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DiAvvocato Federico Depetris

VENARIA – Casapound querela il sindaco Falcone per i fiori tolti al cimitero

5 dicembre 2018 | La denuncia-querela è stata depositata presso la Procura di Ivrea da Marco Racca e Matteo Rossino.

[articolo del 05.12.2018 del Quotidiano del Venariese – Articolo originale QUI ]

I vertici di CasaPound hanno sporto querela contro il sindaco di Venaria, Roberto Falcone, in merito al famoso caso dei fiori tolti dal cimitero generale nei giorni vicini alla celebrazione del 28 ottobre, “Marcia su Roma” e che, per i militanti del movimento di destra, erano invece per i caduti della Repubblica Sociale Italiana per la vicinanza con le ricorrenze della Commemorazione dei Defunti.

La denuncia-querela è stata depositata presso la Procura di Ivrea da Marco Racca e Matteo Rossino.

“Avevamo deposto delle rose rosse in omaggio ai Caduti venariesi della Repubblica Sociale Italiana lo scorso 28 ottobre – hanno spiegato Matteo Rossino e Marco Racca rispettivamente responsabile provinciale e regionale del partito CasaPound Italia – Avevamo deposto quei fiori come facciamo ogni anno e come faremo anche il prossimo. Falcone si è permesso di rimuoverli dal cimitero solo per mere finalità politiche.” “Il gesto di Falcone – hanno proseguito Racca e Rossino – ci ha profondamente turbati. Non è accettabile che i fiori siano rimossi dal cimitero per il capriccio di un sindaco. La denuncia era un atto dovuto e siamo certi che la magistratura accoglierà le nostre argomentazioni.”

Per l’avvocato Federico Depetris, che li segue in questa vicenda, “Abuso d’ufficio e vilipendio alle tombe sono i due reati che potrebbero essere imputati al Sindaco di Venaria. Francamente non credo esistano precedenti specifici per un atto come questo (un sindaco che ordina la rimozione di alcuni fiori in omaggio a dei caduti), sono certo quindi che la Procura di Ivrea eseguirà tutti i dovuti approfondimenti per verificare la liceità della condotta del sindaco. Io personalmente ritengo che un Sindaco, senza che vi sia un fondato motivo di ordine pubblico, sanitario etc, non possa ordinare la rimozione di omaggi floreali. Falcone ha posto in essere una condotta che ritengo essere arbitraria e quindi abusiva, perché il Sindaco ha utilizzato i propri poteri per colpire degli avversari politici o comunque per fare polemica politica e questo non è accettabile in una democrazia e in uno stato di diritto”.

DiAvvocato Federico Depetris

Il sindaco di Venaria denunciato da Casa Pound: “Ha tolto i nostri fiori ai caduti della Rsi”

[ Articolo apparso sull’edizione on-line de La Stampa del 05.12.2018 – QUI l’articolo originale]

 Questa mattina è stato depositato in Procura di Ivrea l’atto di denuncia-querela firmato da Marco Racca e Matteo Rossino contro il sindaco di Venaria Roberto Falcone.

«Avevamo deposto delle rose rosse in omaggio ai Caduti venariesi della Repubblica Sociale Italiana lo scorso 28 ottobre – hanno spiegato Matteo Rossino e Marco Racca rispettivamente responsabile provinciale e regionale del partito CasaPound Italia – Avevamo deposto quei fiori come facciamo ogni anno e come faremo anche il prossimo. Falcone si è permesso di rimuoverli dal cimitero solo per mere finalità politiche».

 

 

Secca la risposta del primo cittadino del M5S. «Questi personaggi hanno già avuto troppa visibilità. Aspetto fiducioso l’esito della procedura, alla quale evidentemente potrebbe seguire una controquerela. Rimane il fatto che gli omaggi fascisti alla Marcia su Roma in una Città Martire della Resistenza sono inaccettabili e vanno tolti».

 

«Il gesto di Falcone – hanno proseguito dal canto loro Racca e Rossino – ci ha profondamente turbati. Non è accettabile che i fiori siano rimossi dal cimitero per il capriccio di un sindaco. La denuncia era un atto dovuto e siamo certi che la magistratura accoglierà le nostre argomentazioni».

 

«Abuso d’ufficio e vilipendio alle tombe sono i due reati che potrebbero essere imputati al Sindaco di Venaria – ha spiegato infine l‘avvocato torinese Federico Depetris che assiste Racca e Rossino – Francamente non credo esistano precedenti specifici per un atto come questo (un sindaco che ordina la rimozione di alcuni fiori in omaggio a dei caduti), sono certo quindi che la Procura di Ivrea eseguirà tutti i dovuti approfondimenti per verificare la liceità della condotta del sindaco. Io personalmente ritengo che un Sindaco, senza che vi sia un fondato motivo di ordine pubblico, sanitario etc, non possa ordinare la rimozione di omaggi floreali. Falcone ha posto in essere una condotta che ritengo essere arbitraria e quindi abusiva, perché il Sindaco ha utilizzato i propri poteri per colpire degli avversari politici o comunque per fare polemica politica e questo non è accettabile in una democrazia e in uno stato di diritto».

GIANNI GIACOMINO
VENARIA (TORINO)
DiAvvocato Federico Depetris

La vita degli ebrei nel ghetto di Torino

La vita degli ebrei nel ghetto di Torino

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 21.11.2018 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Dell’antico ghetto ebraico di Torino oggi non rimangono che imponenti cancelli in ferro e alcune finestre, una vicina all’altra, a testimonianza del sovraffollamento del quartiere israelitico.

