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DiAvvocato Federico Depetris

Emergenza abitativa, il dramma di Torino

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 23.04.2019 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

A Torino vengono eseguiti circa 4.000 sfratti all’anno. Decine di migliaia di persone ogni anno in città perdono la casa e rischiano di finire in mezzo ad una strada.

La stragrande maggioranza degli sfratti avviene per morosità, ossia per il mancato pagamento dei canoni di locazione. La crisi economica, l’assenza cronica di un lavoro stabile, sicuro e ben pagato costringono migliaia di famiglie a non pagare il canone pur di poter continuare a garantire il soddisfacimento delle esigenze quotidiane di vita (cibo, vestiario, bollette etc.).

È bene sapere che quando iniziano a sorgere le prime difficoltà economiche e si ipotizza che non si riuscirà più a pagare il canone, bisognerebbe recarsi immediatamente in Comune e dagli assistenti sociali per esporre i propri problemi e richiedere assistenza. Questo accorgimento potrà rendere più semplice l’eventuale successiva ammissione all’Emergenza abitativa e quindi ottenere un tetto dopo l’esecuzione dello sfratto.

Quando il proprietario di casa notifica l’atto di citazione per la convalida dello sfratto, l’inquilino dovrebbe organizzarsi per partecipare all’udienza che vede indicata nell’atto e parteciparvi personalmente al fine di richiedere al giudice il“termine di grazia” e poter così guardagnare un po’ di tempo (al massimo 90 giorni) per cercare di sanare la morosità.

Per sanare la morosità l’inquilino potrà anche provare a rivolgersi all’agenzia LOCARE del Comune di Torino che può mettere a disposizione delle risorse per trovare un accordo con il proprietario di casa.

Una volta che lo sfratto verrà convalidato, bisognerà poi avanzare presso i competenti uffici del Comune di residenza, la domanda di emergenza abitativa.

Il Comune di residenza infatti sarà tenuto a reperire, previo accoglimento della domanda di emergenza abitativa, una sistemazione abitativa al nucleo famigliare sotto sfratto. La sistemazione abitativa che potrà essere reperita di regola è solo temporanea (massimo due anni), tuttavia potrà essere utile per ottenere l’assegnazione, in deroga ai bandi ordinari per le case popolari, di un alloggio di edilizia sociale.

A Torino l’emergenza abitativa è disciplinata dal regolamento comunale n. 385 del 2019 (che ha sostituito il previgente regolamento n. 352 del 2012).

In particolare, l’articolo 10 del regolamento comunale fissa i requisiti specifici che devono essere soddisfatti da coloro i quali, sotto sfratto, chiedono l’emergenza abitativa. L’art. 10 dispone che:

«In caso di sfratto per morosità, possono presentare domanda di assegnazione di alloggio in emergenza abitativa esclusivamente i soggetti che, all’atto della stipulazione del contratto di locazione, abbiano avuto un reddito idoneo ad onorare il pagamento del canone (il reddito lordo deve essere in ogni caso superiore al canone netto), siano in possesso dei requisiti di cui all’articolo 7 del presente regolamento e, inoltre, siano in possesso dei requisiti, tra loro alternativi, sottoelencati alle lettere a) e b): a) regolare corresponsione del canone, per almeno 10 mesi, saldato entro 13 mesi dall’insorgenza della morosità, e fruizione di contributi economici erogati in base a specifico progetto personalizzato predisposto dai Distretti della Coesione Sociale o dai Servizi Socio Sanitari delle ASL territoriali nell’anno di insorgenza della morosità o nell’anno di esecuzione dello sfratto; b) regolare corresponsione del canone, per almeno 10 mesi, saldato entro 13 mesi dall’insorgenza della morosità, dovuta a calo del reddito certificato pari almeno al 50% rispetto al reddito precedente, oppure, dovuta a calo del reddito certificato anche inferiore al 50% (ma almeno del 30%) rispetto al reddito precedente se il canone (calcolato al massimo fino a 5.000,00 Euro) incide sul reddito, dopo il calo, per una percentuale superiore al 40%».

I requisiti dell’emergenza abitativa si palesano piuttosto cavilosi e sono sostanzialmente finalizzati a restringere il numero di coloro i quali possono ottenere assistenza dal Comune.

È naturalmente necessario che siano indicati dei requisiti per accedere all’emergenza abitativa al fine di evitare che si possano verificare, come purtroppo sono documentati, casi di vero e proprio accesso abusivo alle, modeste, risorse pubbliche a disposizione.

Tuttavia vi sono almeno due gravi anomalie nel sistema delineato dal regolamento Comune di Torino e che l’attuale maggioranza consiliare che ha approvato il nuovo regolamento (che è al 99% identico a quello previgente) poteva provare a correggere, ma che invece è intervenuta lasciando del tutto inalterato l’impianto originario.

La prima evidente anomalia è che non viene di fatto in nessun modo valorizzata la grave situazione di indigenza in cui può venirsi a trovare chi non sia in grado di pagare il canone. Se, ad esempio, la morosità insorgesse a pochi mesi dall’inizio del rapporto contrattuale di locazione, l’emergenza abitativa non si attiverebbe in quanto mancherebbero i dieci mesi di canoni anzianità locatizia.

È evidente che tale requisito sia finalizzato a disincentivare pratiche scorrette (come ad esempio stipulare un contratto di locazione con l’intento, sin dall’inizio, di non corrispondere il canone al fine di ottenere una sistemazione abitativa a carico del Comune), tuttavia tale requisito molto spesso risulta essere eccessivamente penalizzante per chi, magari costretto a trovarsi rapidamente una nuova sistemazione abitativa (pensiamo ad una donna maltrattata dal marito o dal convivente) si trovi poi, nel giro di pochi mesi, non più in grado di pagare il canone.

