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DiAvvocato Federico Depetris

La vita degli ebrei nel ghetto di Torino

La vita degli ebrei nel ghetto di Torino

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 21.11.2018 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Dell’antico ghetto ebraico di Torino oggi non rimangono che imponenti cancelli in ferro e alcune finestre, una vicina all’altra, a testimonianza del sovraffollamento del quartiere israelitico.

Il più noto ghetto ebraico di Torino venne istituito nel 1679 nell’isolato fra le attuali via Maria Vittoria, via Principe Amedeo, via Bogino e via San Francesco da Paola.

Rispetto ad altri stati pre-unitari l’istituzione del ghetto, ossia di un luogo di segregazione, arrivò solo nel XVII secolo a causa della politica spesso ambigua tenuta dai Savoia nei confronti delle minoranze religiose presenti nel Ducato. Infatti solo le pressioni del Papa, infine, costrinsero i piemontesi ad adottare politiche sempre più restrittive nei confronti della minoranza ebraica.

Quali regole erano previste per gli ebrei del ghetto di Torino?

Con le Leggi e Costituzioni di Sua Maestà del 1729, il Legislatore sardo-piemontese raccolse in un unico testo una serie di disposizioni normative relative ai giudei già adottate nei secoli precedenti e le nuove disposizioni che il Sovrano, in conformità a quanto avveniva negli altri stati pre-unitari, intedeva adottare per disciplinare lo status giuridico degli ebrei.

Innanzitutto gli ebrei non potevano vivere dove volevano. I sudditi di fede ebraica infatti presenti nel Regno avrebbero dovuto trasferirsi nelle città  (Torino, Chieri, Ivrea e altre) in cui veniva “tollerata” la loro presenza e ove sarebbero stati confinati in quartieri (ghetti) a loro appositamente dedicati.

Gli ebrei dal calare al sorgere del sole (quindi nell’orario notturno) non potevano uscire dal ghetto e se venivano scoperti nel violare la predetta norma venivano condannati al pagamento di venticinque lire oppure, se non potevano pagare, a otto giorni di carcere per ogni giorno sorpresi fuori dal ghetto in orario notturno. Solo in occasione delle fiere i commercianti ebrei potevano passare le notti fuori dal ghetto. Era loro consentito infatti trascorrere dieci giorni prima della fiera e dieci giorni dopo, fuori dalle loro case. La ratio della deroga era certamente quella di evitare l’isolamento economico e commerciale delle comunità ebraiche composte in gran numero da abilissimi e apprezzati artigiani.

Invece nei giorni in cui si celebrava la Passione di Cristo agli ebrei era tassativamente vietato uscire dal ghetto, inoltre nelle abitazioni che si affacciavano fuori dal ghetto le finestre dovevano essere chiuse e oscurate: gli ebrei non dovevano mostrarsi ai cristiani durante i giorni in cui si celebrava l’agonia di Gesù sulla Croce.

Gli ebrei che avevano più di quattordici anni dovevano portare un segno distintivo di colore giallo “tra petto e braccio destro” in maniera tale da essere riconoscibili non solo alle autorità, ma soprattutto agli altri regnicoli. Tuttavia quando gli ebrei erano impegnati in lunghi viaggi (ad esempio per raggiungere una fiera) erano esentati dal portare il segno distintivo e ciò, probabilmente, per metterli al riparo da predoni e briganti che avrebbero visto in loro delle facili prede.

Per quanto riguarda i beni di cui gli ebrei potevano essere proprietari bisogna segnalare che essi potevano possedere denaro, oro e oggetti preziosi (eccetto quelli che fossero stati dedicati al culto cristiano), anche ricevuti in pegno da cristiani, ma era loro proibito possedere beni “stabili” ossia beni immobili.

Tutte le case del ghetto erano quindi di proprietà di cristiani che erano costretti a darle in locazione ad ebrei, i quali quindi dovevano corrispondere il canone di locazione. Cosa capitava quando la casa fosse stata data in locazione ad una famiglia ebrea indigente che non poteva pagare il canone? Di certo gli occupanti non potevano essere cacciati in quanto non potevano che vivere nell’angusto ghetto, che in genere era sempre sovraffollato, inoltre la casa poteva essere data in locazione solo ad ebrei, perché solo a loro era consentito vivere nel ghetto. In questi casi le autorità giudiziarie stabilirono che i canoni di locazione per le famiglie indigenti fossero pagati da tutti gli altri membri della comunità.

I residenti del ghetto, quindi, dovevano tutti contribuire a pagare i padroni cristiani degli immobili e ciò al fine di tenere indenni dalle perdite quei cristiani che avevano avuto la “sventura” di essere proprietari di un immobile del ghetto. (Cfr. Giurisprudenza Patria ossia Raccolta di Casi Decisi e Massime Assentate dai Supremi Magistrati deli Stati di S. S. R. M. il Re di Sardegna, posta per ordine alfabetico, Torino, 1815).

Agli ebrei era poi naturalmente proibito bestemmiare il nome di Dio. Tale reato, considerato gravissimo, era punito con la morte. Tuttavia la Legge del Regno consentiva agli ebrei di praticare i loro riti e culti, ma era proibita la costruzione, anche nei ghetti, di nuove sinagoghe e comunque durante i loro riti  gli israeliti dovevano tenere un “tuono modesto e sommesso” per non farsi udire dai cristiani.

In generale la Legge del Regno, nonostante prevedesse un rigido regime segregazionista, accordava un regime di tutela e protezione agli ebrei in quanto era vietato ucciderli o percuoterli ed era parimenti vietato danneggiarne le abitazioni e le botteghe.

Era altresì vietato convertire con la forza i giudei al cristianesimo. Questo reato era punito con tre anni di carcere per gli uomini e tre mesi per le donne. La loro conversione, sempre possibile, doveva avvenire in maniera assolutamente libera e spontanea, in accordo peraltro con quanto sancito dalle norme di diritto Canonico.

Le conversioni costituivano un indubbio vantaggio, in quanto aderendo al cristianesimo si era svincolati immediatamente dalle rigide regole imposte dalle legge ai giudei. La legge in un certo senso incoraggiava persino le conversioni, infatti chi si convertiva al cristianesimo, oltre a non essere più soggetto alle norme segregazioniste, otteneva immediatamente dai propri ascendenti subito la dote e la quota di legittima ereditaria, più una quota ulteriore all’effettiva morte dei propri genitori. La conversione al cristianesimo rappresentava per la famiglia ebrea di origine del convertito un gravissimo problema economico in quanto determinava un forte ed immediato impoverimento.

I convertiti acquisivano tutti i diritti dei cristiani, tuttavia a loro era tassativamente proibito parlare con gli ebrei (non convertiti) al fine di evitare che potessero “ritornare alla primiera perfidia”. Quindi una volta convertiti era per loro impossibile mantenere un rapporto affettivo e relazionale con i propri parenti rimasti nella fede ebraica.

Le legislazione segregazionista sabauda, al pari di quelle largamente diffuse in tutta Europa e risalenti per lo più al medioevo, non era poi così dissimile da quella adottata dal Legislatore nazional-socialista. Anzi, le leggi razziali tedesche si ispirarono proprio alla ricca tradizione di editti e statuti antisemiti dei borghi e delle libere città germaniche adottati nel medioevo in lungo ed in largo in tutto il territorio del Sacro Romano Impero (Cfr. Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei d’Europa), legislazioni molto simili a quella “nostra” sardo-piemontese qui brevemente descritta.