Il più noto ghetto ebraico di Torino venne istituito nel 1679 nell’isolato fra le attuali via Maria Vittoria, via Principe Amedeo, via Bogino e via San Francesco da Paola.

Rispetto ad altri stati pre-unitari l’istituzione del ghetto, ossia di un luogo di segregazione, arrivò solo nel XVII secolo a causa della politica spesso ambigua tenuta dai Savoia nei confronti delle minoranze religiose presenti nel Ducato. Infatti solo le pressioni del Papa, infine, costrinsero i piemontesi ad adottare politiche sempre più restrittive nei confronti della minoranza ebraica.

Quali regole erano previste per gli ebrei del ghetto di Torino?

Con le Leggi e Costituzioni di Sua Maestà del 1729, il Legislatore sardo-piemontese raccolse in un unico testo una serie di disposizioni normative relative ai giudei già adottate nei secoli precedenti e le nuove disposizioni che il Sovrano, in conformità a quanto avveniva negli altri stati pre-unitari, intedeva adottare per disciplinare lo status giuridico degli ebrei.

Innanzitutto gli ebrei non potevano vivere dove volevano. I sudditi di fede ebraica infatti presenti nel Regno avrebbero dovuto trasferirsi nelle città  (Torino, Chieri, Ivrea e altre) in cui veniva “tollerata” la loro presenza e ove sarebbero stati confinati in quartieri (ghetti) a loro appositamente dedicati.

Gli ebrei dal calare al sorgere del sole (quindi nell’orario notturno) non potevano uscire dal ghetto e se venivano scoperti nel violare la predetta norma venivano condannati al pagamento di venticinque lire oppure, se non potevano pagare, a otto giorni di carcere per ogni giorno sorpresi fuori dal ghetto in orario notturno. Solo in occasione delle fiere i commercianti ebrei potevano passare le notti fuori dal ghetto. Era loro consentito infatti trascorrere dieci giorni prima della fiera e dieci giorni dopo, fuori dalle loro case. La ratio della deroga era certamente quella di evitare l’isolamento economico e commerciale delle comunità ebraiche composte in gran numero da abilissimi e apprezzati artigiani.

Invece nei giorni in cui si celebrava la Passione di Cristo agli ebrei era tassativamente vietato uscire dal ghetto, inoltre nelle abitazioni che si affacciavano fuori dal ghetto le finestre dovevano essere chiuse e oscurate: gli ebrei non dovevano mostrarsi ai cristiani durante i giorni in cui si celebrava l’agonia di Gesù sulla Croce.

Gli ebrei che avevano più di quattordici anni dovevano portare un segno distintivo di colore giallo “tra petto e braccio destro” in maniera tale da essere riconoscibili non solo alle autorità, ma soprattutto agli altri regnicoli. Tuttavia quando gli ebrei erano impegnati in lunghi viaggi (ad esempio per raggiungere una fiera) erano esentati dal portare il segno distintivo e ciò, probabilmente, per metterli al riparo da predoni e briganti che avrebbero visto in loro delle facili prede.

Per quanto riguarda i beni di cui gli ebrei potevano essere proprietari bisogna segnalare che essi potevano possedere denaro, oro e oggetti preziosi (eccetto quelli che fossero stati dedicati al culto cristiano), anche ricevuti in pegno da cristiani, ma era loro proibito possedere beni “stabili” ossia beni immobili.

Tutte le case del ghetto erano quindi di proprietà di cristiani che erano costretti a darle in locazione ad ebrei, i quali quindi dovevano corrispondere il canone di locazione. Cosa capitava quando la casa fosse stata data in locazione ad una famiglia ebrea indigente che non poteva pagare il canone? Di certo gli occupanti non potevano essere cacciati in quanto non potevano che vivere nell’angusto ghetto, che in genere era sempre sovraffollato, inoltre la casa poteva essere data in locazione solo ad ebrei, perché solo a loro era consentito vivere nel ghetto. In questi casi le autorità giudiziarie stabilirono che i canoni di locazione per le famiglie indigenti fossero pagati da tutti gli altri membri della comunità.

I residenti del ghetto, quindi, dovevano tutti contribuire a pagare i padroni cristiani degli immobili e ciò al fine di tenere indenni dalle perdite quei cristiani che avevano avuto la “sventura” di essere proprietari di un immobile del ghetto. (Cfr. Giurisprudenza Patria ossia Raccolta di Casi Decisi e Massime Assentate dai Supremi Magistrati deli Stati di S. S. R. M. il Re di Sardegna, posta per ordine alfabetico, Torino, 1815).

Agli ebrei era poi naturalmente proibito bestemmiare il nome di Dio. Tale reato, considerato gravissimo, era punito con la morte. Tuttavia la Legge del Regno consentiva agli ebrei di praticare i loro riti e culti, ma era proibita la costruzione, anche nei ghetti, di nuove sinagoghe e comunque durante i loro riti  gli israeliti dovevano tenere un “tuono modesto e sommesso” per non farsi udire dai cristiani.

In generale la Legge del Regno, nonostante prevedesse un rigido regime segregazionista, accordava un regime di tutela e protezione agli ebrei in quanto era vietato ucciderli o percuoterli ed era parimenti vietato danneggiarne le abitazioni e le botteghe.

Era altresì vietato convertire con la forza i giudei al cristianesimo. Questo reato era punito con tre anni di carcere per gli uomini e tre mesi per le donne. La loro conversione, sempre possibile, doveva avvenire in maniera assolutamente libera e spontanea, in accordo peraltro con quanto sancito dalle norme di diritto Canonico.