La seconda grave anomalia, che ho recentemente segnalato al TAR in un ricorso depositato le settimane scorse, è l’assenza di qualsivoglia accenno a requisiti specifici per soggetti sotto sfratto che siano anche disabili civili.

Chi è affetto da disabilità, infatti, si trova in una posizione di maggior svantaggio e di tale peculiarità si dovrebbe tenere conto non solo al fine di stilare le graduatorie per le case popolari, ma anche per le situazioni di emergenza abitativa.

Nel caso in cui la domanda di emergenza abitativa venisse bocciata è possibile ricorrere, entro sessanta giorni, al TAR.

In ogni caso, qualora la domanda di emergenza abitativa venisse respinta, è necessario rivolgersi ai Servizi sociali (che andrebbero avvisati della situazione sin da quando insorge la morosità o comunque almeno dal momento in cui vengono notificati i primi atti di sfratto).

Come detto all’inizio ogni anno migliaia di torinesi vivono il dramma di perdere la casa, di non sapere dove trovare rifugio e sistemazione. Ci sono minori, anziani, disabili, donne sole, padri separati etc. che ogni giorno vivono una situazione angosciosa, disperante a cui spesso il Comune non è in grado di risolvere per l’assenza di risorse, nonostante il patrimonio immobiliare dell’Atc sia spesso considerevole ed in parte non utilizzato per il pessimo stato manutentivo in cui versano numerosi appartamenti.

Urge un intervento nel settore. A Torino serve un vero nuovo regolamento, ma servono anche idee e progetti innovativi che possano garantire a tutti il diritto all’abitazione, eventualmente anche oltre gli schemi già collaudati del passato e spesso fallimentari.

DiAvvocato Federico Depetris

Il carcere? Un’invenzione “moderna”

 

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 11.02.2019 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Il carcere? Un’invenzione “moderna”

Nel febbraio del 2015 veniva pubblicata dalla casa editrice Giappichelli di Torino un breve saggio del professore Giuseppe Valditara, ordinario di diritto privato romano all’Università di Torino con un passato anche da senatore della Repubblica, dal titolo estremamente interessante: “Riflessioni sulla pena nella Roma repubblicana”.

Le 112 pagine del volume, dove viene analizzato il sistema giuridico della Roma antica, sono ricche di spunti per riflettere anche sull’attuale stato della giustizia penale e sul (fallimento?) del sistema general-preventivo del diritto penale contemporaneo.

Nell’epoca contemporanea sappiamo bene che lo Stato si è attribuito, in via esclusiva, il compito-dovere di prevenire e punire ogni violazione degli altrui diritti e la commissione di quei fatti che sono stati qualificati come illeciti. Nell’ambito di esercizio di tale assoluto potere lo Stato si avvale della carcerazione come mezzo per punire i colpevoli, prevenire la commissione di reati e, concetto questo recentissimo, rieducare il reo.

Il quadro di riferimento nella Roma antica (almeno sino all’affermarsi del principato) era invece radicalmente diverso.

Le gens godevano infatti di un’ampia autonomia rispetto al potere centrale. Avevano delle proprie milizie, proprie tradizioni, propri numi tutelari e un proprio capo: il pater.

Era proprio il pater ad esercitare, ha spiegato il professor Valditara, anche il ruolo di “giudice domestico”, irrogando sanzioni a quei componenti della gens che fossero stati ritenuti colpevoli di atti non tollerati. Ad esempio le donne sorprese nei baccanali venivano dalle autorità della Repubblica consegnate alle gens di appartenenza affinché il pater le potesse punire.

Il potere sanzionatorio del pater era così ampio al punto da assicurare al “capo famiglia” un ruolo politico. Il pater infatti creava nuovi cittadini con la manomissione (liberazione) degli schiavi, oppure poteva imporre al figlio che aveva raggiunto importanti cariche pubbliche di ritirarsi dal suo incarico etc.

Più in generale su può osservare come vi fosse nella società romana, diremmo oggi, una concezione essenzialmente privatistica della giustizia. Ogni torto doveva essere emendato e quando si rendeva necessario l’intervento di un arbitro terzo che rappresentasse la comunità ed esercitasse in maniera imparziale le proprie prerogative, la punizione consisteva sempre nel garantire una riparazione alla controparte, inizialmente, secondo lo schema di quella che viene volgarmente definita “legge del taglione” che trovava ampio spazio nelle leggi delle dodici tavole.

In questo quadro, quindi, la carcerazione non era figurava quale forma di sanzione per gli illeciti commessi.

In via generale, infatti, i romani vedevano nella riduzione in ceppi la condizione tipica degli schiavi e non degli uomini liberi. Chi pertanto era libero, tale sarebbe rimasto anche se ritenuto colpevole di gravi reati.

La carcerazione era prevista solo quale forma di misura cautelare, ossia in attesa che si celebrasse il giudizio al fine di evitare che il reo vi si potesse sottrarre fuggendo.

La pena principale che poteva essere irrogata era naturalmente quella capitale, che tuttavia il professor Valditara nel suo studio ritiene fosse rimasta sullo sfondo e marginalizzata per buona parte della Roma repubblicana per poi tornare ad occupare prepotentemente la scena solo in epoca imperiale.