La differenza più importante tra la legislazione segregazionista ed anti-ebraica nazional-socialista e quella cristiana è data dal differente presupposto che ne è origine e fonte. La legislazione antisemita tedesca degli anni trenta del secolo scorso era di stampo prettamente razziale, ossia gli ebrei venivano considerati come appartenenti ad una razza culturalmente e biologicamente ben definita e quindi dovevano essere “separati” dagli ariani affinché questi ultimi non venissero “contaminati” dai primi.

La legislazione antisemita sardo-piemontese, al pari di quelle adottate ovunque in Europa, invece era di stampo confessionale. Gli ebrei erano segregati perché considerati “malefici”“assassini di Dio”. Era però sufficiente per un ebreo torinese convertirsi per svincolarsi dalle leggi segregazioniste, cosa che al contrario non avveniva secondo le leggi razziali tedesche del secolo scorso: l’ebreo tedesco rimaneva tale per sempre, fino alla morte e senza possibilità di scampo.

Per gli ebrei torinesi tutto cambierà nel 1848 con la riconosciuta libertà di culto per tutti i regnicoli, ebrei compresi, e quindi con la fine delle politiche segregazioniste, dei segni di riconoscimento e degli odiati ghetti.

DiAvvocato Federico Depetris

Una via a Stefano Cucchi? Meglio dedicarla alla sorella

[ARTICOLO DI FEDERICO DEPETRIS DEL 26.10.2018 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Il Municipio VIII di Roma ha dato via all’iter burocratico per l’intitolazione di una strada a Stefano Cucchi, il trentunenne morto il 22 ottobre del 2009 nel reparto per detenuti dell’Ospedale Sandro Pertini.

Ad oggi numerose inchieste giudiziarie e ben quattro gradi di giudizio, compreso quindi un rinvio in Corte d’Appello, non hanno ancora permesso di fare luce sulla morte del detenuto Stefano Cucchi.

La svolta parrebbe infine essere giunta solo lo scorso 11 ottobre, dopo che sono divenute di dominio pubblico le dichiarazioni di un militare dell’Arma dei Carabinieri che avrebbe confermato, con dovizia di particolari, il pestaggio commesso da alcuni suoi colleghi in danno di Stefano Cucchi.

Una vicenda terribile, dai tratti inquietanti.

Per chi nella vita fa di professione l’avvocato è difficile, anzi direi impossibile, commentare inchieste e processi dei quali si ha solo una conoscenza filtrata dai giornalisti. Mi asterrò quindi, per il momento, da qualsivoglia commento sulle vicende processuali che riguardano questa triste storia.

È superfluo dirlo, ma è bene tenere sempre a mente che in uno stato di diritto chi è nella custodia dello Stato non può essere oggetto di trattamenti inumani, violenti, criminali. Chi veste una divisa, tanto più se ricca di storia e prestigio come quella dell’Arma dei Carabinieri, deve mantenere sempre un comportamento ispirato alla più alta rettitudine e al più assoluto rispetto della legge. Chi veste la divisa, infatti, incarna ed incorpora una funzione, quasi sacra, di rappresentanza della comunità che ha giurato di difendere.

Stefano Cucchi è stata la vittima, certamente, di un brutale pestaggio. Una vittima a cui, però, francamente non intitolerei una strada pubblica.

L’intitolazione delle strade avviene di regola in favore di persone che hanno reso grandi servigi allo Stato o alla comunità locale. Oppure le strade vengono dedicate a personaggi a cui si attribuiscono grandi meriti in ambito politico, culturale, sociale sia in ambito nazionale che eventualmente internazionale. Si intolano le vie agli eroi del Risorgimento, della Grande Guerra, ai grandi scenziati, agli scrittori, pittori e scultori. Si intitolano strade anche ai grandi magnati dell’industria che hanno portato innovazione e creato posti di lavoro. Si intitolano vie e piazza a personaggi dello sport e ai servitori dello Stato caduti nell’adempimento del loro dovere e così via.

In sintesi, si intitolano strade e vie a uomini e donne che la comunità vuole prendere ad esempio e tenere vivi nel ricordo delle generazioni future.

La vicenda di Stefano Cucchi senza dubbio merita di essere studiata, ricordata e mai dimenticata. Ma Stefano Cucchi non era un eroe e nemmeno la sua drammatica morte lo ha reso tale.

Stefano Cucchi non sarà mai un esempio per le generazioni future.

Se proprio a seguito della morte di Stefano Cucchi è diventato necessario dedicare una via che ci sia da monito per il futuro e che quindi ci spinga come comunità nazionale ad una riflessione sui diritti dei detenuti, allora che la strada sia dedicata ad Ilaria Cucchi, che, a modo suo, è stata una piccola eroina dei nostri tempi, che negli anni, con le unghie e con i denti, si è battuta valorosamente per scoprire la verità sulla morte del fratello.

A Ilaria Cucchi deve essere riconosciuto il grandissimo merito di non essersi arresa, anche quando nei processi la strada per giungere alla verità sembra sempre più lontana. La sorella di Stefano può essere presa ad esempio di perseveranza, di coraggio, di tenacia. Ilaria Cucchi si è battuta per l’ultimo degli ultimi: un detenuto tossicodipendente, pregiudicato e spacciatore.

Non so se i carabinieri saranno infine condannati ed eventualmente per quali reati. Tuttavia ammiro la tenacia della signora Cucchi e nell’epoca odierna di assoluto decadimento di valori quali ad esempio il coraggio e la perseveranza, Ilaria ben può assurgere al ruolo di “esempio”, sperando però che non rovini tutto con suoi improbabili impegni in politica.

Se vogliamo dedicare una via, dedichiamola a Ilaria Cucchi, che per nove anni ha sfidato le ingiustizie, le omertà e gli ostacoli di un sistema spesso congegnato per allontanare la verità dalle aule di giustizia.

Le vie, secondo la normativa vigente, non possono essere intitolate a persone in vita o decedute da meno di dieci anni (salva la possibilità di deroga per quest’ultimo caso). Viva a lungo, quindi, Ilaria. Continui a battersi per i diritti dei detenuti e alla fine sarei ben lieto di vedere una via dedicata alla sua persona, a testimonianza che anche in un moderno stato di diritto a volte è necessario battersi fino all’ultimo per vedere trionfare la giustizia.

 

DiAvvocato Federico Depetris

Mancato pagamento TFR e stipendi: il Fondo di garanzia INPS

La crisi di liquidità che colpisce le imprese italiane ha determinato negli ultimi anni  un crescente aumento di casi in cui il Datore di lavoro non riesce a corrispondere il trattamento di fine rapporto e la stessa retribuzione.

Nei casi in cui un lavoratore non ottenga il pagamento delle retribuzioni arretrate e dell’indennità di fine rapporto, il Legislatore ha previsto alcuni rimedi finalizzati a garantire comunque al Lavoratore un soddisfacimento, anche solo parziale, delle sue ragioni creditorie.

Quando un Datore di lavoro non effettua i pagamenti dovuti, si consiglia al Lavoratore di rivolgersi senza ritardo ad un proprio avvocato di fiducia.

Infatti, salvo i casi in cui non sia già intervenuto il fallimento del Datore di lavoro, il Lavoratore deve iniziare subito ad interessarsi per il recupero del proprio credito. L’avvocato nominato provvederà senza ritardo ad avviare tutte le più opportune iniziative giudiziali per ottenere la condanna del Datore di lavoro al pagamento degli stipendi arretrati e del Tfr.

Ottenuta la condanna, si dovrà procedere ad avviare i pignoramenti più opportuni al fine di recuperare coattivamente quanto dovuto al lavoratore.

Cosa succede nel caso in cui i pignoramenti dovessero risultare negativi in quanto il Datore di lavoro, ad esempio, risulti nullatenente?

