo, quando tutta la vicenda sarà conclusa, per fare il “processo” a Conte ed al suo esecutivo. Avremo modo di giudicare il governo una volta che l’epidemia sarà controllata.

Ora è il momento di guardare fisso l’abisso che si è aperto dinnanzi a noi e di accettarlo.

Non vi è modo migliore di affrontare l’emergenza che prendere consapevolezza, piena, di essa e di vivere appieno il presente drammatico che ci è offerto.

Dobbiamo recuperare quel senso del “tragico” che dal tempo degli antichi greci si è insediato nel nostro dna culturale e che è stato “riscoperto” dai grandi pensatori europei del XIX secolo (Hegel, Nietzsche, Schopenhauer …)

Dobbiamo imparare a guardare in faccia la rovina per poterci erigere al di sopra di essa. Recuperare quello spirito che riempiva i cuori dei trecento spartani di Leonida, degli intrepidi esploratori e capitani che conducevano nelle tempeste i loro velieri, degli uomini delle trincee della Grande Guerra. Oppure se si vuole qualche esempio più umano e meno eroico, bisogna fare come padre Paneloux, uno dei personaggi del romanzo “La Peste” di Albert Camus (introvabile anche su Amazon, segno che c’è chi vuole provare ad immergersi, con senso tragico appunto, nel grave momento che stiamo vivendo), il quale dopo lunghe riflessioni teologiche, arrivò alla conclusione che bisognasse semplicemente accettare la “peste” e “camminare in avanti, nelle tenebre, un po’ alla cieca …”.

Non è questo il momento delle lagne continue sui social, delle lamentele sulla libertà perduta ma nemmeno delle piaggerie sul Governo, o peggio, l’affannoso, quanto ridicolo, lavoro della burocrazia statale per confezionare la migliore autocertificazione per uscire di casa. Meglio un padre Paneloux, che poi morirà, forse nemmeno di peste, rifiutando le cure, piuttosto che lasciarsi andare alla rassicurante narrativa del complotto, alla polemica autoreferenziale, alla mitomania da epidemiologi ed esperti tuttologi.

Per Jean-Pierre Dupuy, autore de “Per un catastrofismo illuminato. Quando l’impossibile è certo”, bisogna rendersi conto che le catastrofi sono ineluttabili: prima o poi capiterà un terremoto, un’epidemia, uno tsunami, che sconvolgerà le nostre vite ed i nostri sistemi politici ed economici. Per meglio affrontare le catastrofi l’autore francese immagina che bisogna proiettarsi a dopo di essa, per meglio capire come ricostruire ed eventualmente ridurre i danni alla prossima inevitabile catastrofe.

Ecco quindi, dopo che abbiamo ben fissato l’abisso, con intensità, ed averlo accettato bisognerà iniziare a guardare oltre di esso.

Oltre l’abisso, ci sarà la possibilità di ri-costruire senza magari commettere gli stessi errori del recente passato.  Oltre l’abisso ci sarà, lo ripeto, anche la possibilità di giudicare l’operato di chi si è trovato alla guida della Nazione nelle sue giornate più drammatiche: allora, e solo allora, potremo abbandonare l’indulgenza che oggi, nel pieno della tempesta, riserviamo alla classe dirigente.

 

DiAvvocato Federico Depetris

Isolamento e quarantena, la prova più dura per tutti. Anche per la Giustizia

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 14.03.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’  – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Siamo tutti in isolamento dal 09 marzo 2020. Nella storia moderna dell’Italia non si ha memoria di provvedimenti così drastici. Nemmeno in tempo di guerra si è assistito ad una chiusura integrale delle attività commerciali.

Per trovare dei precedenti dobbiamo andare a ritroso sino al 1630, anno drammatico del ritorno della peste in Europa oppure al 1340, quando la peste nera dimezzò la popolazione europea.