Le pene che venivano irrogate quindi per i reati più gravi erano l’esilio e la perdita della cittadinanza.

L’esilio e la privazione della cittadinanza erano pene profondamente umilianti e foriere di gravissime conseguenze anche di carattere patrimoniale (il patrimonio del reo infatti veniva confiscato).

L’esilio aveva inoltre lo scopo, di carattere preventivo, di isolare l’elemento “deviato”, neutralizzandone la nocività senza necessità né di una sua carcerazione, né della sua uccisione.

Il sistema giudiziario penale romano antico, fortemente caratterizzato da una componente privatistica oggi del tutto marginalizzata in epoca contemporanea (ma non azzerata, se si pensa all’istituto della costituzione di parte civile nel processo penale) poteva reggersi e funzionare solo grazie alla forte coesione sociale all’interno della comunità e alla sostanziale omogeneità culturale e valoriale dei cives che la componevano.

Vi era infatti una componente del sistema sanzionatorio che nella Roma antica era capace di svolgere una funzione deterrente ed afflittiva imponente, ma che oggi (per la tipologia di società in cui viviamo) non sarebbe più in grado di funzionare adeguatamente: la pubblica disistima.

I ladri, i violenti etc. venivano emarginati all’interno della società e ciò garantiva una loro neutralizzazione senza necessità di carcerazione. Il ladro ricevuta la punizione era libero all’interno di una società che tuttavia lo teneva isolato. Il reo,quindi, doveva con anni di buona condotta riconquistare la fiducia dei propri concittadini e ottenere così la sua riammissione nel consesso sociale.

Uno dei pilastri del sistema valoriale romano, infatti, era la fides ossia la lealtà, il rispetto della parola data, la fedeltà alla propria comunità (alla propria gens e allo Stato). Un atto vile o comunque lesivo degli altrui diritti era percepito come una violazione della pax deourum e quindi considerato un atto sacrilego. Una comunità permeata da questi forti valori era “naturalmente” portata ad emarginare e neutralizzare gli elementi deviati senza alcuna necessità della carcerazione, così come la intendiamo oggi.

Oggi la pubblica disistima non è più in grado di svolgere l’importante funzione che svolgeva invece nella società arcaica della Roma repubblicana.

La proverbiale “vergogna” dei ladri è appannaggio di pochi, in genere, infatti, i delinquenti abituali non provano alcun rimorso e spesso si burlano delle vittime e del sistema sanzionatorio penale per lo più inefficace nei confronti di quei reati di medio-bassa gravità capaci tuttavia di provocare un forte senso di insicurezza che si diffonde a macchia d’olio nella società con effetti laceranti e spesso imprevedibili.

Peraltro proprio per i reati di medio-bassa gravità è in atto da anni ormai una tendenza di “fuga dal carcere”. Sono numerosi gli interventi legislativi che si sono succeduti negli anni volti superare il carcere quale luogo unico di espiazione della pena in favore di misure alternative alla detenzione.

Si è visto che, alla luce degli insegnamenti che possiamo trarre dalla nostra millenaria tradizione giuridica, la carcerazione non deve essere per forza l’unico modo per neutralizzare e punire, tuttavia il grande limite degli interventi che hanno promosso il diffondersi di misure alternative alle detenzione è che essi sono stati tutti disorganici e per lo più finalizzati ad affrontare, in via d’urgenza, problemi contentigenti come il sovraffollamento delle case circondariali.

Se si volesse delineare un sistema preventivo, sanzionatorio e rieducativo che si poggi efficacemente anche su misure alternative alla detenzione, andrebbe fatto un intervento organico, ragionato e meditato di ampio respiro (e non mediante interventi spot ad ogni legislatura) capace di assicurare, anche fuori dalle mura di un carcere, il perseguimento di una sanzione che sia effettivamente percepita come afflittiva dal reo e che sappia contemporaneamente proporne una rieducazione.

DiAvvocato Federico Depetris

Si possono usare in giudizio le registrazioni audio?

Sempre più spesso nei giudizi civili e penali fanno il loro accesso le registrazioni audio tra le parti. I nostri telefoni cellulari ormai consentono di registrare le conversazioni tra presenti (come un comune registratore), ma anche, scaricando una semplice app, registrare le conversazioni telefoniche.

L’art. 2712 c.c. dispone espressamente che: “Le riproduzioni fotografiche, informatiche o cinematografiche, le registrazioni fonografiche e, in genere, ogni altra rappresentazione meccanica di fatti e di cose formano piena prova dei fatti e delle cose rappresentate …” Peraltro è nella piena logica delle cose che le registrazioni audio, quantomeno tra soggetti presenti alla conversazione registrata, possano essere liberamente e lecitamente prodotte in giudizio, quale forma di documentazione di un fatto storico ossia della conversazione stessa. Ed infatti la Suprema Corte ha avuto modo di chiarire che: “ La registrazione fonografica di un colloqui tra presenti, rientrando nel genus delle riproduzioni meccaniche di cui all’art. 2712 c.c., ha natura di prova ammissibile nel processo civile … “ (Cfr. Cass. 14/27424).