In questi casi si potrà accedere al Fondo di garanzia INPS che garantisce il recupero dell’intero Tfr e delle somme dovute negli ultimi tre mesi di lavoro.

Per quanto riguarda le somme diverse dal Tfr è bene evidenziare che”Il pagamento effettuato dal Fondo di garanzia ai sensi dell’art. 1 è relativo ai crediti di lavoro, diversi da quelli spettanti a titolo di trattamento di fine rapporto, inerenti gli ultimi tre mesi del rapporto di lavoro rientranti nei dodici mesi che precedono: a) la data del provvedimento che determina l’apertura di una delle procedure indicate nell’art. 1, comma 1; b) la data di inizio dell’esecuzione forzata; c) la data del provvedimento di messa in liquidazione o di cessazione dell’esercizio provvisorio ovvero dell’autorizzazione alla continuazione dell’esercizio di impresa per i lavoratori che abbiano continuato a prestare attività lavorativa, ovvero la data di cessazione del rapporto di lavoro, se questa è intervenuta durante la continuazione dell’attività dell’impresa.” ( 1rt. 2 comma 1 Dlgs 80/92).

Nel caso in cui il Datore di lavoro sia stato dichiarato fallito, in lavoratore, in proprio ovvero con l’ausilio di un avvocato, dovrà insinuarsi al passivo fallimentare e quindi, divenuto esecutivo lo stato passivo non opposto, si potrà richiedere l’accesso al fondo di garanzia Inps.

Avv. Federico Depetris

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Sovraindebitamento: ammesso il patrocinio a spese dello stato.

Il Tribunale di Torino sentenza del 16 novembre 2017 ha precisato che:  “La normativa sul gratuito patrocinio trova applicazione anche nelle procedure di sovraindebitamento, avendo la stessa carattere generale in applicazione dell’art. 24 della Costituzione e non trovando applicazione le regole sul pagamento dei professionisti proprie delle procedure di concordato preventivo, stante l’autonomia sistematica e funzionale degli istituti contemplati nella legge n. 3 del 2012.

Prima della sentenza del Tribunale di Torino in molti dubitavano dell’ammissibilità del patrocinio a spese dello Stato per coloro i quali intendessero avvalersi dell’assistenza di un avvocato per avviare le procedure previste dalle legge n. 3 del 2012, meglio nota, giornalisticamente, come “legge salva suicidi“.

La precisazione del Tribunale di Torino, molto attesa, ha il merito di favorire l’accesso alle procedure di sovraindebitamento assicurando la possibilità a tutti i cittadini di poter tentare la strada dell’esdebitazione, ossia della cancellazione di tutti i debiti.

Con le procedure di cui alla legge n. 3 del 2012, vi è infatti la possibilità di riuscire ad ottenere uno stralcio significativo dei debiti e la possibilità di una loro cancellazione al termine della procedura. Possono essere oggetto di stralcio praticamente tutti i debiti, quindi anche quelli contratti con le banche, quelli con l’Agenzia delle entrate (ad eccezione di quelli relativi ad alcune imposte e dazi), con fornitori etc.

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

COME CANCELLARE TUTTI I DEBITI. ESDEBITAZIONE FALLIMENTARE.

ESDEBITAZIONE FALLIMENTARE: CANCELLARE TUTTI I DEBITI DOPO LA CHIUSURA DEL FALLIMENTO.

Una volta intervenuta la chiusura di una procedura fallimentare, i creditori rimasti insoddisfatti potranno aggredire il patrimonio del fallito.

Nel caso in cui, quindi, a fallire sia stata anche una persona fisica, questa, dopo la chiusura del fallimento, è comunque tenuta ed obbligata a dare piena soddisfazione ai propri creditori rimasti insoddisfatti in sede concorsuale.

Vi è tuttavia la possibilità per il debitore di chiedere la “cancellazione” di tutti i suoi debiti.

L’art. 142 della Legge Fallimentare individua i requisti per chiedere ed ottenere il decreto di esdebitazione.

Il fallito persona fisica è ammesso al beneficio della liberazione dai debiti residui nei confronti dei creditori concorsuali non soddisfatti a condizione che: 1) abbia cooperato con gli organi della procedura, fornendo tutte le informazioni e la documentazione utile all’accertamento del passivo e adoperandosi per il proficuo svolgimento delle operazioni; 2) non abbia in alcun modo ritardato o contribuito a ritardare lo svolgimento della procedura; 3) non abbia violato le disposizioni di cui all’articolo 48; 4) non abbia beneficiato di altra esdebitazione nei dieci anni precedenti la richiesta; 5) non abbia distratto l’attivo o esposto passività insussistenti, cagionato o aggravato il dissesto rendendo gravemente difficoltosa la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari o fatto ricorso abusivo al credito; 6) non sia stato condannato con sentenza passata in giudicato per bancarotta fraudolenta o per delitti contro l’economia pubblica, l’industria e il commercio, e altri delitti compiuti in connessione con l’esercizio dell’attività d’impresa, salvo che per tali reati sia intervenuta la riabilitazione. Se è in corso il procedimento penale per uno di tali reati, il tribunale sospende il procedimento fino all’esito di quello penale.

L’esdebitazione non può essere concessa qualora non siano stati soddisfatti, neppure in parte, i creditori concorsuali.

Restano esclusi dall’esdebitazione: a) gli obblighi di mantenimento e alimentari e comunque le obbligazioni derivanti da rapporti estranei all’esercizio dell’impresa; (2) b) i debiti per il risarcimento dei danni da fatto illecito extracontrattuale nonché le sanzioni penali ed amministrative di carattere pecuniario che non siano accessorie a debiti estinti. Sono salvi i diritti vantati dai creditori nei confronti di coobbligati, dei fideiussori del debitore e degli obbligati in via di regresso.”

 

L’esdebitazione, come si è visto, può essere concessa solo quando siano stati soddisfatti, anche solo in via parziale i creditori concorsuali.

Secondo un’opinione più restrittiva della predetta disposizione, è necessario che tutti i creditori siano stati parzialmente soddisfatti. Secondo, invece, una diversa interpretazione, è sufficiente che siano stati soddisfatti anche solo alcuni dei creditori.

Tale ultima interpretazione ha infine ottenuto l’avvallo della Corte di Cassazione a Sezioni Unite. La Suprema Corte ha avuto modo, infatti, di chiarire che: ” L’art. 142, co. 2, L.F., deve essere interpretato nel senso che ai fini dell’accesso al beneficio della esdebitazione non è necessario che tutti i creditori concorsuali siano soddisfatti, ma è sufficiente che siano soddisfatti almeno una parte dei creditori. È rimesso al prudente apprezzamento del giudice di merito valutare quando sia avvenuto il soddisfacimento parziale dei crediti richiesto per il riconoscimento del beneficio” ( Cass. Sezioni Unite n. 24215/2011).

Tale principio è stato recentissimamente confermato dalla Suprema Corte di Cassazione nell’ordinanza n. 7550/2018 ove si è affermato che: “È arbitrario considerare unicamente la percentuale di pagamento dei creditori concorsuali come ostacolo decisivo al beneficio dell’esdebitazione. La liberazione dai debiti residui deve essere concessa, a determinate condizioni, a meno che i creditori siano rimasti del tutto insoddisfatti …”

Ai sensi della Legge Fallimentare, inoltre, è necessario non aver riportato alcuna condanna penale per reati commessi nell’esercizio dell’attività di amministrazione dell’impresa.

Cosa accade in caso di applicazione di pena su accordo delle parti (patteggiamento), ad esempio, per bancarotta?