L’isolamento, la lontananza dai nostri affetti, dai nostri amici, dai nostri parenti, dalle nostre attività lavorative e ricreative è la prova più dura che può esserci richiesta.

“L’uomo è un animale sociale” scriveva Aristotele. Siamo ontologicamente “programmati” per socializzare, costituire comunità, costruire ed immaginare il futuro assieme agli altri. L’isolamento è quindi terribile, frustrante ed alienante. Eppure dobbiamo fare il nostro dovere. Dobbiamo cogliere, con lo spirito tragico che permea la nostra storia ed il nostro Dna culturale, l’importanza della sfida che ci si para dinnanzi e che stiamo già affrontando. Dobbiamo essere consapevoli che stiamo facendo uno sforzo importante per la salvaguardia della salute dei nostri affetti e della nostra comunità. Cacciamo al fondo della nostra anima il nostro individualismo ed egoismo. Avremo tempo più avanti di liberarlo nuovamente.

L’Italia si blocca e con essa, in parte, anche la Giustizia.

I tribunali lavoreranno a regime ridotto almeno sino al 22 marzo (ma si attende un nuovo decreto legge che prolunghi la sospensione delle attività almeno sino al 03 aprile).

Il personale della Giustizia, Magistrati, Cancellieri etc., stanno puntualmente svolgendo i loro doveri affrontando le questioni più urgenti. Gli Avvocati continuano, da casa per lo più o comunque senza più ricevere il pubblico, la loro opera: si lavora anche dodici ore al giorno per mandare avanti comunque le pratiche, tenersi in contatto telefonico con i clienti, studiare i fascicoli ed impostare il lavoro per il futuro. I tribunali sono chiusi, i problemi forse si attenuano, ma non spariscono del tutto ed anzi molte persone stentano a capire le difficoltà del momento chiedendo comunque di poter soddisfare la propria sete di giustizia.

Ho ricevuto in questi giorni numerose telefonate di clienti che reclamano il pagamento dei loro stipendi, di padri che non riescono a vedere i loro figli, madri che non ricevono il mantenimento per i loro bambini, lavoratori in nero lasciati a casa dopo la chiusura di bar e ristoranti, imprese che non vengono pagate etc. Ci sono anche i primi licenziamenti per via della crisi economica che ormai sarà un’ineluttabile certezza. Si fa quello che si riesce, grazie alle tecnologie che ci permettono di agire anche a distanza.

Eppure non possiamo nascondere di sentirci, in parte, impotenti a causa della chiusura delle aule di Giustizia. Vi è chi di questo vuoto della Giustizia, nel breve periodo, pensa di potersene approfittare, ma è bene che si sappia che i conti saranno presto o tardi presentati e dovranno essere saldati.

DiAvvocato Federico Depetris

Straordinari non pagati. Come difendersi.

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL02.03.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’  – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Molto spesso le buste paga predisposte dai datori di lavoro non riportano correttamente il numero di ore lavorate. Vi è più di qualche imprenditore che ad esempio preferisce pagare “fuori busta”, ossia in “nero”, le ore di straordinario e ciò in quanto le ore di straordinario sono soggette ad una maggiore imposizione fiscale.

Capita tuttavia molto spesso che il datore di lavoro, semplicemente, ometta il conteggio delle ore di straordinario per non pagarle al lavoratore. Cosa fare in questi casi?

Il lavoratore ha senza dubbio diritto a domandare ed ottenere il pagamento delle ore di straordinario. E tale diritto non lo si perde alla cessazione del rapporto di lavoro. Il lavoratore, fino a quando non sarà decorso il termine di prescrizione per ottenere il pagamento degli straordinari (di regola cinque anni), potrà avanzare le sue legittime pretese e, ove il datore di lavoro non accetti di pagare le ore di straordinario, rivolgersi all’Autorità giudiziaria.

Le ore di straordinario, una volta conteggiate nel loro ammontare complessivo, possono essere oggetto di preciso calcolo applicando le tabelle retributive del Contratto collettivo di riferimento.