Le conversioni costituivano un indubbio vantaggio, in quanto aderendo al cristianesimo si era svincolati immediatamente dalle rigide regole imposte dalle legge ai giudei. La legge in un certo senso incoraggiava persino le conversioni, infatti chi si convertiva al cristianesimo, oltre a non essere più soggetto alle norme segregazioniste, otteneva immediatamente dai propri ascendenti subito la dote e la quota di legittima ereditaria, più una quota ulteriore all’effettiva morte dei propri genitori. La conversione al cristianesimo rappresentava per la famiglia ebrea di origine del convertito un gravissimo problema economico in quanto determinava un forte ed immediato impoverimento.

I convertiti acquisivano tutti i diritti dei cristiani, tuttavia a loro era tassativamente proibito parlare con gli ebrei (non convertiti) al fine di evitare che potessero “ritornare alla primiera perfidia”. Quindi una volta convertiti era per loro impossibile mantenere un rapporto affettivo e relazionale con i propri parenti rimasti nella fede ebraica.

Le legislazione segregazionista sabauda, al pari di quelle largamente diffuse in tutta Europa e risalenti per lo più al medioevo, non era poi così dissimile da quella adottata dal Legislatore nazional-socialista. Anzi, le leggi razziali tedesche si ispirarono proprio alla ricca tradizione di editti e statuti antisemiti dei borghi e delle libere città germaniche adottati nel medioevo in lungo ed in largo in tutto il territorio del Sacro Romano Impero (Cfr. Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei d’Europa), legislazioni molto simili a quella “nostra” sardo-piemontese qui brevemente descritta.

La differenza più importante tra la legislazione segregazionista ed anti-ebraica nazional-socialista e quella cristiana è data dal differente presupposto che ne è origine e fonte. La legislazione antisemita tedesca degli anni trenta del secolo scorso era di stampo prettamente razziale, ossia gli ebrei venivano considerati come appartenenti ad una razza culturalmente e biologicamente ben definita e quindi dovevano essere “separati” dagli ariani affinché questi ultimi non venissero “contaminati” dai primi.

La legislazione antisemita sardo-piemontese, al pari di quelle adottate ovunque in Europa, invece era di stampo confessionale. Gli ebrei erano segregati perché considerati “malefici”“assassini di Dio”. Era però sufficiente per un ebreo torinese convertirsi per svincolarsi dalle leggi segregazioniste, cosa che al contrario non avveniva secondo le leggi razziali tedesche del secolo scorso: l’ebreo tedesco rimaneva tale per sempre, fino alla morte e senza possibilità di scampo.

Per gli ebrei torinesi tutto cambierà nel 1848 con la riconosciuta libertà di culto per tutti i regnicoli, ebrei compresi, e quindi con la fine delle politiche segregazioniste, dei segni di riconoscimento e degli odiati ghetti.

DiAvvocato Federico Depetris

Una via a Stefano Cucchi? Meglio dedicarla alla sorella

[ARTICOLO DI FEDERICO DEPETRIS DEL 26.10.2018 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Il Municipio VIII di Roma ha dato via all’iter burocratico per l’intitolazione di una strada a Stefano Cucchi, il trentunenne morto il 22 ottobre del 2009 nel reparto per detenuti dell’Ospedale Sandro Pertini.

Ad oggi numerose inchieste giudiziarie e ben quattro gradi di giudizio, compreso quindi un rinvio in Corte d’Appello, non hanno ancora permesso di fare luce sulla morte del detenuto Stefano Cucchi.

La svolta parrebbe infine essere giunta solo lo scorso 11 ottobre, dopo che sono divenute di dominio pubblico le dichiarazioni di un militare dell’Arma dei Carabinieri che avrebbe confermato, con dovizia di particolari, il pestaggio commesso da alcuni suoi colleghi in danno di Stefano Cucchi.

Una vicenda terribile, dai tratti inquietanti.

Per chi nella vita fa di professione l’avvocato è difficile, anzi direi impossibile, commentare inchieste e processi dei quali si ha solo una conoscenza filtrata dai giornalisti. Mi asterrò quindi, per il momento, da qualsivoglia commento sulle vicende processuali che riguardano questa triste storia.

È superfluo dirlo, ma è bene tenere sempre a mente che in uno stato di diritto chi è nella custodia dello Stato non può essere oggetto di trattamenti inumani, violenti, criminali. Chi veste una divisa, tanto più se ricca di storia e prestigio come quella dell’Arma dei Carabinieri, deve mantenere sempre un comportamento ispirato alla più alta rettitudine e al più assoluto rispetto della legge. Chi veste la divisa, infatti, incarna ed incorpora una funzione, quasi sacra, di rappresentanza della comunità che ha giurato di difendere.

Stefano Cucchi è stata la vittima, certamente, di un brutale pestaggio. Una vittima a cui, però, francamente non intitolerei una strada pubblica.

L’intitolazione delle strade avviene di regola in favore di persone che hanno reso grandi servigi allo Stato o alla comunità locale. Oppure le strade vengono dedicate a personaggi a cui si attribuiscono grandi meriti in ambito politico, culturale, sociale sia in ambito nazionale che eventualmente internazionale. Si intolano le vie agli eroi del Risorgimento, della Grande Guerra, ai grandi scenziati, agli scrittori, pittori e scultori. Si intitolano strade anche ai grandi magnati dell’industria che hanno portato innovazione e creato posti di lavoro. Si intitolano vie e piazza a personaggi dello sport e ai servitori dello Stato caduti nell’adempimento del loro dovere e così via.