Secondo l’opinione maggioritaria,  non osta alla concessione dell’esdebitazione l’eventuale passaggio in giudicato di una sentenza di patteggiamento. Infatti, la sentenza di applicazione della pena su accordo delle parti è una condanna sui generis in quanto non presuppone una dichiarazione di colpevolezza né può essere considerata una condanna in senso proprio.

Tali principi sono stati fatti propri dai Giudici di merito, in particolare il Tribunale di Padova ha avuto modo di precisare che: “Ai fini della valutazione dei presupposti per la concessione del beneficio dell’esdebitazione, l’esistenza carico del richiedente di un provvedimento di applicazione della pena su richiesta ai sensi dell’articolo 444 c.p.p., che, come è noto, non può avere efficacia di giudicato nel processo civile, costituisce un utile indizio da valutare in concorso con altre circostanze. (Nel caso di specie, il Tribunale ammesso il ricorrente al beneficio dell’esdebitazione, ritenendo che l’applicazione della pena a seguito di patteggiamento per il reato di bancarotta fraudolenta costituisse l’unico indizio sfavorevole al ricorrente a fronte di una pluralità di elementi indicativi di una condotta collaborativa con gli organi della procedura).” (Cfr. Tribunale di Padova, sentenza del 09.02.2013, massima redazionale IlCaso.it – SmartLex24).

Nel caso in cui l’istanza di esdebitazione non venisse accolta, tutti i crediti rimasti insoddisfatti diverrebbero inesigibili nei confronti del fallito, il quale quindi otterrebbe la sua propria e integrale liberazione da ogni obbligo nei confronti dei suoi creditori.

Non bisogna confondere l’esdebitazione fallimentare, con l’istituto di cui alla Legge n. 03 del 2012.

Avv. Federico Depetris

 

DiAvvocato Federico Depetris

MOBBING E STRAINING

Com’è noto, l’insegnamento della Giurisprudenza, ormai consolidatasi, definisce “mobbing” quella “condotta del datore di lavoro sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del dipendente negli ambienti di lavoro che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del lavoratore, con effetto lesivo del suo equilibrio fisio-psichico e della sua personalità” (Cass. 87/2012).

Il mobbing, dunque, è costituito da “… reiterati abusi, idonei a configurare il così detto terrorismo psicologico, con la coscienza ed intenzione del datore di lavoro di arrecare danni – di vario tipo ed entità – al lavoratore medesimo.” (Cass. 16335/2017).

Gli abusi, le vessazioni e le prevaricazioni possono essere poste in essere dal Datore di lavoro, ovvero dal superiore gerarchico, ma anche da altri colleghi di livello non superiore (mobbing orizzontale) e finanche inferiore (c.d. mobbing ascendente) (Cfr. ex multis Cass. 22893/2008).

Com’è noto l’art. 2087 c.c., obbliga il datore di lavoro a predisporre ogni misura di sicurezza finalizzata a tutelare l’integrità fisica, ma altresì la salute psichica e la personalità morale del lavoratore. L’art. 2087 c.c. impone in capo al datore di lavoro la responsabilità per le lesioni psicofisiche subite dal lavoratore a titolo di responsabilità contrattuale.

Il lavoratore, quindi, soggetto alla condotta di mobbing (indifferentemente posta in essere dal Datore di lavoro direttamente ovvero da altri dipendenti) può giovarsi pienamente dell’onere probatorio così come scolpito dall’art. 1218 c.c. .

Recentemente nel nostro ordinamento, affianco all’ormai “tradizionale” figura del mobbing, sta prendendo forma il c.d. “straining”.

Lo straining consiste nel, letteralmente, “mettere sotto pressione il lavoratore”, ossia nel creare un rapporto lavorativo conflittuale e di stress forzato mediante condotte ostili o vessatorie.

Lo straining si differenzia dal mobbing per il fatto che le condotte ostili e vessatorie poste in essere sono limitate ovvero molto distanziate nel tempo, ma cionondimeno determinano un forte turbamento psicologico nella vittima-lavoratore. La Cassazione con la sentenza 3291/2016 sullo straining ha chiarito che con il termine straining si intende ” ... una situazione lavorativa conflittuale di stress forzato, in cui la vittima subisce azioni ostili limitate nel numero e/o distanziate nel tempo (quindi non rientranti nei parametri del mobbing) ma tale da provocarle una modificazione in negativo, costante e permanente, della condizione lavorativa; … il suddetto “stress forzato” puo’ essere provocato appositamente ai danni della vittima con condotte caratterizzate da intenzionalita’ o discriminazione – come e’ avvenuto nella specie per i due episodi che hanno visto il (OMISSIS) come protagonista – e puo’ anche derivare dalla costrizione della vittima a lavorare in un ambiente di lavoro disagevole, per incuria e disinteresse nei confronti del benessere lavorativo; … e’ sufficiente, come si e’ detto, anche un’unica azione ostile purche’ essa provochi conseguenze durature e costanti a livello lavorativo, tali per cui la vittima percepisca di essere in una continua posizione di inferiorita’ rispetto ai suoi aggressori”.

Anche la fattispecie dello straining rientra nella condotta contraria all’art. 2087 c.c., al pari, quindi, del mobbing, di cui, in definitiva, appare una forma più attenuata, ma comunque meritevole di censura.

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

Cittadini e armi: qualche proposta ragionevole oltre il modello Usa e le fobie Ue

[Articolo apparso su Il Primato Nazionale del 18.02.2018. L’articolo originale si trova qui.]

Roma, 18 feb – Dopo l’ennesima strage compiuta in un liceo della Florida lo scorso 14 febbraio da parte di un squilibrato che ha assassinato diciassette persone, anche nella campagna elettorale italiana ha fatto il suo ingresso il tema del possesso e detenzione delle armi da fuoco. Negli Stati Uniti, dopo ogni insensata strage, una parte dell’opinione pubblica, supportata da associazioni vicine al Partito democratico, inizia a chiedere l’introduzione di restrizioni circa la detenzione ed il possesso delle armi da fuoco. Molto spesso il dibattito si svolge su di un piano prettamente emotivo o comunque fortemente ideologizzato. Se si considerano, poi, le semplificazioni ed il duello a colpi di slogan (di basso livello) a cui dobbiamo assistere in Italia ogni qual volta ci troviamo a confrontarci con episodi come quello accaduto a Parkland, pare opportuno provare a fare un pò di chiarezza sul tema.

QUESTA NON È L’AMERICA – L’Italia non è gli Stati Uniti. Dirlo è un’ovvietà, ma è bene ripeterlo ed averlo bene a mente. In Italia l’acquisto di un’arma è sicuramente più complesso che negli Stati Uniti, anche se pure lì non si deve pensare che le armi si acquistino “al supermercato” e senza controlli, come viene spesso detto. Inoltre, qui da noi non è ammessa la detenzione di armi da fuoco automatiche (le armi automatiche che vengono vendute sono trasformate in semi-automatiche). In Italia, ovviamente, non è costituzionalizzato il diritto a detenere armi da fuoco, cosa che invece è presente nel II emendamento della Costituzione americana. Storicamente, la codificazione del diritto a detenere armi da fuoco negli Usa si spiega con la nascita stessa dello stato nordamericano: i coloni, stufi di essere vessati dall’Inghilterra ed avendo ormai maturato una propria identità nazionale, imbracciarono le armi che avevano a disposizione conquistando l’indipendenza dalla Corona inglese. Se non ci fossero state le armi non sarebbero esistiti gli Stati uniti.