È bene precisare, però, che spetta al lavoratore fornire la prova “rigorosa” delle ore di straordinario svolte. Infatti: “Il lavoratore che chieda in via giudiziale il compenso per il lavoro straordinario ha l’onere di dimostrare di aver lavorato oltre l’orario normale di lavoro, senza che l’assenza di tale prova possa essere supplita dalla valutazione equitativa del giudice, utilizzabile solo in riferimento alla quantificazione del compenso.” (Cfr. Tribunale Modena Sez. lavoro Sent., 09/01/2020) ed ancora: “Il lavoratore, che voglia ottenere il riconoscimento del compenso per lavoro straordinario, deve dimostrare l’esecuzione della prestazione lavorativa oltre i limiti, legalmente o contrattualmente, previsti. Ciò è espressione del principio di cui all’art. 2697 c.c., configurandosi lo svolgimento di lavoro in eccedenza rispetto all’orario normale quale fatto costitutivo della pretesa azionata. In definitiva, il lavoratore, attore in giudizio, ha l’onere di provare non solo lo svolgimento di lavoro straordinario, ma anche la sua effettiva consistenza, senza che al riguardo possano soccorrere valutazioni di tipo equitativo.” (Cfr. Tribunale|Bari|Sezione L|Civile|Sentenza|16 gennaio 2020| n. 193).

I predetti principi sono stati mutuati direttamente dal consolidato orientamento della Suprema Corte di Cassazione che infatti ha precisato che l’onere della prova in ordine alle ore lavorative eccedenti rispetto a quelle contrattualizzate e/o segnate in busta, incombe sul lavoratore (Cfr. Cass. n.16157/04), il quale è tenuto a provare rigorosamente la relativa prestazione anche in relazione alla effettiva quantità delle ore eccedenti lavorate (Cfr. fra le tante, Cass. 29 gennaio 2003 n.1389, Cass. 12 maggio 2001 n.6623)” (Cass. sez. Lavoro 12.9.2014 n. 19299). Per dirla con parole diverse: il lavoratore deve provare ogni singola ora di straordinario eseguita.

Come provare quindi le ore di straordinario?

Il lavoratore potrà ricorrere alla prova testimoniale. Potranno così essere escussi come testimoni colleghi e clienti che potranno confermare gli effettivi orari svolti dal lavoratore. Meglio ancora sarebbe, però, riuscire a fornire prova documentale delle ore di straordinario ad esempio producendo gli estratti delle bollature nei casi in cui siano presenti sistemi di rilevazione delle presenze, oppure messaggi sms o WhatsApp con il proprio datore di lavoro, e-mail, registrazioni audio e/o video etc. Gli autotrasportatori potranno fornire copia dei cronotachigrafi che registrano in maniera precisa le ore di guida e le c.d. ore di impegno.

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

Caso Gregoretti: l’irresponsabile uso strumentale della Giustizia

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 29.01.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Salvini, forse, sarà processato per il presunto, e tutto da dimostrare, sequestro di persona per come avrebbe gestito il noto caso della nave Gregoretti e la mancata autorizzazione allo sbarco degli immigrati ospitati a bordo.

Non voglio entrare nel merito della vicenda processuale che riguarda l’ex ministro degli Interni, anche se ho più di qualche dubbio che possa seriamente essere sostenuto che Salvini abbia commesso il gravissimo reato di sequestro di persona, quello che mi preme evidenziare, da avvocato e cittadino, è l’insopportabile utilizzo strumentale che viene fatto della Giustizia.

Abbiamo assistito nelle ultime settimane ad un teatrino veramente penoso.

Da un lato il Partito democratico e la sinistra intenzionata a far “processare” l’avversario politico che è stato equiparato praticamente ad un criminale di guerra. Quindi, da una parte, la sinistra che, per soddisfare i propri pruriti etici ed ideologici, si è dichiarata pronta a sostenere interpretazioni forzose della legge pur di riuscire ad eliminare il “nemico”.