In sintesi, si intitolano strade e vie a uomini e donne che la comunità vuole prendere ad esempio e tenere vivi nel ricordo delle generazioni future.

La vicenda di Stefano Cucchi senza dubbio merita di essere studiata, ricordata e mai dimenticata. Ma Stefano Cucchi non era un eroe e nemmeno la sua drammatica morte lo ha reso tale.

Stefano Cucchi non sarà mai un esempio per le generazioni future.

Se proprio a seguito della morte di Stefano Cucchi è diventato necessario dedicare una via che ci sia da monito per il futuro e che quindi ci spinga come comunità nazionale ad una riflessione sui diritti dei detenuti, allora che la strada sia dedicata ad Ilaria Cucchi, che, a modo suo, è stata una piccola eroina dei nostri tempi, che negli anni, con le unghie e con i denti, si è battuta valorosamente per scoprire la verità sulla morte del fratello.

A Ilaria Cucchi deve essere riconosciuto il grandissimo merito di non essersi arresa, anche quando nei processi la strada per giungere alla verità sembra sempre più lontana. La sorella di Stefano può essere presa ad esempio di perseveranza, di coraggio, di tenacia. Ilaria Cucchi si è battuta per l’ultimo degli ultimi: un detenuto tossicodipendente, pregiudicato e spacciatore.

Non so se i carabinieri saranno infine condannati ed eventualmente per quali reati. Tuttavia ammiro la tenacia della signora Cucchi e nell’epoca odierna di assoluto decadimento di valori quali ad esempio il coraggio e la perseveranza, Ilaria ben può assurgere al ruolo di “esempio”, sperando però che non rovini tutto con suoi improbabili impegni in politica.

Se vogliamo dedicare una via, dedichiamola a Ilaria Cucchi, che per nove anni ha sfidato le ingiustizie, le omertà e gli ostacoli di un sistema spesso congegnato per allontanare la verità dalle aule di giustizia.

Le vie, secondo la normativa vigente, non possono essere intitolate a persone in vita o decedute da meno di dieci anni (salva la possibilità di deroga per quest’ultimo caso). Viva a lungo, quindi, Ilaria. Continui a battersi per i diritti dei detenuti e alla fine sarei ben lieto di vedere una via dedicata alla sua persona, a testimonianza che anche in un moderno stato di diritto a volte è necessario battersi fino all’ultimo per vedere trionfare la giustizia.

 

DiAvvocato Federico Depetris

PIAZZA SAN CARLO.

PIAZZA SAN CARLO. “BENE IL PRIMO CASO MA ADESSO RISARCITE ANCHE GLI ALTRI FERITI”

Articolo apparso su CronacaQui del 10.11.2018.

DiAvvocato Federico Depetris

RISARCIMENTO DANNI

 

RISARCIMENTO DANNI DOPO UN SINISTRO STRADALE, UN INFORTUNIO SUL LAVORO, UN ERRORE MEDICO ETC…

Il nostro Codice civile, ispirandosi direttamente ai principi espressi dalla Lex Aquilia, legge romana del 286 a.C., sancisce un importante principio: “Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno” (art. 2043 c.c.).

Ogni qual volta, quindi, si subisce un danno, sia esso patrimoniale o non patrimoniale (ad es. biologico, morale, esistenziale, mutilazione affettiva etc.), si ha diritto ad ottenere un congruo risarcimento.

Il Codice civile prevede una serie articolata di disposizioni finalizzate a garantire il risarcimento dei danni cagionati durante la circolazione stradale (c.d. sinistri stradali),  dei danni cagionati a causa dell’esercizio di un’attività pericolosa, oppure da un animale, da un minore, da un lavoratore (per i cui danni potrà essere chiamato a risponderne il datore di lavoro) e così via.

Ogni azione od omissione da cui possa originarsi un danno ingiusto, determina il sorgere del diritto ad ottenere il risarcimento.

I danni che possono essere risarciti possono essere patrimoniali oppure non patrimoniali.

Nei danni patrimoniali si possono includere le spese mediche sostenute dopo aver subito un sinistro stradale, i danni riportati al proprio mezzo, ma anche l’eventuale perdita della capacità lavorativa specifica. Si pensi, per quest’ultima ipotesi,  ai lavoratori autonomi che subiscono una grave lesione derivante da un sinistro oppure da un errore medico: essi hanno diritto ad importanti indennizzi finalizzati a compensare la perdita anche solo parziale della loro capacità lavorativa. Il predetto risarcimento viene calcolato ricorrendo ad una formula aritmetica nella quale si tiene conto del miglior reddito annuo degli ultimi tre anni, dell’età del danneggiato, della gravità delle lesioni subite e così via.

I danni, tuttavia, possono essere anche non patrimoniali.

danni non patrimoniali possono essere morali (afflizione personale derivante dall’aver subito un danno ingiusto), esistenziali (modificazione delle proprie abitudini di vita a seguito del danno riportato) e biologici (lesioni all’integrità psicofisica della persona medicalmente accertabili). Per i danni biologici il risarcimento avviene ricorrendo ad alcune tabelle redatte dai Tribunali che consentono di individuare il risarcimento dovuto. Infine deve essere segnalato che anche i parenti delle vittime, che hanno riportato gravissimi danni o che siano persino decedute, hanno diritto a percepire un ingente risarcimento finalizzato a compensare, anche solo in parte, le sofferenze subite.

Gli importi che possono essere riconosciuti ai danneggiati possono essere anche particolarmente elevati.