A voler portare il discorso ad un maggior livello di approfondimento, non ci si può esimere dal notare come “tradizionalmente” (si pensi alle diete dell’alto medioevo, discendenti dirette delle antiche assemblee germaniche) gli uomini liberi, ossia coloro i quali godevano della pienezza dei loro diritti, erano coloro che portavano le armi. L’esempio più emblematico è rappresentato dalla legge longobarda: i ragazzi divenivano uomini quando raggiungevano la fase adulta e potevano così possedere le armi e partecipare alle assemblee convocate dai duchi, dai principi etc. L’uomo libero, quindi, è per definizione “armato”. Tuttavia questo nobile, e per certi versi ancora attuale, concetto ha finito negli Usa col saldarsi con la cultura fortemente individualista e antistatalista di cui è permeata la Confederazione nordamericana. Ecco allora che essere armati, in America, non significa più potersi difendere dagli aggressori esterni: essere armati per loro significa potersi difendere dalla tirannide dei propri governi centralizzati. Così il “portare le armi”, invece che rappresentare – come dovrebbe essere – l’assunzione dell’impegno a difendere la propria famiglia, il proprio villaggio, il proprio clan, la propria Nazione, si è involuta in una forma di individualismo, così snaturandosi.

IL MODELLO SVIZZERO – La Svizzera è forse lo stato col maggior numero, in proporzione, di cittadini armati. La Confederazione elvetica intende difendere la propria indipendenza e sovranità ad ogni costo, anche ricorrendo, se necessario, all’aiuto e supporto dei propri cittadini che all’occorrenza possono trasformarsi in “franchi tiratori”. In Svizzera il diritto-dovere alla detenzione delle armi da fuoco pare conservare quella sua funzione “tradizionale” di difesa della comunità a cui si accennava poco sopra, che invece il II emendamento americano ha infine perso.

È necessario dire chiaramente che, in ogni caso, la diffusione delle armi da fuoco regolarmente detenute non determina un aumento della commissione di fatti criminali. Chi delinque abitualmente non lo fa certamente adoperando le armi regolarmente denunciate, anche nei casi in cui ne sia regolarmente detentore. Peraltro immaginare che un delinquente abituale e di professione abbia armi regolarmente detenute è più che altro un esempio di scuola: per possedere armi da fuoco in Italia è infatti necessario non avere precedenti penali. I delinquenti abituali, i terroristi ed i membri della criminalità organizzata si riforniscono di armi in un prolifico mercato nero. Per poche centinaia di euro in una qualsiasi città italiana è di fatto possibile acquistare fucili automatici provenienti dagli arsenali delle disciolte repubbliche socialiste dell’est europa o acquistare pistole per poche decine di euro.

Peraltro si noterà come le stragi che periodicamente avvengono negli Usa siano di fatto una prerogativa esclusivamente americana. In Svizzera, dove pure le armi sono presenti nel 70% delle case, non si registrano mattanze nelle scuole. L’impressione è che l’origine dei fenomeni come quello del 14 febbraio scorso vada sì ricercato nella società americana, ma non nella “cultura” delle armi e, più in generale, nel rapporto tra gli statunitensi e le armi da fuoco.
Quindi, riassumendo, impedire ai privati di detenere armi non ridurrebbe in nessun modo la commissione di crimini. Ne è un esempio la legislazione britannica, dove le armi sono pressoché interdette del tutto ai privati eppure crimini efferati ed atti terroristici vengono comunque commessi.

L’impressione è che la richiesta, spesso avanzata dall’opinione pubblica di “sinistra”, di completo disarmo dei privati, sia dettata più da un odio verso l’arma in sé e verso ciò che l’arma può rappresentare, piuttosto che da motivazioni di ordine pubblico concrete e verificabili. L’arma è infatti emblema di “virilità” per eccellenza ed in una società “de-virilizzata”, dove non vi è spazio per nessun slancio vitalistico e dove si è educati “all’impotenza”, per la armi non può esserci alcuno spazio.

UOMINI, ARMI, STATO – La detenzione di armi da fuoco da parte di cittadini privati può essere consentita da uno Stato organico? La risposta può essere certamente positiva, con alcune doverose precisazioni.

Lo Stato organico, a differenza di quello liberale, rivendica l’esclusivo diritto all’uso della “forza” per il mantenimento dell’ordine pubblico, sociale ed economico e per la difesa della sovranità nazionale. Le armi in mano ai privati potrebbero essere potenzialmente adoperate per impedire allo Stato l’esercizio delle sue prerogative, in quanto potrebbero essere utilizzate a difesa di interessi particolaristici ed egoistici confliggenti con quelli comunitari.

Una posizione di compromesso però è possibile e doverosa, richiamandosi proprio al concetto “tradizionale” di porto delle armi a cui si è accennato più sopra. Il loro possesso da parte di cittadini che si ritengono parte integrante della propria comunità nazionale e di destino non può che rafforzare lo Stato invece che indebolirlo: in ogni casa vi sono uomini e donne pronti a difendere la propria comunità, la propria identità ed il proprio Stato da qualsivoglia invasore esterno e da ogni tentativo finalizzato a privare lo Stato stesso della propria sovranità. In uno Stato organico pienamente realizzato, infatti, non vi è posto per alcuna logica “dualistica” Stato-Individuo, verificandosi al contrario una piena e perfetta integrazione tra la dimensione collettiva-comunitaria e quella individuale e quindi il singolo cittadino avrà il dovere e la responsabilità di resistere alle ingerenze che dovessero provenire dall’esterno dello Stato.

UNA NUOVA LEGISLAZIONE – In termini pratici quanto qui detto potrebbe declinarsi in una legislazione volta a disincentivare il porto d’armi incondizionato e libero (ossia la possibilità di girare armati per le nostre città), ma favorevole al riconoscimento del diritto (per le persone coi giusti requisiti) a detenere armi da fuoco e a portarle con seper recarsi nei poligoni, responsabilizzando i cittadini sull’impegno che essi comunque assumono nel momento in cui acquistano e posseggono un’arma da fuoco.

Al di là delle semplificazioni e delle contrapposizioni ideologiche, qual è la reale situazione in Italia circa il possesso e la detenzione delle armi? Cosa si può modificare e come? Non è questa la sede per una disamina analitica delle differenze tra detenzione e porto di arma da fuoco e, in più in particolare, tra le varie forme di porto d’armi previste e disciplinate dalla nostra normativa. E’ importante, invece, mettere in evidenza alcune vere e proprie assurdità che caratterizzano la nostra normativa in materia di armi che dovrebbero essere del tutto superate.

Oggi ottenere un comunissmo porto d’armi c.d. “ad uso sportivo”, è relativamente facile. E’ sufficiente infatti ottenere un certificato d’uso e maneggio, fare un paio di visite mediche (dal proprio medico di base e poi da un medico militare) e presentare la domanda alla Questura territorialmente competente.

Come si ottiene il certificato di uso e maneggio di armi da fuoco? Semplicemente seguendo poche ore di un corso teorico circa il maneggio in sicurezza e poi superando una prova pratica di tiro. Se poi si passa il vaglio della Questura il gioco è praticamente fatto.

