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DiAvvocato Federico Depetris

Coronavirus: guardare l’abisso e oltre

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 01.04.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’  – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Stiamo vivendo un dramma senza precedenti. Oltre diecimila morti in poco più di un mese per un virus proveniente dalla Cina e che mette a dura prova la tenuta dei sistemi sanitari delle nazioni del mondo.

Il sistema economico, per via dei provvedimenti adottati per contenere il contagio, è a rischio collasso: si prevedono perdite sul PIL di 100 miliardi di euro al mese! Al dramma economico è sempre legato quello sociale: povertà, disoccupazione, aumento della criminalità etc.

Siamo sull’orlo dell’abisso.

In questa situazione drammatica leggo con un certo disagio le polemiche contro il governo da parte di chi grida al golpe ed espone improbabili, ma sarebbe più corretto scrivere “immaginari”, complotti orchestrati da quello o da quell’altro per affossare l’economia o ridurci tutti schiavi.

E trovo anche piuttosto insopportabile la retorica stucchevole propalata dai sostenitori del governo, acriticamente appiattiti sulla linea dell’esecutivo ma solo per spirito di fazione che per reale e sentita convinzione.

Non è certamente questo il momento delle polemiche sterili e degli slogan urlati in TV. Ci sarà tempo, quando tutta la vicenda sarà conclusa, per fare il “processo” a Conte ed al suo esecutivo. Avremo modo di giudicare il governo una volta che l’epidemia sarà controllata.

Ora è il momento di guardare fisso l’abisso che si è aperto dinnanzi a noi e di accettarlo.

Non vi è modo migliore di affrontare l’emergenza che prendere consapevolezza, piena, di essa e di vivere appieno il presente drammatico che ci è offerto.

Dobbiamo recuperare quel senso del “tragico” che dal tempo degli antichi greci si è insediato nel nostro dna culturale e che è stato “riscoperto” dai grandi pensatori europei del XIX secolo (Hegel, Nietzsche, Schopenhauer …)

Dobbiamo imparare a guardare in faccia la rovina per poterci erigere al di sopra di essa. Recuperare quello spirito che riempiva i cuori dei trecento spartani di Leonida, degli intrepidi esploratori e capitani che conducevano nelle tempeste i loro velieri, degli uomini delle trincee della Grande Guerra. Oppure se si vuole qualche esempio più umano e meno eroico, bisogna fare come padre Paneloux, uno dei personaggi del romanzo “La Peste” di Albert Camus (introvabile anche su Amazon, segno che c’è chi vuole provare ad immergersi, con senso tragico appunto, nel grave momento che stiamo vivendo), il quale dopo lunghe riflessioni teologiche, arrivò alla conclusione che bisognasse semplicemente accettare la “peste” e “camminare in avanti, nelle tenebre, un po’ alla cieca …”.

Non è questo il momento delle lagne continue sui social, delle lamentele sulla libertà perduta ma nemmeno delle piaggerie sul Governo, o peggio, l’affannoso, quanto ridicolo, lavoro della burocrazia statale per confezionare la migliore autocertificazione per uscire di casa. Meglio un padre Paneloux, che poi morirà, forse nemmeno di peste, rifiutando le cure, piuttosto che lasciarsi andare alla rassicurante narrativa del complotto, alla polemica autoreferenziale, alla mitomania da epidemiologi ed esperti tuttologi.

Per Jean-Pierre Dupuy, autore de “Per un catastrofismo illuminato. Quando l’impossibile è certo”, bisogna rendersi conto che le catastrofi sono ineluttabili: prima o poi capiterà un terremoto, un’epidemia, uno tsunami, che sconvolgerà le nostre vite ed i nostri sistemi politici ed economici. Per meglio affrontare le catastrofi l’autore francese immagina che bisogna proiettarsi a dopo di essa, per meglio capire come ricostruire ed eventualmente ridurre i danni alla prossima inevitabile catastrofe.

Ecco quindi, dopo che abbiamo ben fissato l’abisso, con intensità, ed averlo accettato bisognerà iniziare a guardare oltre di esso.

Oltre l’abisso, ci sarà la possibilità di ri-costruire senza magari commettere gli stessi errori del recente passato.  Oltre l’abisso ci sarà, lo ripeto, anche la possibilità di giudicare l’operato di chi si è trovato alla guida della Nazione nelle sue giornate più drammatiche: allora, e solo allora, potremo abbandonare l’indulgenza che oggi, nel pieno della tempesta, riserviamo alla classe dirigente.