Ad esempio ad un lavoratore autonomo di anni 35 avente un reddito di 25.000,00 euro annui che  investito da un’auto abbia riportato una frattura scomposta ad un braccio e che abbia così  subito la perdita della capacità lavorativa ammontante a  circa il 16%, potrà avere diritto a circa 110.000,00 euro di risarcimento solo per la perdita della capacità lavorativa. Alla predetta somma dovranno aggiungersi tutti i soldi spesi per le cure, eventuali altri danni documentabili e, cosa ben più rilevante, anche il risarcimento del danno biologico subito che nel caso in esame (ipotizzando un’invalidità permanente del 13%) potrà ammontare a circa 50.000,00 euro . Per un totale complessivo di risarcimento stimabile in euro 160.000,00 (a cui devono aggiungersi tutte le spese) e questo solo a fronte di una lesione di gravità medio bassa. Naturalmente più gravi sono le lesioni riportate, maggiori sarà la somma riconosciuta a titolo di risarcimento.

Nei casi in cui dal sinistro sia derivata la morte del danneggiato ovvero un’invalidità gravissima, i risarcimenti possono anche superare abbondantemente il milione di euro.

Quando si è vittima di danni ingiusti che abbiano cagionato delle lesioni, siano esse gravi o lievi, è consigliabile, sempre, rivolgersi ad un proprio Avvocato di fiducia, anche nei casi in cui le assicurazioni o le controparti abbiano già formulato delle proposte risarcitorie o abbiano persino già corrisposto dei primi importi a titolo risarcitorio e ciò al fine di poter ottenere esattamente il risarcimento dovuto.

L’Avvocato Federico Depetris si occupa di assistere le vittime di fatti illeciti (sinistri stradali, errori medici, reati, etc.) E’ possibile quindi fissare un appuntamento, senza impegno, per poter valutare i danni riportati e le possibilità concrete di ottenere un risarcimento.

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DiAvvocato Federico Depetris

Parla una vittima di piazza San Carlo: “Pensavo di morire. Per mesi ho avuto paura ad uscire di casa”

Parla una vittima di piazza San Carlo: “Pensavo di morire. Per mesi ho avuto paura ad uscire di casa”

[Articolo del 22/10/2018 apparso su Nuova Società – Quotidiano On-Line di Torino –  Qui l’articolo originale ]

Udienza preliminare per i fatti di piazza San Carlo. Nell’aula bunker del carcere delle Vallette Lorusso-Cotugno compariranno davanti al Gup, Maria Francesca Abenavoli, i quindici indagati per il ferimento di 1500 persone e la morte di Erika Pioletti durante la proiezione della finale di Champions League Juventus-Real Madrid il 3 giugno 2017. Si dovrà decidere se procedere o meno, accettando quindi la richiesta di rinvio a giudizio dei pm Antonio Rinaudo e Vincenzo Pacileo contro la sindaca Chiara Appendino, l’ex questore di Torino Angelo Sanna, l’ex capo di Gabinetto della sindaca Paolo Giordana, funzionari e dirigenti di Comune e Turismo Torino sui quali pesa l’accusa di omicidio, lesioni e disastro colposo.
Ma se le luci dei riflettori si sono accese su quelle che potrebbero diventare imputati di questo procedimento, non ci si può dimenticare delle vittime di quella maledetta sera. Una di queste è Samantha Gaudio, rappresentata, assieme ad altri feriti del 3 giugno, dall’avvocato Federico Depetris.
Per Samantha quella sera che doveva essere di festa è un incubo anche oggi. Quando risponde alle nostre domande la voce è rotta dall’emozione del ricordo.

Cosa si ricorda di quel 3 giugno 2017?

Quella sera ero in piazza San Carlo, all’altezza della scritta “Martini” per intenderci, a vedere la finale col mio fidanzato. Sinceramente non so dire cosa sia successo: mi ricordo solo di aver sentito due boati, sembravano spari. La gente urlava e sembrava un attentato terroristico, girava la voce di un camion sulla folla. Ma è stata tutta una frazione di secondi in realtà: mi sono voltata, guardo il mio ragazzo che mi urla “Corri, corri”, per farvi capire quanto sia stato veloce il tutto, appena mi sono voltata per scappare siamo stati travolti dalla folla. Una questione di secondi, tutti caduti uno sopra l’altro, io ero sotto a decine di altri corpi che continuavano a cadere, dimenarsi, il mio fidanzato si è divincolato e non lo vedevo, non mi sentivo più la gamba sinistra perchè era schiacciata dalle persone e, dopo qualche minuto, il ragazzo con altri hanno iniziato a rialzare i feriti e anche me.

E dopo cosa è successo?

Per fortuna riuscivo a muovermi. Ci ha raggiunto mio padre e ci ha portato immediatamente all’ospedale, tutti i prontosoccorso erano intasati, decine di feriti ovunque, gente che piangeva, sangue. A me hanno riscontrato un trauma di schiacciamento alla coscia sinistra e distorsione caviglia. Il mio piede sinistro è rovinato, praticamente.

Ma questi sono solo i danni fisici…

Per mesi non siamo riusciti a stare in posti troppo chiusi o nei posti affollati come pullman, cinema, ecc. Non volevamo nemmeno più mettere piede in centro a Torino. Può sembrare incredibile, ma non lo è. Con calma la situazione sta migliorando, dopo tutto questo tempo, e sono stata più fortunata di altri.

Immagino che oggi la rabbia sia tanta. Con chi?