In ambito penale la Suprema Corte, con un insegnamento più volte ribadito, ha precisato che: : “Deve premettersi che, in via di principio, la giurisprudenza della corte di cassazione e’ costante nel ritenere che le registrazioni di conversazioni tra presenti, compiute di iniziativa da uno degli interlocutori, non necessitano dell’autorizzazione del giudice per le indagini preliminari, ai sensi dell’articolo 267 cod. proc. pen., in quanto non rientrano nel concetto di intercettazione in senso tecnico, ma si risolvono in una particolare forma di documentazione, che non e’ sottoposta alle limitazioni ed alle formalita’ proprie delle intercettazioni (Sez. 1, 14-4-1999, Iacovone; Sez. 1, 14-2-1994, Pino; Sez. 6, 8-4-1994, Giannola). Al riguardo, e’ stato evidenziato dalle Sezioni Unite che, in caso di registrazione di un colloquio ad opera di una delle persone che vi partecipi attivamente o che sia comunque ammessa ad assistervi, “difettano la compromissione del diritto alla segretezza della comunicazione, il cui contenuto viene legittimamente appreso soltanto da chi palesemente vi partecipa o vi assiste, e la “terzieta’” del captante. La comunicazione, una volta che si e’ liberamente e legittimamente esaurita, senza alcuna intrusione da parte di soggetti ad essa estranei, entra a far parte del patrimonio di conoscenza degli interlocutori e di chi vi ha non occultamente assistito, con l’effetto che ognuno di essi ne puo’ disporre, a meno che, per la particolare qualita’ rivestita o per lo specifico oggetto della conversazione, non vi siano specifici divieti alla divulgazione (es.: segreto d’ufficio). Ciascuno di tali soggetti e’ pienamente libero di adottare cautele ed accorgimenti, e tale puo’ essere considerata la registrazione, per acquisire, nella forma piu’ opportuna, documentazione e quindi prova di cio’ che, nel corso di una conversazione, direttamente pone in essere o che e’ posto in essere nei suoi confronti; in altre parole, con la registrazione, il soggetto interessato non fa altro che memorizzare fonicamente le notizie lecitamente apprese dall’altro o dagli altri interlocutori. Puo’ dunque essere affermato il principio che la registrazione della conversazioni effettuata da uno degli interlocutori all’insaputa dell’altro non e’ classificabile come intercettazione, ma rappresenta una modalita’ di documentazione dei contenuti della conversazione, gia’ nella disponibilita’ di chi effettua la “documentazione” e potenzialmente riversabili nel processo attraverso la testimonianza.” (Cass. 15/30918).

In definitiva, quindi, le registrazioni audio (di conversazioni telefoniche o di conversazioni “tra presenti”) sono forme di documentazione di fatti utilizzabili e producibili in giudizio.

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

Strage di Erba e caso Vannini: magistrati siate giudici e non burocrati

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 11.02.2019 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

elle ultime settimane si è fatto un gran parlare del servizio delle Iene volto a riaprire il caso di Olindo Romano e Rosa Bazzi e della sentenza pronunciata nel caso Vannini, il ragazzo ucciso per errore dal suocero, Antonio Ciontoli, sottufficiale della Marina Militare e membro dei servizi segreti.

In entrambi i casi, per motivi in parte diversi, l’opinione pubblica, si è scagliata con violenza contro i magistrati togati.

Per quanto riguarda il caso della strage di Erba ad essere messo sotto accusa è tutto il sistema giustizia a cui si addebita un presunto errore processuale che avrebbe portato due innocenti ad essere condannati all’ergastolo.

Nel secondo caso, invece, l’opinione pubblica è rimasta fortemente colpita ed indignata per l’atteggiamento del magistrato che, interrotto dalle urla della madre della vittima mentre leggeva il dispositivo della sentenza, avrebbe pronunciato la frase: «se volete andarvi a fare una passeggiata a Perugia ditelo», alludendo alla casa circondariale del capoluogo umbro.

Per quanto concerne il caso di Erba bisogna sgomberare il campo dagli equivoci: Olindo e Rosa sono stati condannati invia definitiva. Ad oggi non vi è alcuna “verità processuale” alternativa che possa indurci a ritenere che i due siano innocenti.

Tuttavia nel caso di Erba vi sono almeno due circostanze che gettano discredito sul nostro sistema giudiziario: l’errore commesso sull’analisi delle registrazioni audio di Mario Frigerio (il super testimone) e la distruzione per errore di una serie di reperti di cui la difesa dei condannati aveva ottenuto il via libera, dopo cinque anni di battaglia legale, a poter esaminare e periziare.

Due errori imperdonabili, il primo imputabile alla Corte d’assise che giudicava in primo grado che ritenne non opportuno disporre una perizia sulle registrazioni audio (che si scoprirà in appello essere state inavvertitamente manipolate e quindi alterate). Del secondo errore, invece, parrebbe essere responsabile un cancelliere troppo zelante, che in maniera illegittima avrebbe distrutto le prove da periziare.

La caduta di stile del Presidente della Corte d’assassise d’Appello del caso Vannini, invece, non merita particolari commenti: si è trattato di un errore che un magistrato non può commettere. Poteva essere giusto, almeno formalmente, il richiamo alla madre del ragazzo ucciso, ma era sufficiente fermarsi all’evidenziare che quella condotta costituiva un’interruzione di pubblico servizio e non anche, in maniera dir poco inelegante, lasciarsi andare a quella sguaiata allusione.

Dinnanzi a sé quel magistrato aveva pur sempre la madre di un ragazzo ventenne ucciso. Ad un uomo di Giustizia è giusto a mio avviso richiedere una certa dose di “umanità” e comprensione, sia verso gli imputati, che verso le vittime.

Senza voler entrare nel dettaglio delle due vicende, questi episodi mi consentono di riflettere su uno dei grandi mali del nostro sistema giudiziario: la burocraticizzazione della Giustizia.