 

DiAvvocato Federico Depetris

Emergenza Coronavirus: primi licenziamenti per la crisi ed è dramma sociale per i lavoratori in nero

Intervista all’Avv. Federico DEPETRIS del 15.03.2020 de “La Nuova Società” —- ARTICOLO ORIGINALE

I Tribunali sono chiusi a causa dell’emergenza sanitaria. Sono tenute solo le udienze più urgenti. Si registrano però anche nel torinese i primi licenziamenti motivati dalla crisi legata al Covid-19. Un dramma nel dramma che rischia di farci piombare indietro di 8-10 anni. Ne parliamo con l’avvocato Federico Depetris, giovane giuslavorista torinese collaboratore del nostro quotidiano.

Avvocato Depetris è stato in tribunale nei giorni scorsi? Che clima si respira?

Tutte le mie udienze della scorsa settimana sono state rinviate. Non avevo udienze di particolare urgenza e quindi non ho dovuto accedere al Palazzo di Giustizia, dove comunque so che gli ingressi sono contingentati e riservati solo ai colleghi che hanno le udienze confermate.

Come procede l’attività lavorativa degli avvocati?

Mi sono organizzato per lavorare da casa. Passo in studio solo a prendere e riportare i fascicoli, e ritirare la posta. Lavoro incessantemente sulle cause e fascicoli che avevo già in carico. Studio, scrivo, faccio telefonate. Insomma, faccio tutto quello che si può fare senza dover ricevere i clienti o comunque incontrare persone. Dobbiamo fare uno sforzo per fermare i contagi. Nel mio piccolo faccio la mia parte.

Cosa sta succedendo nel mondo del lavoro?

Le attività produttive proseguono. Abbiamo visto e letto tutti delle legittime proteste degli operai che lamentano condizioni di sicurezza scarse o assenti. I datori di lavoro devono garantire la distanza di sicurezza tra operai, i quali devono essere dotati anche di idonee protezioni. Parrebbe che questi accorgimenti non siano stati presi da molte aziende. E poi stanno arrivando i primi licenziamenti …

Ha notizia dei primi licenziamenti per il COVID-19?

Purtroppo, sì. Ho ricevuto le prime telefonate di lavoratori, anche a tempo determinato, lasciati a casa prima della scadenza del contratto. È solo l’inizio. Prevedo uno tsunami di licenziamenti causati dalla inevitabile crisi economica. Il commercio e i pubblici esercizi (bar e ristoranti) credo saranno i primi ad essere duramente colpiti qualora il blocco superasse i quindici giorni. Ripeto. Ci sono già stati i primi licenziamenti. Dovremmo valutare caso per caso quali licenziamenti impugnare e quali no. La situazione è e sarà eccezionale, ma dobbiamo anche evitare che ci sia chi pensa di approfittarsi del coronavirus per lasciare ingiustamente a casa i lavoratori.

Come crede si possa fermare la valanga di licenziamenti che si prevedono?

Ho sentito il governo promettere che nessuno avrebbe perso il proprio posto di lavoro a causa del coronavirus. Spero non siano solo parole finalizzate ad evitare proteste. È necessario un intervento deciso, senza precedenti. Bisogna garantire a tutti il mantenimento del proprio reddito. Va bene la cassa integrazione, ma bisogna anche pensare ad altre forme di intervento a sostegno dell’imprenditoria. Non basta posticipare le scadenze fiscali e contributive. Bisogna prevedere degli sconti, massici, anche sulle imposte relative al 2019 e che dovranno essere saldate nei prossimi mesi. Alle aziende deve essere lasciata quanta più liquidità possibile. Solo così possiamo sostenere la domanda e quindi permettere che le imprese rimangano in piedi. Sforiamo il rapporto deficit-Pil a prescindere da quello che ci dice o chiede l’UE. Qui è in atto un evento eccezionale che avrà conseguenze drammatiche, non è il tempo di fare della piccola ragioneria.

Cosa accade ai lavoratori in nero in un settore, come quello dei bar e ristoranti?

Ho ricevuto anche su questo problema le prime telefonate. Camerieri e cuochi lasciati a casa per via della chiusura dei bar e ristoranti senza ferie o permessi perché assunti irregolarmente. È un dramma. Queste persone non hanno diritto nemmeno alla disoccupazione. In questi casi l’unica alternativa è reclamare la regolarizzazione della posizione lavorativa. Sono purtroppo al lavoro sui primi casi di questo tipo. Il fatto è che non siamo in grado di garantire una risposta tempestiva a queste persone. Sono certo che otterremo giustizia per questi lavoratori, ma non ho certezze sulla tempistica.