Sono arrabbiatissima col Comune, eravamo letteralmente chiusi in una gabbia. O, comunque, con gli organizzatori. C’era vetro ovunque, feriti, geste schiacciata. Durante la partita, finchè non succede nulla, uno non ci fa tanto caso, anche perchè si fida degli organizzatori, ma subito dopo il disastro, era ben chiaro che anche se i problemi possono succedere, non si era pronti a nulla.

Lei ha scelto di affrontare il Processo per i danni subiti. Cosa spera che emerga dal processo?

La cosa principale è una: che nei prossimi eventi le cose vengano organizzate meglio. Oggi è successo a noi e ad altre centinaia di persone, ma non deve più capitare. Oggi ho un piede distrutto e ho vissuto mesi con l’ansia, non si può minimizzare tutto questo e non trovare dei colpevoli. Ci devono essere e devono pagare.

DiAvvocato Federico Depetris

Piazza San Carlo, verso il 23 Ottobre – Intervista all’Avv. Federico Depetris

Piazza San Carlo, verso il 23 Ottobre

Articolo del 09.10.2018 de “La Nuova Società

ARTICOLO ORIGINALE

Il 3 Giugno 2017 è una data che verrà ricordata in tutta Torino e non solo. È il giorno della finale di Champions League: si affrontavano Juventus e Real Madrid, ma nella piazza storica di Torino, piazza San Carlo, davanti al maxischermo è accaduto l’inimmaginabile: una ventata di terrore che ha travolto presenti e lasciato per terra migliaia di feriti ed una vittima.
Secondo gli investigatori a scatenare il caos quel giorno fu l’utilizzo di spray urticanti da parte di una gang di giovani nordafricani che, nel tentativo di scippare i tifosi, avrebbero seminando il panico.

I componenti della banda sono finiti in manette e verranno processati per diversi capi d’accusa.
Ma il 23 ottobre inizia un altro processo per la morte di Erika Pioletti e il ferimento di oltre 1500, vittime di quella tragica serata, che vede al banco degli imputati Chiara Appendino, l’ex questore di Torino Angelo Sanna, l’ex capo di gabinetto Paolo Giordana, il dirigente comunale Paolo Lubbia e altre undici persone.

Appendino e gli altri sono accusati di disastro, lesioni e omicidio colposo, reati figli dell’inchiesta sulle modalità con cui fu organizzato e gestito l’evento di piazza San Carlo. La tesi della Procura, confortata da una consulenza tecnica dell’architetto Mauro Esposito, è che la serata in piazza non fu organizzata in maniera ottimale e avrebbe dovuto essere annullata.
Come detto il 23 ottobre ci svolgerà a porte chiuse, nell’aula bunker del carcere “Lorusso-Cutugno”, l’udienza preliminare.

Di questo procedimento abbiamo parlato con l’avvocato Federico Depetris, difensore di alcuni che restarono feriti in piazza San Carlo il 3 giugno.

Cosa accadrà all’udienza del 23 ottobre, la prima del processo per i fatti di piazza San Carlo?

L’udienza preliminare del 23 ottobre aprirà uno dei processi più importanti che saranno celebrati nel 2018 e 2019. Non credo che ci saranno particolari colpi di scena, soprattutto in questa fase. Ho l’impressione che gli imputati vorrano giocarsi tutte le loro carte nel procedimento ordinario e quindi non credo assisteremo a patteggiamenti o a richieste di riti abbreviati.

In ogni caso si tratterà di un processo complicato nel quale vedremo all’opera, sia tra le fila dei difensori degli imputati che tra quelle delle persone offese, alcuni dei migliori avvocati penalisti del Foro di Torino.

Lei che assiste alcune vittime di piazza San Carlo, che strategia pensa adotteranno le persone danneggiate in questo processo?

Innanzitutto posso dire che io personalmente condivido pressoché integralmente l’impianto accusatorio della Procura, la quale peraltro ha svolto un lavoro di indagine monumentale. Chi delle persone offese si costituirà parte civile lo farà per vedersi risarciti i danni subiti e per vedere condannate tutte quelle persone, e sono veramente molte, che hanno commesso degli errori imperdonabili.

Quali errori non possono essere scusati agli imputati?

In generale, studiando gli atti dell’attività di indagine, si può notare una totale negligenza, che non esiterei a chiamare sciatteria, nell’organizzare la proiezione della finale Juventus – Real Madrid. Il piano di emergenza era pieno di refusi ed era senza dubbio il frutto di un maldestro copia e incolla effettuato da piani di emergenza precedenti. La scelta, poi, di allestire la piazza trasformandola in un “recinto”, dove 40.000 persone si sono ammassate l’una sull’altra è stata una follia. Le vie di fuga erano insufficienti, non erano segnalate e comunque non erano in grado di consentire l’esodo delle persone che di fatto rimasero intrappolate nella piazza. Come poi è emerso sin dai primi momenti non era nemmeno stato nominato un responsabile per la sicurezza. Un’omissione gravissima.

Quali sono le responsabilità della sindaca Chiara Appendino?

Anche su questo condivido l’impianto accusatorio. Le omissioni e negligenze della prima cittadina sono state numerose. Non scusabili. Sono curioso di vedere che atteggiamento difensivo assumerà la sindaca nel processo. Una cosa però trovo assolutamente imperdonabile ad Appendino: l’aver lasciato i suoi funzionari sguarniti di direttive.

In piazza San Carlo la sera del 03 giugno 2017, proprio durante il diffondersi del panico, è avvenuto infatti un fatto incredibile: gli organizzatori dell’evento, il Comune e TTP, non erano presenti con i loro vertici apicali o con loro delegati. Gli operanti della Polizia, durante le ondate di panico, parrebbe che abbiano cercato gli organizzatori per invitarli a comunicare al pubblico di mantenere la calma, ma non trovarono nessuno. Non c’era nessuno che gestisse la piazza quella sera.