Il difficile, se vogliamo, arriva dopo aver ottenuto il porto d’armi. Da quel momento, o meglio da quando si acquista un’arma, inizia un vero e proprio calvario fatto di rispetto di minuziose e spesso illogiche regole sul numero di armi che si possono detenere, numero di munizioni, modalità di detenzione etc…

A ben vedere dovrebbe funzionare tutto al contrario: maggior complessità nell’ottenere il porto d’armi e poi meno regole inutili sul numero delle armi che si possono acquistare e sul numero di munizioni che si possono detenere. Maggior complessità nel poter ottenere il porto d’armi non significa porre a carico del cittadino che richiede la licenza adempimenti burocratici inutili, cavillosi e costosi, ma significa assicurarsi che il soggetto che ottiene il porto sia poi effettivamente in grado di maneggiare in sicurezza un’arma, sia in grado di effettuarne la manutenzione ordinaria, conosca le regole basilari sul tiro e sia, effettivamente, sano di mente. Sarebbe sufficiente per ottenere tutto questo subordinare la concessione del certificato di uso e maneggio delle armi da fuoco alla partecipazione ad un corso che non si esaurisca in una manciata di ore, ma che preveda più sessioni di poligono in presenza di commissari di tiro ed istruttori qualificati, smontaggio e rimontaggio delle armi da fuoco, insegnamento delle basilari regole di sicurezza e verifica del loro rispetto durante le sessioni di tiro etc. La visita medica, infine, non può ridursi alla mera presa d’atto da parte del medico militare del certificato anamnestico del medico di base, il quale si è limitato a riportare quanto dichiarato direttamente dal richiedente. Viene chiesto, ad esempio, durante la visita se si è soggetti a disturbi psichiatrici, basta rispondere di “no” e si ottiene il porto d’armi. Andrebbe effettuata, al contrario, un’effettiva verifica della salute mentale del richiedente, superata la quale può essere fornito un parere favorevole alla concessione della licenza da parte del medico.

Una volta ottenuto il certificato di maneggio delle armi da fuoco e superata la visita psichiatrica e quindi ottenuta la licenza da parte della Pubblica autorità competente, non si vede come mai il possessore debba essere poi costretto al rispetto di inutili limitazioni nella detenzione delle armi e sul munizionamento oppure essere comunque soggetto all’arbitrio della Questura e quindi soggiacere al rispetto di cavillose regole burocratiche prive di effettiva utilità, se non quella, non dichiarata, di scoraggiare la detenzione di armi.

C’è un aspetto dell’attuale legislazione sulle armi da fuoco che lascia particolarmente perplessi e che necessiterebbe di un correttivo: l’eccessiva discrezionalità riconosciuta alla Questura nel concedere le licenze. E’ sufficiente avere un precedente penale per un reato bagatellare oppure avere anche solo un precedente di polizia per vedersi rigettata la domanda di porto d’armi oppure vedersi revocato il porto già ottenuto. La casistica offre un quadro inquietante: basta un litigio con un vicino oppure una separazione burrascosa a cui segue un querela per minacce fondata su fatti falsi e indimostrati per vedersi revocato il porto. Questo arbitrio da parte della forze di pubblica sicurezza non può essere avvallato in nessun modo.

Sono doverose in conclusione alcune brevi parole sulle iniziative assunte dall’Unione europea.
L’attuale legislazione italiana, infatti, deve confrontarsi con quella europea. L’Unione europea sta promuovendo, con la famosa Direttiva 477, una politica disarmista ingiustificata e pericolosa contro cui è doveroso prendere una posizione contraria, proprio nell’ottica a cui sopra si accennava: avere le nostre armi è un modo di difendere la nostra sovranità ed indipendenza. L’Europa vuole i popoli disarmati e privi di sovranità, quella sovranità che la nostra Costituzione indica chiaramente appartenga al popolo ed al popolo soltanto.

Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

ASSICURAZIONE: Reticenze e false dichiarazioni del soggetto assicurato.

Art. 1892 c.c. e l’onere della prova.

L’art. 1892 c.c. primo comma dispone che: Le dichiarazioni inesatte e le reticenze del contraente, relative a circostanze tali che l’assicuratore non avrebbe dato il suo consenso o non lo avrebbe dato alle medesime condizioni se avesse conosciuto il vero stato delle cose, sono causa di annullamento del contratto quando il contraente ha agito con dolo o con colpa grave”. Nel caso in cui la compagnia di assicurazioni scopra le inesattezze e reticenze dopo il verificarsi dell’evento assicurato, la compagnia medesima è esonerata dal pagamento dell’indennizzo pattuito.

L’art. 1892 c.c. impone quindi il dovere giuridico in capo al soggetto assicurato di riferire ogni elemento a sua conoscenza utile al fine di individuare l’effettivo rischio di verificazione dell’evento assicurato così da garantire alla compagnia assicurativa il possesso delle conoscenze necessarie per determinarsi in ordine alla stipulazione del contratto o comunque utili per la determinazione del premio dovuto in ragione delle probabilità di verificazione del rischio.

Tale dovere viene altresì valorizzato dal successivo art. 1893 c.c. il quale dispone che: “Se il contraente ha agito senza dolo colpa grave, le dichiarazioni inesatte e le reticenze non sono causa di annullamento del contratto, ma l’assicuratore può recedere dal contratto stesso, mediante dichiarazione da farsi all’assicurato nei tre mesi dal giorno in cui ha conosciuto l’inesattezza della dichiarazione o la reticenza.

Se il sinistro si verifica prima che l’inesattezza della dichiarazione o la reticenza sia conosciuta dall’assicuratore, o prima che questi abbia dichiarato di recedere dal contratto, la somma dovuta è ridotta in proporzione della differenza tra il premio convenuto e quello che sarebbe stato applicato se si fosse conosciuto il vero stato delle cose.”

In presenza, dunque, di dichiarazioni inesatte o reticenti poste in essere senza dolo o colpa grave dell’assicurato, all’assicurazione è attribuita la facoltà di recedere dal contratto ovvero, in caso di scoperta delle reticenze ed inesattezze dopo il verifcarsi del sinistro, la compagnia assicuraiva potrà ridurre l’indennizzo dovuto.

IL CASO.

Tizio stipulava contratto di mutuo con la Banca Alfa. L’istituto di credito, per tutelare i propri diritti, faceva stipulare a Tizio una polizza assicurativa con la compagnia di assicurazioni Zeta. In forza della polizza stipulata in caso di morte di Tizio, la compagnia Zeta avrebbe corrisposto alla banca Alfa tutte le rate residue del mutuo. Tizio nello stipulare la polizza dichiarava di godere di un “buono stato di salute”.

Nel 2013 interveniva il decesso del Sig. Tizio a causa di una grave patologia letale e non curabile. Gli eredi del Sig. Tizio denunciavano alla compagnia di assicurazioni Zeta l’intervenuto evento assicurato e chiedevano il pagamento dell’indennizzo promesso.

Il medico di famiglia del Sig. Tizio, dichiarava alla compagna di assicurazioni Zeta che il Sig. Tizio al momento della stipulazione della polizza era affetto da alcune patologie, che alla società Zeta non erano state dichiarate.

La compagnia di assicurazioni si rifiutava, dunque, di corrispondere l’indennizzo, proponendo in via transattiva una riduzione dello stesso in una misura che non veniva ritenuta equa dagli eredi di Tizio, i quali, peraltro, contestavano recisamente il fatto che il soggetto assicurato fosse affetto dalle patologie dichiarate dal medico di famiglia.

Veniva introdotta una causa ordinaria dinnanzi al competente Tribunale di Varese, nella quale la compagnia di assicurazioni chiedeva il rigetto delle domande avanzate dagli eredi di Tizio ai sensi dell’art. 1892 c.c. .

In fase istruttoria, nonostante le difese e documenti prodotti dagli eredi di Tizio, il medico di base del Sig. Tizio confermava che il predetto soggetto al momento della stipulazione della polizza era affetto da una serie di patologie che non erano state dichiarate alla compagnia Zeta. La compagnia assicuratrice insisteva, dunque, per il rigetto delle domande degli eredi di Tizio.