Lentamente, ma progressivamente, i nostri magistrati, sotto il peso di un’enorme mole di lavoro, si sono trasformati in uomini di equilibrio e giustizia, in burocrati chiamati a dover decidere centinaia e centinaia di casi.

E si badi bene che questo male da lungo tempo ha iniziato ad affligere la Giustizia italiana. Lo testimoniava lucidamente Piero Calamandrei, insigne avvocato e giurista, già negli anni ’30 e ’50 del secolo scorso nel suo “Elogio dei giudici scritto da un avvocato”, un volume di anedotti e storie che ogni Giudice ed ogni Avvocato dovrebbe leggere almeno una volta nella vita.

L’insigne giurista notava come: «La pigrizia porta ad adagiarsi nell’abitudine, che vuol dire intorpidimento della curiosità critica e sclerosi dell’umana sensibilità: al posto della pungente pietà che obbliga lo spirito a vegliare in permanenza, subentra cogli anni la comoda indifferenza del burocrate, che gli consente di vivere dolcemente in dormiveglia».

Ed infatti, il giudice sommerso di carte e fascicoli, sempre più spesso è solito abbandonarsi a decidere i casi spesso con superficialità, in maniera routinaria, con provvedimenti sbrigativi, riducendo al minimo indispensabile l’attività istruttoria, dando così alla luce a sentenze, decreti ed ordinanze superficiali e spesso ingiuste.

Il magistrato non deve essere un burocrate, un semplice passacarte, il magistrato deve necessariamente prostrarsi alla ricerca della “verità” e a servire, quindi, con assoluta devozione la Giustizia. Se questo dovesse richiedere il dover eseguire una perizia di più, tanto meglio. Se la ricerca della verità dovesse imporre di sentire altri testimoni, che così sia disposto.

L’esercizio dell’alto ruolo di magistrato impone la comprensione non solo dei tecnicismi giuridici, ma anche dello spirito delle persone e degli eventi. Impone, quindi, senso di umanità e comprensione; richiede un animo profondo e sempre curioso.

È vero, la madre di Vannini ha interrotto la lettura del dispositivo: tuttavia è la madre disperata che ha visto il suo unico figlio, nel fiore dei suoi anni, morire stupidamente. Nessuna sentenza potrà mai dare pace a quella madre; il dolore che l’affligge è incommensurabile. Allora perché provocarle anche l’umiliazione di essere così redarguita in un momento di evidente appannamento delle sue facoltà mentali?

Questi errori, queste cadute di stile, questa mancanza di sensibilità non fanno che acuire la diffidenza dei cittadini nei confronti della magistratura e più in generale di tutti gli operatori della Giustizia; diffidenza riassunta esemplarmente in una frase che ebba a dirmi una mia cliente il giorno che precedeva la pubblicazione di una sentenza in una causa delicata e difficile: «Avvocato è vero che quando entra la Corte, esce la Giustizia?».

DiAvvocato Federico Depetris

Dj Fabo e l’eutanasia. Cosa cambia dopo l’ordinanza della Corte Costituzionale

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 16.01.2019 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]2005

Il 24 ottobre 2018 la Corte Costituzionale ha emesso l’ordinanza n. 207 con cui è intervenuta sulla questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte d’Assise di Milano nel processo che vede imputato Marco Cappato(noto esponente dei Radicali) per il reato di cui all’art. 580 codice penale (Istigazione o aiuto al suicidio).

Cappato, com’è noto, si offrì di accompagnare Fabio Antoniani (noto come Dj Fabo) in Svizzera in una apposita clinica ove sarebbe stato assistito nel suicidio.

Antoniani a causa di un gravissimo incidente stradale avvenuto nel 2014 era divenuto completamente cieco, tetraplegico, necessitava di essere alimentato e di aiuto nella respirazione.

Le sue condizioni cliniche erano irreversibili.

Nonostante le gravissime lesioni e patologie che lo affliggevano e che gli causavano fortissimi dolori e sofferenze fisiche, Antoniani aveva conservato perfettamente intatte le proprie facoltà intellettive.

Nel 2016 Antoniani iniziò a manifestare il desiderio di porre fine, in maniera rapida e dignitosa, alla propria esistenza.

Nonostante le resistenze dei propri familiari, amici ed affetti più cari, la volontà di Antoniani si rafforzò al punto di avviare, grazie a Marco Cappato dell’associazione Luca Coscioni, le pratiche necessarie per ottenere in Svizzera assistenza clinica nel suicidio.

In Italia, infatti, Antoniani non avrebbe potuto chiedere a nessuno di essere assistito nel suicidio (che a causa delle sue condizioni cliniche non era in grado di poter compiere autonomamente) in quanto l’art. 580 del codice penale dispone che: «Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima. Le pene sono aumentate se la persona istigata o eccitata o aiutata si trova in una delle condizioni indicate nei numeri 1 e 2 dell’articolo precedente. Nondimeno, se la persona suddetta è minore degli anni quattordici o comunque è priva della capacità d’intendere o di volere, si applicano le disposizioni relative all’omicidio».

L’unica soluzione legale in Italia per Dj Fabo era quella di farsi indurre a sedazione profonda e quindi far cessare la propria alimentazione e così attendere, per giorni e giorni, il sopraggiungere della “morte naturale”. Una soluzione che Antoniani, molto lucidamente, scartò a causa delle ripercussioni psicologiche che tale lunga agonia avrebbe provocato ai suoi affetti più cari.