Nei racconti dei suoi assistiti cos’è che l’ha impressionata di più?

I miei clienti sono tutti stati travolti dalla calca e ripetutamente calpestati. Tutti mi hanno raccontato di aver pensato di stare per morire. Una sensazione terribile da cui non si riprenderenno mai. Per mesi e mesi i miei clienti non sono riusciti a recarsi in luoghi affollati perché anche solo salire su di un semplice tram causava loro attacchi di panico. I miei clienti hanno avuto disturbi del sonno e sono stati costretti a ricorrere agli psicoterapeuti per provare a superare il trauma.

Nei giorni immediatamente successivi ai fatti di piazza San Carlo iniziò a montare la polemica per l’assenza di copertura assicurativa per l’evento del 03 giugno 2017. Arriveranno i risarcimenti per i feriti dalle assicurazioni del Comune e di Turismo Torino?

Dare una risposta a questa domanda è prematuro. Ad oggi non mi risulta che le assicurazioni abbiano risarcito i danni. Per quanto però a mia conoscenza diretta, le posso dire che nonostante sia passato più di un anno da quando ho inviato le diffide al Comune e a Turismo Torino e Provincia, nessuno dei predetti enti o delle loro compagnie di assicurazioni ha formulato una proposta risarcitoria.

Questo è anche uno dei motivi per cui oltre a difendere alcune persone che intendono partecipare attivamente al processo penale che si aprirà il 23 ottobre, ho anche già introdotto un’azione civile per conto di un’altra mia assistita. Ritengo, infatti, che ci siano tutti i presupposti affinché il Comune di Torino e TTP possano essere condannati a risarcire i danni.

DiAvvocato Federico Depetris

Mancato pagamento TFR e stipendi: il Fondo di garanzia INPS

La crisi di liquidità che colpisce le imprese italiane ha determinato negli ultimi anni  un crescente aumento di casi in cui il Datore di lavoro non riesce a corrispondere il trattamento di fine rapporto e la stessa retribuzione.

Nei casi in cui un lavoratore non ottenga il pagamento delle retribuzioni arretrate e dell’indennità di fine rapporto, il Legislatore ha previsto alcuni rimedi finalizzati a garantire comunque al Lavoratore un soddisfacimento, anche solo parziale, delle sue ragioni creditorie.

Quando un Datore di lavoro non effettua i pagamenti dovuti, si consiglia al Lavoratore di rivolgersi senza ritardo ad un proprio avvocato di fiducia.

Infatti, salvo i casi in cui non sia già intervenuto il fallimento del Datore di lavoro, il Lavoratore deve iniziare subito ad interessarsi per il recupero del proprio credito. L’avvocato nominato provvederà senza ritardo ad avviare tutte le più opportune iniziative giudiziali per ottenere la condanna del Datore di lavoro al pagamento degli stipendi arretrati e del Tfr.

Ottenuta la condanna, si dovrà procedere ad avviare i pignoramenti più opportuni al fine di recuperare coattivamente quanto dovuto al lavoratore.

Cosa succede nel caso in cui i pignoramenti dovessero risultare negativi in quanto il Datore di lavoro, ad esempio, risulti nullatenente?

In questi casi si potrà accedere al Fondo di garanzia INPS che garantisce il recupero dell’intero Tfr e delle somme dovute negli ultimi tre mesi di lavoro.

Per quanto riguarda le somme diverse dal Tfr è bene evidenziare che”Il pagamento effettuato dal Fondo di garanzia ai sensi dell’art. 1 è relativo ai crediti di lavoro, diversi da quelli spettanti a titolo di trattamento di fine rapporto, inerenti gli ultimi tre mesi del rapporto di lavoro rientranti nei dodici mesi che precedono: a) la data del provvedimento che determina l’apertura di una delle procedure indicate nell’art. 1, comma 1; b) la data di inizio dell’esecuzione forzata; c) la data del provvedimento di messa in liquidazione o di cessazione dell’esercizio provvisorio ovvero dell’autorizzazione alla continuazione dell’esercizio di impresa per i lavoratori che abbiano continuato a prestare attività lavorativa, ovvero la data di cessazione del rapporto di lavoro, se questa è intervenuta durante la continuazione dell’attività dell’impresa.” ( 1rt. 2 comma 1 Dlgs 80/92).

Nel caso in cui il Datore di lavoro sia stato dichiarato fallito, in lavoratore, in proprio ovvero con l’ausilio di un avvocato, dovrà insinuarsi al passivo fallimentare e quindi, divenuto esecutivo lo stato passivo non opposto, si potrà richiedere l’accesso al fondo di garanzia Inps.

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

COME CANCELLARE TUTTI I DEBITI. ESDEBITAZIONE FALLIMENTARE.

ESDEBITAZIONE FALLIMENTARE: CANCELLARE TUTTI I DEBITI DOPO LA CHIUSURA DEL FALLIMENTO.

Una volta intervenuta la chiusura di una procedura fallimentare, i creditori rimasti insoddisfatti potranno aggredire il patrimonio del fallito.

Nel caso in cui, quindi, a fallire sia stata anche una persona fisica, questa, dopo la chiusura del fallimento, è comunque tenuta ed obbligata a dare piena soddisfazione ai propri creditori rimasti insoddisfatti in sede concorsuale.

Vi è tuttavia la possibilità per il debitore di chiedere la “cancellazione” di tutti i suoi debiti.