Dalla stessa parte della sinistra si è schierato il Movimento Cinque Stelle, ossia l’ex alleato di governo del ministro Salvini. In questo caso la retorica “forcaiola” è stata ancora più insopportabile.

Se Salvini fosse responsabile lo è necessariamente anche il Presidente Conte, unico vero titolare della linea politica dell’esecutivo anche all’epoca in cui maturava il caso Gregoretti.

Peraltro, per il simile caso della Sea Watch Di Maio ed i pentastellati avevano “salvato” l’alleato leghista, sostenendo, giustamente, che avesse agito nell’interesse della Repubblica e quindi condividendo l’azione dell’allora amico Salvini. Cambia il governo, situazione pressoché analoga ed i Cinque Stelle, smentendo l’orientamento espresso pochi mesi prima si dichiarano a favore del processo a Salvini. Sta tutta qui la (poca) serietà ed affidabilità della nostra classe dirigente in questo momento storico.

Arrivano le elezioni in Emilia Romagna ed iniziano i calcoli elettorali.

Salvini, si dice, voglia fare la parte del martire della sinistra e della magistratura “rossa” per provare il colpo nella storica roccaforte del fu Partito Comunista. E quindi, a sorpresa, i senatori leghisti nella Giunta per le immunità hanno votato a favore dell’incriminazione del loro leader.

Partito democratico e Cinque Stelle, pur di evitare che Salvini potesse sfruttare a proprio vantaggio la situazione del possibile rinvio a giudizio per il caso Gregoretti, nonostante l’ardore etico-morale che li dovrebbe animare in questa “lotta di civiltà” contro la destra populista e xenofoba, erano a pronti a fare marcia indietro, o peggio,  a ritardare il voto nella Giunta per le immunità al Senato per rimandare il tutto a dopo le elezioni in Emilia Romagna e infatti hanno poi scelto di disertare il voto in Giunta.

Tutto questo miserabile teatrino è stato assolutamente svilente per le istituzioni.

E’ stato svilente per il Governo e per la sua, costituzionalmente necessaria, autonomia.

E’ stato svilente nei confronti della Giustizia, costretta ad essere strapazzata a “destra” ed a “sinistra” per soddisfare miopi calcoli e tatticismi elettorali.

Un processo è una cosa seria. Esso è finalizzato ad accertare fatti e ad assicurare la tutela di diritti. L’Italia con i suoi duemilasettecento anni di diritto, certo, non merita una classe dirigente così impreparata ed irresponsabile, come ha dimostrato, per l’ennesima volta, nella gestione della crisi Gregoretti.

Bisogna avere ben chiaro che quando si svilisce la Giustizia e se ne promuove un uso distorto perché strumentale, allora sono tutti gli italiani a rimetterci; sono tutti coloro che ogni giorno si affidano ai giudici per vedersi riconosciuti i propri diritti e che iniziano a non avere più alcuna fiducia in un sistema che, anche per demeriti propri e non solo della politica, è già in profonda crisi.

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

Il rapporto con gli assistenti sociali dopo lo scandalo di Bibbiano

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 23.12.2019  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Sono in corso le inchieste giudiziarie che hanno messo alla luce un sistema illecito di affidi reso possibile dalla corruzione e complicità di assistenti sociali, psicoterapeuti ed esperti dell’infanzia di Bibbiano (Emilia Romagna). Diversi professionisti e membri dei servizi sociali sono oggi indagati per aver redatto relazioni false, trasmesse al Tribunale per i Minorenni, in cui riportavano l’esistenza di abusi a danno di bambini che venivano così tolti ai loro genitori naturali per essere affidati a coppie che, secondo quanto si è avuto modo di apprendere dai media, avevano contatti e rapporti con gli stessi assistenti sociali e psicoterapeuti. Un sistema fatto di corruzione, scambio di favori e denaro sulla pelle di bambini impotenti e sui loro genitori fatti così sprofondare nella disperazione.