Non rimaneva al Sig. Antoniani, quindi, che il viaggio in Svizzera, dove, accompaganto da Marco Cappato avrebbe infine assunto il 27 febbraio del 2017 il farmaco che ne avrebbe determinato la morte.

La Corte d’Assise di Milano chiamata a processare Marco Cappato ha sollevato questione di legittimità costituzionale sostenendo che la ratio dell’art. 580 c.p., che sostanzialmente dipinge il suicidio quale un atto essenzialmente “negativo” perché contrario al principio di sacralità e indisponibilità della vita, si ponga in contrasto con l’art. 2 e 13 della Costituzione posti a presidio della libertà personale.

Inoltre secondo i giudici milanesi la norma sarebbe incostituzionale ove equipara e punisce in egual modo le condotte di chi induce altri al suicidio e le condotte di chi si limita ad aiutare il soggetto a suicidarsi senza tuttavia influire sul processo volitivo posto alla base di tale decisione estrema.

Sostanzialmente il cuore dell’intera vicenda, al di là dei suoi tecnicismi giuridici, è questo: un soggetto gravemente malato, sottoposto a gravi sofferenze fisiche e psichiche, in uno stato morboso irreversibile (ossia incurabile), perfettamente in grado di intendere e di volere, può legittimamente invocare il diritto di poter porre termine alla propria esistenza e quindi ottenere aiuto nel suicidarsi?

La Corte Costituzionale, contrariamente a quanto espresso da numerosi giornali in maniera troppo affrettata e semplicistica, non ha integralmente accolto le argomentazioni proposte dalla Corte d’Assise di Milano, ma ha preferito, in maniera decisamente più opportuna, procedere in maniera più cauta e ragionevole.

Innanzitutto hanno osservato i Giudici costituzionali che il nostro ordinamento non punisce il suicidio, semmai punisce le condotte di chi induca o aiuta altri al suicidio. Il suicida, anche nelle ipotesi di suicidio tentato, non è mai punito. L’art. 580 del codice penale, quindi, vuole tutelare il soggetto da qualsivoglia forma di intromissione di terzi nel processo decisionale e nei conseguenti atti materiali finalizzati ad auto-provocare la morte. In chi matura la decisione di un atto estremo come il suicidio, il Legislatore vuole scongiurare ogni forma di interferenza. Il rischio, è evidente, è quello che persone fragili possano essere aiutate o indotte ad una decisione che una volta presa è irreversibile..

Quindi, in definitiva, l’incriminazione dell’aiuto al suicidio trova la sua ragion d’essere nelle suddette esigenze di tutela ed è quindi pienamente conforme al Testo costituzionale.

Il punto, semmai, come già anticipato è un altro.

La Corte Costituzionale si chiede, infatti, come trattare quei casi in cui 1) la persona sia affetta da patologia irreversibile; 2) la persona sia soggetta a intollerabili sofferenze; 3) la persona sia tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno che ne consentano la respirazione, l’alimentazione etc; 4) la persona sia capace di intendere e di volere.

La legislazione attuale non consente al medico di proporre al paziente trattamenti che possano provocarne una rapida ed indolore morte, essendo solo possibile al personale sanitario suggerire le “cure del dolore” e far attendere al paziente (ore, giorni, settimane, mesi …) che sopraggiunga la morte.

La Corte afferma quindi, ai sensi degli art. 2, 13, e 32 della Costituzione, il diritto del paziente a poter porre fine, nelle condizioni sopra descritte, alla propria esistenza e quindi ritiene non potersi sanzionare penalmente chi presti il proprio aiuto affinché tale desiderio possa tradursi in realtà.

La Corte, però, ritiene che un argomento così complesso e delicato meriti il dovuto appronfondimento e soprattutto una disciplina organica da parte del legislatore.

Non si può infatti, come magari auspicato dalla Corte d’Assise di Milano, semplicemente dichiarare incostituzionale l’art. 580 c.p. ove sanziona penalmente anche l’aiuto nel suicidio commesso da chi si trovi nelle condizioni sopra illustrate (ossia le condizioni di Dj Fabo). La Corte Costituzione osserva infatti come una tale pronuncia aprirebbe la strada a cliniche della morte fai da te, improvvisazioni ed abusi. Si ha la necessità invece che il legislatore intervenga prevedendo modalità di attuazione del fine vita che coinvolgano personale medico qualificato, luoghi idonei etc.

La Corte costituzionale, in passato, in tutti i casi in cui si ravvisava la necessità di un intervento del legislatore, dichiarava l’inammissibilità della questione sollevata, riservandosi una declaratoria di incostituzionalità della norma qualora il legislatore non fosse intervenuto. Nel caso in esame, considerata la delicatezza della questione, la Corte ha invece rinviato l’udienza al 24 settembre 2019: per allora il legislatore dovrà essere intervenuto al fine di evitare che si apra nel nostro ordinamento un pericolosissimo vuoto normativo.

DiAvvocato Federico Depetris

La difesa è sempre legittima (?)

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 17.12.2018 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Qualche giorno fa attendevo con un mio cliente, essendo arrivati molto in anticipo, che venisse chiamata la nostra udienza.

Per passare il tempo si parlava del più e del meno quando il discorso cadde sulla riforma della legittima difesa caldeggiata da Matteo Salvini.

Il mio cliente “vanta” una lunga carriera criminale, iniziata negli anni Sessanta e conclusasi pochi anni fa con l’uscita definitiva dal carcere. Prima di dedicarsi a crimini di maggior spessore, il mio cliente da ragazzo aveva iniziato a farsi strada nella malavita torinese come ladro.