L’art. 142 della Legge Fallimentare individua i requisti per chiedere ed ottenere il decreto di esdebitazione.

Il fallito persona fisica è ammesso al beneficio della liberazione dai debiti residui nei confronti dei creditori concorsuali non soddisfatti a condizione che: 1) abbia cooperato con gli organi della procedura, fornendo tutte le informazioni e la documentazione utile all’accertamento del passivo e adoperandosi per il proficuo svolgimento delle operazioni; 2) non abbia in alcun modo ritardato o contribuito a ritardare lo svolgimento della procedura; 3) non abbia violato le disposizioni di cui all’articolo 48; 4) non abbia beneficiato di altra esdebitazione nei dieci anni precedenti la richiesta; 5) non abbia distratto l’attivo o esposto passività insussistenti, cagionato o aggravato il dissesto rendendo gravemente difficoltosa la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari o fatto ricorso abusivo al credito; 6) non sia stato condannato con sentenza passata in giudicato per bancarotta fraudolenta o per delitti contro l’economia pubblica, l’industria e il commercio, e altri delitti compiuti in connessione con l’esercizio dell’attività d’impresa, salvo che per tali reati sia intervenuta la riabilitazione. Se è in corso il procedimento penale per uno di tali reati, il tribunale sospende il procedimento fino all’esito di quello penale.

L’esdebitazione non può essere concessa qualora non siano stati soddisfatti, neppure in parte, i creditori concorsuali.

Restano esclusi dall’esdebitazione: a) gli obblighi di mantenimento e alimentari e comunque le obbligazioni derivanti da rapporti estranei all’esercizio dell’impresa; (2) b) i debiti per il risarcimento dei danni da fatto illecito extracontrattuale nonché le sanzioni penali ed amministrative di carattere pecuniario che non siano accessorie a debiti estinti. Sono salvi i diritti vantati dai creditori nei confronti di coobbligati, dei fideiussori del debitore e degli obbligati in via di regresso.”

 

L’esdebitazione, come si è visto, può essere concessa solo quando siano stati soddisfatti, anche solo in via parziale i creditori concorsuali.

Secondo un’opinione più restrittiva della predetta disposizione, è necessario che tutti i creditori siano stati parzialmente soddisfatti. Secondo, invece, una diversa interpretazione, è sufficiente che siano stati soddisfatti anche solo alcuni dei creditori.

Tale ultima interpretazione ha infine ottenuto l’avvallo della Corte di Cassazione a Sezioni Unite. La Suprema Corte ha avuto modo, infatti, di chiarire che: ” L’art. 142, co. 2, L.F., deve essere interpretato nel senso che ai fini dell’accesso al beneficio della esdebitazione non è necessario che tutti i creditori concorsuali siano soddisfatti, ma è sufficiente che siano soddisfatti almeno una parte dei creditori. È rimesso al prudente apprezzamento del giudice di merito valutare quando sia avvenuto il soddisfacimento parziale dei crediti richiesto per il riconoscimento del beneficio” ( Cass. Sezioni Unite n. 24215/2011).

Tale principio è stato recentissimamente confermato dalla Suprema Corte di Cassazione nell’ordinanza n. 7550/2018 ove si è affermato che: “È arbitrario considerare unicamente la percentuale di pagamento dei creditori concorsuali come ostacolo decisivo al beneficio dell’esdebitazione. La liberazione dai debiti residui deve essere concessa, a determinate condizioni, a meno che i creditori siano rimasti del tutto insoddisfatti …”

Ai sensi della Legge Fallimentare, inoltre, è necessario non aver riportato alcuna condanna penale per reati commessi nell’esercizio dell’attività di amministrazione dell’impresa.

Cosa accade in caso di applicazione di pena su accordo delle parti (patteggiamento), ad esempio, per bancarotta?

Secondo l’opinione maggioritaria,  non osta alla concessione dell’esdebitazione l’eventuale passaggio in giudicato di una sentenza di patteggiamento. Infatti, la sentenza di applicazione della pena su accordo delle parti è una condanna sui generis in quanto non presuppone una dichiarazione di colpevolezza né può essere considerata una condanna in senso proprio.

Tali principi sono stati fatti propri dai Giudici di merito, in particolare il Tribunale di Padova ha avuto modo di precisare che: “Ai fini della valutazione dei presupposti per la concessione del beneficio dell’esdebitazione, l’esistenza carico del richiedente di un provvedimento di applicazione della pena su richiesta ai sensi dell’articolo 444 c.p.p., che, come è noto, non può avere efficacia di giudicato nel processo civile, costituisce un utile indizio da valutare in concorso con altre circostanze. (Nel caso di specie, il Tribunale ammesso il ricorrente al beneficio dell’esdebitazione, ritenendo che l’applicazione della pena a seguito di patteggiamento per il reato di bancarotta fraudolenta costituisse l’unico indizio sfavorevole al ricorrente a fronte di una pluralità di elementi indicativi di una condotta collaborativa con gli organi della procedura).” (Cfr. Tribunale di Padova, sentenza del 09.02.2013, massima redazionale IlCaso.it – SmartLex24).

Nel caso in cui l’istanza di esdebitazione non venisse accolta, tutti i crediti rimasti insoddisfatti diverrebbero inesigibili nei confronti del fallito, il quale quindi otterrebbe la sua propria e integrale liberazione da ogni obbligo nei confronti dei suoi creditori.

Non bisogna confondere l’esdebitazione fallimentare, con l’istituto di cui alla Legge n. 03 del 2012.

Avv. Federico Depetris