Quanto disposto dall’art. 1892 c.c. trova applicazione solo ed eslusivamente ove ricorrano le seguenti condizioni: a) dichiarazioni inesatte o reticenti; b) dolo o colpa grave; c)le dichiarazioni inesatte o reticenti devono essere state determinanti nella formazione del consenso dell’assicuratore o lo avrebbe dato a condizioni diverse.

E’ onere dell’assicuratore provare il dolo in capo all’assicurato, così come è suo onere provare che se avesse conosciuto l’esistenza delle patologie non dichiarate, non avrebbe prestato il suo consenso alla stipulazione della polizza o lo avrebbe prestato a condizioni diverse.

In fase istruttoria era peraltro emersa l’assoluta assenza di correlazione tra le patologie non dichiarate da Tizio ed il morbo che infine ne determinava la prematura scomparsa.

L’assenza di un nesso causale tra le patologie non dichiarate ed il verificarsi dell’evento morte secondo la migliore dottrina, dovrebbe comportare l’impossibilità di applicare quanto prescritto dall’art. 1892 c.c. e ciò sulla base, quantomeno, di ragioni di natura equitativa “partendo dal presupposto che l’intera disciplina di cui agli artt. 1892 e 1893 c.c. sia improntata a favore dell’assicuratore e che il rischio sia elemento imprescindibile nel contratto in esame”.

Il Tribunale adito decideva la controversia aderendo alle tesi difensive promosse nell’interesse degli eredi di Tizio. Il Giudice adito, infatti, pur ritenendo accertata la presenza di dichiarazioni inesatte o reticenti, evidenziava come la compagnia assicurativa non avesse provato in nessun modo il dolo, ovvero la colpa grave dell’assicurato. Pertanto l’art. 1892 c.c. non poteva trovare applicazione. Il Tribunale di Varese, facendo applicazione di quanto disposto dall’art. 1893 c.c., condannava la società Zeta ad erogare in favore degli eredi di Tizio l’indennizzo promesso, ridotto nella misura ritenuta di giustizia dal Giudicante.

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

Nozione di consumatore nel Codice del Consumo

Deve considerarsi professionista e non consumatore anche chi abbia stipulato un contratto per l’esercizio di una futura attività professionale.

Il Codice del Consumo si applica ai rapporti contrattuali in essere tra professionisti e consumatori. Dove per professionisti si intendono gli imprenditori e i professionisti in senso stretto (avvocati, notai, commercialisti etc), mentre per consumatore o utente si intende chi abbia stipulato un contratto al di fuori dell’esercizio di una propria, eventuale, attività professionale.

La Corte di Giustizia Europea con la sentenza n. 464 del 2005 ha tuttavia chiarito che: “un soggetto che ha stipulato un contratto relativo ad un bene destinato ad un uso in parte professionale ed in parte estraneo alla sua attività professionale non ha il diritto di avvalersi del beneficio delle regole di competenza specifiche previste dagli artt. 13-15 della detta convenzione, a meno che l’uso professionale sia talmente marginale da avere un ruolo trascurabile nel contesto globale dell’operazione di cui trattasi, essendo irrilevante a tale riguardo il fatto che predomini l’aspetto extraprofessionale; – spetta al giudice adito decidere se il contratto in questione sia stato concluso per soddisfare, in misura non trascurabile, esigenze attinenti all’attività professionale del soggetto di cui trattasi ovvero se, al contrario, l’uso professionale rivesta solo un ruolo insignificante; – a tal fine il giudice deve prendere in considerazione tutti gli elementi di fatto rilevanti che risultano oggettivamente dal fascicolo; non occorre invece tener conto di circostanze o di elementi di cui la controparte avrebbe potuto prendere conoscenza al momento della conclusione del contratto, a meno che il soggetto che fa valere lo status di consumatore non si sia comportato in modo tale da far legittimamente sorgere l’impressione, nella controparte contrattuale, di agire con finalità professionali.

Le precisazioni della Corte di Giustizia Europea hanno indotto parte della giurisprudenza italiana a ritenere che il Codice del Consumo non si applichi a quei rapporti contrattuali conclusi per l’esercizio di una futura attività professionale, ancorché siano stati stipulati da un soggetto che al momento del raggiungimento dell’accordo non svolgesse alcuna attività imprenditoriale o professionale.

Ed infatti la Suprema Corte di Cassazione con l’ordinanza 24731 del 2013 ha avuto modo di chiarire che: “in tema di disciplina di tutela del consumatore e di contratti negoziati fuori dai locali commerciali, non riveste la qualità di consumatore una persona fisica quando, attraverso il contratto, si procuri un bene o un servizio nel quadro dell’organizzazione di un’attività professionale da intraprendere, prendendo l’iniziativa di ricercare il bene o il servizio stesso, proprio al fine di realizzare tale organizzazione.”

Chi stipuli dunque un contratto al fine di svolgere una futura attività imprenditoriale non può essere considerato consumatore e pertanto non troveranno applicazione le norme poste a tutela del consumatore previste nel Dlgs 205/2005.

IL CASO

Tizio, al fine di superare un esame abilitativo all’esercizio di un’attività professionale da svolgersi all’estero presso uno stato membro dell’Ue, stipulava con la società Alfa un contratto avente ad oggetto l’erogazione di servizi finalizzati al disbrigo di pratiche burocratiche per il riconoscimento dei titoli accademici italiani da parte dello stato straniero.

La società Alfa si rendeve inadempiente agli obblighi assunti con Tizio, il quale conveniva in giudizio la predetta società al fine di vederla condannare per inadempimento contrattuale e al risarcimento dei danni cagionati.

Veniva adito il Foro di Torino in quanto Foro del luogo di residenza di Tizio, nonostante nel contratto stipulato tra Tizio e Alfa venisse indicato un diverso Foro.

La società Alfa si costituiva e richiamato l’orientamento giurisprudenziale espresso dalla Suprema Corte con l’ordinanza 24731 del 2013, eccepiva l’incompetenza del Foro adito.

Il Sig. Tizio, insisteva per la competenza del Foro di Torino osservando che per quanto concerneva il principio di diritto secondo cui non opererebbe la normativa a tutela del consumatore quando siano stipulati contratti aventi ad oggetto l’acquisto di beni e servizi per l’esercizio di una attività professionale anche solo futura o da intraprendersi, la Cassazione con l’ordinanza n. 8904 del 2015 ha precisato che: “la prospettiva di intraprendere una futura attivita’ – cui sia funzionale la stipula del contratto di fornitura di beni e di servizi – deve emergere dalle oggettive circostanze del contratto ed essere concreta e attuale, non rilevando ipotetiche intenzioni o vaghe aspettative, non definite quanto a tempi e possibilita’ di realizzazione.” Nel caso in esame lo svolgimento dell’attività professionale da intraprendersi da Tizio era del tutto ipotetica ed eventuale in quanto era necessario il superamento di un esame di stato abilitativo da svolgersi all’estero: superamento che in astratto poteva anche non verificarsi mai o avrebbe potuto realizzarsi con tempistiche non prevedibili.

Il Giudice adito emetteva ordinanza di incompetenza, ritenendo di ravvisare nel contratto in esame un nesso funzionale con la futura attività professionale da intraprendersi da parte del Sig. Tizio e ritenendo che allo stesso, dunque, non potessero applicarsi le tutele previste nel Codice del Consumo.

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

FALLIMENTO DITTA INDIVIDUALE

PROFILI DI ILLEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE NEL FALLIMENTO DELLE DITTE INDIVIDUALI.

Può fallire una ditta individuale?

La risposta a tale quesito è ovviamente positiva. La ditta individuale che opera quale impresa commerciale è soggetta a fallimento ricorrendone i presupposti di legge.