DiAvvocato Federico Depetris

Isolamento e quarantena, la prova più dura per tutti. Anche per la Giustizia

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 14.03.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’  – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Siamo tutti in isolamento dal 09 marzo 2020. Nella storia moderna dell’Italia non si ha memoria di provvedimenti così drastici. Nemmeno in tempo di guerra si è assistito ad una chiusura integrale delle attività commerciali.

Per trovare dei precedenti dobbiamo andare a ritroso sino al 1630, anno drammatico del ritorno della peste in Europa oppure al 1340, quando la peste nera dimezzò la popolazione europea.

L’isolamento, la lontananza dai nostri affetti, dai nostri amici, dai nostri parenti, dalle nostre attività lavorative e ricreative è la prova più dura che può esserci richiesta.

“L’uomo è un animale sociale” scriveva Aristotele. Siamo ontologicamente “programmati” per socializzare, costituire comunità, costruire ed immaginare il futuro assieme agli altri. L’isolamento è quindi terribile, frustrante ed alienante. Eppure dobbiamo fare il nostro dovere. Dobbiamo cogliere, con lo spirito tragico che permea la nostra storia ed il nostro Dna culturale, l’importanza della sfida che ci si para dinnanzi e che stiamo già affrontando. Dobbiamo essere consapevoli che stiamo facendo uno sforzo importante per la salvaguardia della salute dei nostri affetti e della nostra comunità. Cacciamo al fondo della nostra anima il nostro individualismo ed egoismo. Avremo tempo più avanti di liberarlo nuovamente.

L’Italia si blocca e con essa, in parte, anche la Giustizia.

I tribunali lavoreranno a regime ridotto almeno sino al 22 marzo (ma si attende un nuovo decreto legge che prolunghi la sospensione delle attività almeno sino al 03 aprile).

Il personale della Giustizia, Magistrati, Cancellieri etc., stanno puntualmente svolgendo i loro doveri affrontando le questioni più urgenti. Gli Avvocati continuano, da casa per lo più o comunque senza più ricevere il pubblico, la loro opera: si lavora anche dodici ore al giorno per mandare avanti comunque le pratiche, tenersi in contatto telefonico con i clienti, studiare i fascicoli ed impostare il lavoro per il futuro. I tribunali sono chiusi, i problemi forse si attenuano, ma non spariscono del tutto ed anzi molte persone stentano a capire le difficoltà del momento chiedendo comunque di poter soddisfare la propria sete di giustizia.

Ho ricevuto in questi giorni numerose telefonate di clienti che reclamano il pagamento dei loro stipendi, di padri che non riescono a vedere i loro figli, madri che non ricevono il mantenimento per i loro bambini, lavoratori in nero lasciati a casa dopo la chiusura di bar e ristoranti, imprese che non vengono pagate etc. Ci sono anche i primi licenziamenti per via della crisi economica che ormai sarà un’ineluttabile certezza. Si fa quello che si riesce, grazie alle tecnologie che ci permettono di agire anche a distanza.

Eppure non possiamo nascondere di sentirci, in parte, impotenti a causa della chiusura delle aule di Giustizia. Vi è chi di questo vuoto della Giustizia, nel breve periodo, pensa di potersene approfittare, ma è bene che si sappia che i conti saranno presto o tardi presentati e dovranno essere saldati.

DiAvvocato Federico Depetris

TUTELA DIRITTI DEI LAVORATORI

In Italia si stima che ci siano circa 4 milioni di lavoratori in nero.

Il 30 % dei lavoratori italiani (1 su tre) lavora in media sei ore alla settimana senza essere retribuito. Sono ben 24 ore alla settimana di straordinari che vengono “regalate” al Datore di lavoro.

Numerosi lavoratori italiani, inoltre, non vengono retribuiti per le mansioni superiori che svolgono quotidianamente.

Vi sono poi numerosissimi casi di ritardi nei pagamenti degli stipendi, inadempimenti relativi al trattamento di fine rapporto etc.

A tutte queste anomalie è possibile porre rimedio con una trattativa stragiudiziale oppure ricorrendo all’Autorità giudiziaria.

E’ possibile procedere ad una quantificazione precisa di tutte le spettanze del lavoratore (straordinari, livello superiore, ferie, permessi etc.) e quindi avanzare le proprie legittime pretese dinnanzi al Datore di lavoro.