La Magistratura avrebbe scoperto più di un caso in cui i ricordi dei minori venivano manipolati al fine di far falsamente “ricordare” ai bambini abusi e maltrattamenti che non erano mai avvenuti. Le relazioni finivano poi sul tavolo dei giudici del Tribunale per Minorenni che non poteva far altro che togliere i bambini ai propri genitori, che nel frattempo dovevano anche sopportare le conseguenze dei procedimenti penali aperti a loro carico.

Il dato inquietante del caso Bibbiano non è solo il ripugnante patto corruttivo (che si può così riassumere: togliere il bambino ai suoi genitori naturali per affidarlo a terzi in cambio di denaro) che distrugge le esistenze di bambini indifesi e dei loro genitori accusati, falsamente, di abusi e maltrattamenti, ma anche il movente “ideologico” di queste illecite operazioni. Le persone coinvolte infatti sembrano voler delegittimare il ruolo della famiglia naturale in favore di forme di genitorialità inusuali e meno diffuse, quali nuclei monogenitoriali ovvero nuclei con due affidatari della stesso sesso. L’obettivo ideologico, perseguito a scapito dei bambini, era quello quindi di assicurare non solo una piena equiparazione tra la famiglia naturale e quelle monogenitoriali o con genitori dello stesso sesso, ma di arrivare a sostenere la superiorità delle seconde sulle prime, individuando nella famiglia naturale il centro privilegiato per la consumazione di abusi. Purtroppo le cronache hanno evidenziato che in alcuni casi i bambini venivano tolti alle famiglie di origine, accusate falsamente di maltrattamenti, per poi essere affidati a persone che veramente abusavano di loro.

Questi drammatici fatti hanno gettato una lunga ombra su tutti gli operatori dei servizi sociali di tutta Italia.

Normalmente le famiglie hanno una naturale forma di diffidenza nei confronti degli assistenti sociali, infatti, a nessuno piace essere giudicato nel modo in cui si educano e crescono i propri figli. Sono numerosi i casi in cui le famiglie non condividono le intromissioni dei servizi e quindi si pongono in contrapposizione con gli assistenti sociali mostrandosi poco collaborative.

Queste naturali forme di preoccupazione, disagio, diffidenza e contrasto si sono enormemente acuite dopo lo scandalo di Bibbiano rendendo per tutti gli oeratori del settore, avvocati compresi, più difficile riuscire ad operare.

Il caso di Bibbiano ci si augura sia un fatto isolato, un sistema non replicato e non replicabile nel resto dell’Italia (anche se il diverso caso della comunità Forteto in Toscana dovrebbe determinare riflessioni più approfondite circa il funzionamento del sistema dei servizi e più in generale del Tribunale specializzato per i minori). L’eccezionalità del fatto rende difficile capire come sarebbe possibile creare i giusti anticorpi per prevenire il ripetersi di questi fatti.

Una cosa, però sarebbe possibile fare: evitare di appiattirsi sulle conclusioni delle relazioni dei servizi, dei periti, dei neuropsichiatri infantili etc. Il Tribunale, infatti, poggia le proprie decisioni essenzialmente su quelle che sono le attività dei servizi, le relazioni dei periti a vario titolo nominati etc. Questo atteggiamento fa si che le sorti della vicenda processuale siano dipendenti dalle conclusioni degli assistenti sociali e dei consulenti, anche in presenza di relazioni sintetiche con un impianto motivazionale spesso superficiale e frettoloso. Tornare a fare un’istruttoria accurata e completa, potrebbe evitare che persone senza scrupoli possanno arricchirsi o perseguire scopi ideologici a discapito dei bambini.

Avv. Federico Depetris