L’art. 1 della Legge fallimentare (R.D. n. 267 del 1942) dispone che:

1 Sono soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori che esercitano una attivita’ commerciale, esclusi gli enti pubblici.

2. Non sono soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori di cui al primo comma, i quali dimostrino il possesso congiunto dei seguenti requisiti: a) aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito della istanza di fallimento o dall’inizio dell’attivita’ se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ad euro trecentomila; b) aver realizzato, in qualunque modo risulti, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attivita’ se di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore ad euro duecentomila; c) avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore ad euro cinquecentomila.

3. I limiti di cui alle lettere a), b) e c) del secondo comma possono essere aggiornati ogni tre anni con decreto del Ministro della giustizia, sulla base della media delle variazioni degli indici ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati intervenute nel periodo di riferimento.”

Pertanto gli imprenditori commerciali, in qualsiasi modo esercitino l’attività di impresa, quindi anche nella forma di ditta individuale e che si trovino in uno stato di insolvenza possono essere soggetti a fallimento.

Si definiscono imprenditori commerciali coloro i quali esercitano professionalmente una o più delle seguenti attività: industriale diretta alla produzione di beni o di servizi; un’attività intermediaria nella circolazione dei beni; un’attività di trasporto per terra, o per acqua o per aria; un’attività bancaria o assicurativa; altre attività ausiliarie delle precedenti.

Mentre si ha una situazione di insolevanza quando l’imprenditore non è in grado di onorare i propri debiti per la mancanza o insufficienza di un attivo patrimoniale.

Come indicato nell’art. 1 della Legge fallimentare, per essere soggetti a fallimento è necessario inoltre che: si abbia avuto un attivo patrimoniale nei tre anni precedenti all’istanza di fallimento pari o superiore ad euro 300.000,00 oppure si abbia avuto ricavi lordi (quindi un fatturato) pari ad euro 200.000,00, oppure ancora si siano maturati debiti per una somma complessiva pari o superiore ad euro 500.000,00. E’ sufficiente integrare anche uno solo dei predetti requisiti per essere soggetti a fallimento. 

Nei casi in cui non si riscontrano i presupposti per il fallimento, il debitore che ne ha interesse può ricorrere alle procedura per risolvere le crisi da sovraindeibitamento.

IL CASO.

La ditta individuale Alpha della Sig.ra Tizia svolgeva, a partire dal 2015 attività di commercializzazione di prodotti tecnologici per privati ed imprese.

La ditta individuale Alpha individuava i propri clienti finali a cui forniva i prodotti tenologici dalla stessa commercializzati, prodotti che venivano dunque acquistati dalle imprese produttrici ed infine venduti ed installati persso il cliente finale. I prodotti commercializzati dalla ditta individuale Alpha presentavano un costo particolarmente elevato pertanto era sufficiente concludere pochi contratti di vendita all’anno per far lievitare il fatturato.

Nell’anno 2015 la ditta Alpha raggiungeva un fatturato di euro 210.000,00 a fronte di un utile netto pari alla modestissima somma di euro 14.000,00.

Nell’anno successivo il fatturato scendeva drasticamente, mentre l’esposizione debitoria nei confronti dei fornitori si assestava intorno ai 100.000,00 euro.

Uno dei creditori della ditta individuale Alpha proponeva istanza di fallimento e ciò in quanto la ditta Alpha e la Sig.ra Tizia, che nel frattempo nel 2017 cessava di fatto la propria attività, risultavano del tutto impossidenti.

IPOTESI DI INCOSTITUZIONALITA’ DELL’ART. 1 DELLA LEGGE FALLIMENTARE.

La ditta individuale Alpha è un’impresa modestissima ed un’eventuale dichiarazione di fallimento della stessa apparirebbe del tutto iniqua ed oltremodo gravosa per la debitrice senza, peraltro, che alcun beneficio ne possano trarre i creditori.

Può ipotizzarsi che l’art. 1 della L.F. nel determinare i requisiti per la fallibilità delle imprese non differenziando gli stessi a seconda della ragione sociale della debitrice ed in particolare assoggettando ai medesimi presupposti per il fallimento sia le società che le ditte individuali e sia le società di persone che quelle di capitali, violerebbe l’art. 3 della Costituzione. E’ indubbio infatti che le conseguenze della dichiarazione di fallimento siano estremamente più gravose nei casi in cui sia dichiarata fallita una ditta individuale ovvero una società di persone con estensione del fallimento ai soci illimitatamente responsabili. In ragione delle diverse conseguenze derivanti dal fallimento si può ritenere che per le società di persone e per le ditte individuali debbano essere previsti presupposti diversi per la dichiarazione di fallimento rispetto a quelli attualmente previsti per tutti gli imprenditori.

Inoltre, ciò che appare fortemente iniquo è altresì la necessità che i requisiti di non fallibilità di cui all’art. 1 della L.F. debbano essere posseduti congiuntamente anche dalle imprese individuali. Nel caso qui proposto, ad esempio, la ditta Alpha ha maturato un’esposizione debitoria ben lontana dalla soglia dei 500.000,00 euro ed ha avuto una situazione patrimoniale attiva ben al di sotto della soglia di 300.000,00 euro.

Sarebbe opportuno, quindi, che siano individuati presupposti differenti, rispetto a quelli attualmente vigenti, per il fallimento delle ditte individuali: solo in questo modo potrà dirsi rispettato il principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 della Carta fondamentale.

La dichiarazione di fallimento non è solo funzionale al soddisfacimento delle ragioni dei creditori, ma svolge altresì una funzione pubblicistica di regolamentazione del mercato mediante il controllo ed infine l’eventuale “eliminazione” di soggetti insolventi che possono arrecare pregiudizio al mercato medesimo ed al sistema economico. Ebbene nel caso in esame è evidente che, considerata la situazione complessiva in cui versa la debitrice, non vi è alcuna ragione di natura pubblicistica a che la stessa sia dichiarata fallita, tanto più che nemmeno vi è la possibilità per i creditori di ottenere soddisfacimento delle loro ragioni mediante il fallimento della ditta Alpha, in quanto la stessa presenta un patrimonio del tutto incapiente.

Dall’eventuale dichiarazione di fallimento, dunque, non deriverebbe alcuna utilità concreta per i creditori.

Si può ravvisare, quindi, nell’art. 1 della L.F. Un ulteriore profilo di illegittimità costituzionale laddove non vengono escluse dal fallimento le ditte individuali che risultino del tutto incapienti. La dichiarazione di fallimento, infatti, è funzionale al soddisfacimento delle ragioni dei creditori insoddisfatti. Ove tuttavia tale soddisfacimento non possa essere raggiunto nemmeno in maniera parziale, la dichiarazione di fallimento di una ditta individuale, con tutte le conseguenze del caso per la persona fisica interessata dal fallimento, appare del tutto irragionevole in quanto oltremodo gravosa e senza alcuna utilità pratica. Anche in questo caso, quindi, può ritenersi l’art. 1 della L.F. in contrasto con l’art. 3 del Testo costituzionale.

Nel caso in esame la questione di legittimità costituzione veniva dichiarata dal Tribunale di Torino manifestamente infondata e pertanto veniva disposto il fallimento della ditta individuale Alpha della Sig.ra Tizia.

Tuttavia i profili di illgittimità costituzionale qui brevemente indicati meriterebbero ulteriori approfondimenti, considerato che sono numerosissimi i fallimenti di ditte individuali che vengono ogni giorno dichiarati dai tribunali italiani senza alcuna utilità per i creditori oppure in presenza di situazioni di insolevanza comunque modeste.

Avv. Federico Depetris