Il suo punto di vista sulla legittima difesa era interessante.

«Non ho mai portato un’arma per fare un furto. Appena mi accorgevo che in casa c’era qualcuno scappavo via più veloce che potevo. Non ho mai voluto praticare violenza contro le vittime. Oggi come oggi però ho l’impressione che tanti ladri siano armati per difendersi. Si portano dietro le armi perché ormai sempre più persone hanno iniziato ad armarsi e a sparare».

C’è sicuramente del vero nelle parole del mio cliente.

Se si diffondesse l’idea che sia sempre e comunque lecito sparare a chiunque sia sorpreso a rubare, il rischio è che anche i ladri, persino quelli che non si sognerebbero mai di aggredire la vittima, inizino a giare armati di tutto punto per essere pronti a rispondere al fuoco.

Il tema della legittima difesa è estremamente complesso e per poterlo affrontare serenamente bisognerebbe mettere da parte tutte quelle semplificazioni grottesche che abbondano nelle bocche dei nostri politici. Da destra non si fa altro che ripetere che “la difesa sia sempre legittima”. Da sinistra ogni volta che si invoca una riforma della legittima difesa si strilla sempre al “pericolo Far West” (pensando peraltro erroneamente che detenzione delle armi e legittima difesa siano la stessa cosa).

Bisogna iniziare con il dire chiaramente (e mi rivolgo soprattutto alla “destra”) che ogni qual volta una persona venga uccisa o gravemente ferita, sia essa un ladro o un santo, è indispensabile e necessario che sia avviata una scrupolosa indagine penale. Questo è un semplice principio di civiltà.

Non è pensabile che la magistratura non intervenga per chiarire la dinamica che ha portato alla morte o al ferimento di una persona. Su questo punto anche Salvini dovrà mettersi l’anima in pace.

Detto questo, bisogna ora chiedersi se vi sia effettivamente la necessità di una riforma della legittima difesa.

Ho sempre pensato, e ne sono ancora convinto, che la struttura della nostra legittima difesa, così come “disegnata” dal legislatore del 1930 sia una costruzione geometrica perfetta.

Il modo con cui si devono combinare i criteri di proporzionalità e necessarietà non poteva essere descritto meglio nell’art. 52  del codice penale. Tuttavia, l’applicazione pratica e concreta spesso non è così semplice come avevano ipotizzato gli accademici guidati da Alfredo Rocco.

Nella scienza giuridica statunitense la legittima difesa non ha avuto, almeno originariamente, una formulazione così sofisticata come quella vigente nel nostro ordinamento giuridico. In America infatti ha preso forma quella che viene chiamata  “Castle doctrine” , letteralmente “la dottrina (meglio legge) del Castello” che nella sua manifestazione più estrema può riassumersicosì: se entri in casa mia (il mio castello) e non sei autorizzato, io (il signore del castello) posso ucciderti.

In verità negli USA nessuno stato applica una Castle Doctrine “pura”, tuttavia l’atteggiamento delle pubbliche autorità nei confronti delle reazioni alle illegittime intrusioni in casa è senza dubbio diverso rispetto a quello italiano.

La riforma di Salvini, almeno negli obbiettivi, tende a far vacillare i due paletti della necessarietà e proporzionalità (quest’ultimo già intaccato dalla riforma del 2005) in favore di un amplialmento dei casi in cui la reazione all’altrui ingiusta offesa possa ritenersi legittima, quindi lecita.

Infatti nel testo sulla legittima difesa che è già stato approvato dal Senato fa capolino il nuovo concetto di “grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto”. Questo breve periodo dovrebbe consentire, secondo i promotori della riforma, il superamento dell’accertamento della necessarietà della condotta concretamente tenuta dall’aggredito. La riforma, quindi, mira ad ampliare il raggio di azione della legittima difesa.

Nel suo complesso la riforma sulla legittima difesa ha ottenuto la bocciatura senza appello da parte del Procuratore di Torino Armando Spataro, che l’avrebbe definita persino “aberrante”, ma anche una più cauta stroncatura, soprattutto in quelle che sono state definite le sue “premesse irrazionali”, da parte dell’Unione delle Camere Penali.

Non è mancata anche la presa di posizione da parte del presidente emerito della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky che ha precisato che «sul piano legale e giudiziario queste modifiche cambiano poco o nulla. Pericolosamente possono però lanciare un messaggio: si può sparare di più».

Ma perché, ci chiedevamo, intervenire sulla legittima difesa?  Era necessario?

Sono dell’opinione che senza dubbio un qualche intervento sulla legittima difesa fosse dovuto e ciò in quanto la proposta di riforma è la risposta (forse non la più corretta) ad un problema reale e concreto.

Le statische ufficiali, che raccolgono le denunce effettivamente formalizzate, ci descrivono un costante calo del numero di furti, rapine e omicidi.

Tuttavia non tutte le rapine e furti vengono segnalati alle Forze dell’ordine. Si stima che solo il 70% dei furti venga effettivamente denunciato, ma il dato è in costante calo. Esiste quindi una profonda sfiducia dei cittadini nei confronti della giustizia e nelle capacità delle Forze dell’ordine di prevenire e contrastare questi fenomeni criminali che quindi non vengono nemmeno più segnalati.

Il furto in abitazione provoca un profondo turbamento nella vittima. L’idea che qualcuno si sia introdotto in quello che è per definizione il nostro luogo più sicuro, la casa, genera una profonda preoccupazione e paura che può anche spingere le vittima ad organizzarsi per evitare che in futuro possano essere commessi altri furti, ricorrendo ad espedienti “fai da te” spesso pericolosi, ma che vengono considerati l’unica iniziativa utile o comunque attuabile per evitare nuove intrusioni.