Lo Studio Legale è in grado di offrire al lavoratore una rapida disamina della propria posizione ed un conteggio analitico delle proprie spettanze retributive, con la possibilità di pianificare una strategia stragiudiziale e giudiziale finalizzata a garantire il rispetto e la tutela dei diritti violati dal Datore di lavoro

 

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DiAvvocato Federico Depetris

Straordinari non pagati. Come difendersi.

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL02.03.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’  – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Molto spesso le buste paga predisposte dai datori di lavoro non riportano correttamente il numero di ore lavorate. Vi è più di qualche imprenditore che ad esempio preferisce pagare “fuori busta”, ossia in “nero”, le ore di straordinario e ciò in quanto le ore di straordinario sono soggette ad una maggiore imposizione fiscale.

Capita tuttavia molto spesso che il datore di lavoro, semplicemente, ometta il conteggio delle ore di straordinario per non pagarle al lavoratore. Cosa fare in questi casi?

Il lavoratore ha senza dubbio diritto a domandare ed ottenere il pagamento delle ore di straordinario. E tale diritto non lo si perde alla cessazione del rapporto di lavoro. Il lavoratore, fino a quando non sarà decorso il termine di prescrizione per ottenere il pagamento degli straordinari (di regola cinque anni), potrà avanzare le sue legittime pretese e, ove il datore di lavoro non accetti di pagare le ore di straordinario, rivolgersi all’Autorità giudiziaria.

Le ore di straordinario, una volta conteggiate nel loro ammontare complessivo, possono essere oggetto di preciso calcolo applicando le tabelle retributive del Contratto collettivo di riferimento.

È bene precisare, però, che spetta al lavoratore fornire la prova “rigorosa” delle ore di straordinario svolte. Infatti: “Il lavoratore che chieda in via giudiziale il compenso per il lavoro straordinario ha l’onere di dimostrare di aver lavorato oltre l’orario normale di lavoro, senza che l’assenza di tale prova possa essere supplita dalla valutazione equitativa del giudice, utilizzabile solo in riferimento alla quantificazione del compenso.” (Cfr. Tribunale Modena Sez. lavoro Sent., 09/01/2020) ed ancora: “Il lavoratore, che voglia ottenere il riconoscimento del compenso per lavoro straordinario, deve dimostrare l’esecuzione della prestazione lavorativa oltre i limiti, legalmente o contrattualmente, previsti. Ciò è espressione del principio di cui all’art. 2697 c.c., configurandosi lo svolgimento di lavoro in eccedenza rispetto all’orario normale quale fatto costitutivo della pretesa azionata. In definitiva, il lavoratore, attore in giudizio, ha l’onere di provare non solo lo svolgimento di lavoro straordinario, ma anche la sua effettiva consistenza, senza che al riguardo possano soccorrere valutazioni di tipo equitativo.” (Cfr. Tribunale|Bari|Sezione L|Civile|Sentenza|16 gennaio 2020| n. 193).

I predetti principi sono stati mutuati direttamente dal consolidato orientamento della Suprema Corte di Cassazione che infatti ha precisato che l’onere della prova in ordine alle ore lavorative eccedenti rispetto a quelle contrattualizzate e/o segnate in busta, incombe sul lavoratore (Cfr. Cass. n.16157/04), il quale è tenuto a provare rigorosamente la relativa prestazione anche in relazione alla effettiva quantità delle ore eccedenti lavorate (Cfr. fra le tante, Cass. 29 gennaio 2003 n.1389, Cass. 12 maggio 2001 n.6623)” (Cass. sez. Lavoro 12.9.2014 n. 19299). Per dirla con parole diverse: il lavoratore deve provare ogni singola ora di straordinario eseguita.

Come provare quindi le ore di straordinario?

Il lavoratore potrà ricorrere alla prova testimoniale. Potranno così essere escussi come testimoni colleghi e clienti che potranno confermare gli effettivi orari svolti dal lavoratore. Meglio ancora sarebbe, però, riuscire a fornire prova documentale delle ore di straordinario ad esempio producendo gli estratti delle bollature nei casi in cui siano presenti sistemi di rilevazione delle presenze, oppure messaggi sms o WhatsApp con il proprio datore di lavoro, e-mail, registrazioni audio e/o video etc. Gli autotrasportatori potranno fornire copia dei cronotachigrafi che registrano in maniera precisa le ore di guida e le c.d. ore di impegno.

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

Caso Gregoretti: l’irresponsabile uso strumentale della Giustizia

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 29.01.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Salvini, forse, sarà processato per il presunto, e tutto da dimostrare, sequestro di persona per come avrebbe gestito il noto caso della nave Gregoretti e la mancata autorizzazione allo sbarco degli immigrati ospitati a bordo.