Inoltre il degrado dilagante nei quartieri, notizie di cronaca che descrivono assalti violenti da parte di rapinatori e l’impossibilità per le Forze dell’ordine di presidiare capillarmente il territorio, generano un profondo sentimento di insicurezza che colpisce tutta la collettività.

Lo Stato, semplicemente, ha fallito uno dei suoi scopi principali: quello di garantire la sicurezza dei suoi cittadini. Per ovviare a tale fallimento il legislatore ricorre ad alcuni provvedimenti di “comodo” (peraltro probabilmente inefficaci) come la riforma della legittima difesa, senza dover affrontare alla radice ed in maniera efficace i problemi.

Infine è doveroso, notare, comunque, come alcune modifiche proposte da Salvini con la riforma della legittima difesa siano pienamente condivisibili.

È molto interessante, ad esempio, l’istituzione di un fondo che possa intervenire per coprire le spese legali di chi trovatosi indagato e poi imputato sia stato assolto una volta riconosciuta la causa di giustificazione della legittima difesa.

Una novità, questa, che può essere accolta positivamente e che mi auguro che non sia destinata ad essere accantonata per le solite, mere e basse, “ragioni economiche” e di bilancio.

DiAvvocato Federico Depetris

Salvare la casa all’asta

Come salvare la propria casa pignorata.

Nel 2017 in Italia sono state pignorate oltre 230mila case, per un giro d’affari di circa 30 miliardi di euro.

Il pignoramento della casa rappresenta per molti italiani un dramma economico e sociale.

Molto spesso la vendita all’asta della casa avviene a prezzi così bassi da non consentire il soddisfacimento dei creditori. Spesso quindi si perde la casa e si rimane debitori di ingenti somme di denaro.

Per evitare di perdere la propria casa si possono valutare delle soluzioni, che variano da caso a caso, e che possono consentire di evitare il dramma della perdita di un tetto.

E’ possibile infatti cercare un accordo con la banca a saldo e stralcio (eventualmente anche offrendo la vendita dell’immobile ad un acquirente interessato al suo acquisto), oppure si può introdurre una procedura da sovraindebitamento ai sensi della legge n. 3 del 2012 e ancora si può pensare di controllare la regolarità formale della procedura. Può capitare infatti che il creditore abbia commesso degli errori nel formalizzare il pignoramento. Se tali errori venissero evidenziati la procedura potrebbe anche interrompersi oppure essere invalidata.

Ogni caso, naturalmente, dovrà essere approfondito nei minimi dettagli, al fine di appurare quale possa essere la migliore soluzione.

L’Avvocato Federico Depetris assiste i debitori, giudizialmente e stragiudizialmente, nella difesa dei loro diritti, studiando per ogni posizione debitoria la soluzione migliore.

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DiAvvocato Federico Depetris

VENARIA – Casapound querela il sindaco Falcone per i fiori tolti al cimitero

5 dicembre 2018 | La denuncia-querela è stata depositata presso la Procura di Ivrea da Marco Racca e Matteo Rossino.

[articolo del 05.12.2018 del Quotidiano del Venariese – Articolo originale QUI ]

I vertici di CasaPound hanno sporto querela contro il sindaco di Venaria, Roberto Falcone, in merito al famoso caso dei fiori tolti dal cimitero generale nei giorni vicini alla celebrazione del 28 ottobre, “Marcia su Roma” e che, per i militanti del movimento di destra, erano invece per i caduti della Repubblica Sociale Italiana per la vicinanza con le ricorrenze della Commemorazione dei Defunti.

La denuncia-querela è stata depositata presso la Procura di Ivrea da Marco Racca e Matteo Rossino.

“Avevamo deposto delle rose rosse in omaggio ai Caduti venariesi della Repubblica Sociale Italiana lo scorso 28 ottobre – hanno spiegato Matteo Rossino e Marco Racca rispettivamente responsabile provinciale e regionale del partito CasaPound Italia – Avevamo deposto quei fiori come facciamo ogni anno e come faremo anche il prossimo. Falcone si è permesso di rimuoverli dal cimitero solo per mere finalità politiche.” “Il gesto di Falcone – hanno proseguito Racca e Rossino – ci ha profondamente turbati. Non è accettabile che i fiori siano rimossi dal cimitero per il capriccio di un sindaco. La denuncia era un atto dovuto e siamo certi che la magistratura accoglierà le nostre argomentazioni.”

Per l’avvocato Federico Depetris, che li segue in questa vicenda, “Abuso d’ufficio e vilipendio alle tombe sono i due reati che potrebbero essere imputati al Sindaco di Venaria. Francamente non credo esistano precedenti specifici per un atto come questo (un sindaco che ordina la rimozione di alcuni fiori in omaggio a dei caduti), sono certo quindi che la Procura di Ivrea eseguirà tutti i dovuti approfondimenti per verificare la liceità della condotta del sindaco. Io personalmente ritengo che un Sindaco, senza che vi sia un fondato motivo di ordine pubblico, sanitario etc, non possa ordinare la rimozione di omaggi floreali. Falcone ha posto in essere una condotta che ritengo essere arbitraria e quindi abusiva, perché il Sindaco ha utilizzato i propri poteri per colpire degli avversari politici o comunque per fare polemica politica e questo non è accettabile in una democrazia e in uno stato di diritto”.