Non voglio entrare nel merito della vicenda processuale che riguarda l’ex ministro degli Interni, anche se ho più di qualche dubbio che possa seriamente essere sostenuto che Salvini abbia commesso il gravissimo reato di sequestro di persona, quello che mi preme evidenziare, da avvocato e cittadino, è l’insopportabile utilizzo strumentale che viene fatto della Giustizia.

Abbiamo assistito nelle ultime settimane ad un teatrino veramente penoso.

Da un lato il Partito democratico e la sinistra intenzionata a far “processare” l’avversario politico che è stato equiparato praticamente ad un criminale di guerra. Quindi, da una parte, la sinistra che, per soddisfare i propri pruriti etici ed ideologici, si è dichiarata pronta a sostenere interpretazioni forzose della legge pur di riuscire ad eliminare il “nemico”.

Dalla stessa parte della sinistra si è schierato il Movimento Cinque Stelle, ossia l’ex alleato di governo del ministro Salvini. In questo caso la retorica “forcaiola” è stata ancora più insopportabile.

Se Salvini fosse responsabile lo è necessariamente anche il Presidente Conte, unico vero titolare della linea politica dell’esecutivo anche all’epoca in cui maturava il caso Gregoretti.

Peraltro, per il simile caso della Sea Watch Di Maio ed i pentastellati avevano “salvato” l’alleato leghista, sostenendo, giustamente, che avesse agito nell’interesse della Repubblica e quindi condividendo l’azione dell’allora amico Salvini. Cambia il governo, situazione pressoché analoga ed i Cinque Stelle, smentendo l’orientamento espresso pochi mesi prima si dichiarano a favore del processo a Salvini. Sta tutta qui la (poca) serietà ed affidabilità della nostra classe dirigente in questo momento storico.

Arrivano le elezioni in Emilia Romagna ed iniziano i calcoli elettorali.

Salvini, si dice, voglia fare la parte del martire della sinistra e della magistratura “rossa” per provare il colpo nella storica roccaforte del fu Partito Comunista. E quindi, a sorpresa, i senatori leghisti nella Giunta per le immunità hanno votato a favore dell’incriminazione del loro leader.

Partito democratico e Cinque Stelle, pur di evitare che Salvini potesse sfruttare a proprio vantaggio la situazione del possibile rinvio a giudizio per il caso Gregoretti, nonostante l’ardore etico-morale che li dovrebbe animare in questa “lotta di civiltà” contro la destra populista e xenofoba, erano a pronti a fare marcia indietro, o peggio,  a ritardare il voto nella Giunta per le immunità al Senato per rimandare il tutto a dopo le elezioni in Emilia Romagna e infatti hanno poi scelto di disertare il voto in Giunta.

Tutto questo miserabile teatrino è stato assolutamente svilente per le istituzioni.

E’ stato svilente per il Governo e per la sua, costituzionalmente necessaria, autonomia.

E’ stato svilente nei confronti della Giustizia, costretta ad essere strapazzata a “destra” ed a “sinistra” per soddisfare miopi calcoli e tatticismi elettorali.

Un processo è una cosa seria. Esso è finalizzato ad accertare fatti e ad assicurare la tutela di diritti. L’Italia con i suoi duemilasettecento anni di diritto, certo, non merita una classe dirigente così impreparata ed irresponsabile, come ha dimostrato, per l’ennesima volta, nella gestione della crisi Gregoretti.

Bisogna avere ben chiaro che quando si svilisce la Giustizia e se ne promuove un uso distorto perché strumentale, allora sono tutti gli italiani a rimetterci; sono tutti coloro che ogni giorno si affidano ai giudici per vedersi riconosciuti i propri diritti e che iniziano a non avere più alcuna fiducia in un sistema che, anche per demeriti propri e non solo della politica, è già in profonda crisi.

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

Il rapporto con gli assistenti sociali dopo lo scandalo di Bibbiano

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 23.12.2019  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Sono in corso le inchieste giudiziarie che hanno messo alla luce un sistema illecito di affidi reso possibile dalla corruzione e complicità di assistenti sociali, psicoterapeuti ed esperti dell’infanzia di Bibbiano (Emilia Romagna). Diversi professionisti e membri dei servizi sociali sono oggi indagati per aver redatto relazioni false, trasmesse al Tribunale per i Minorenni, in cui riportavano l’esistenza di abusi a danno di bambini che venivano così tolti ai loro genitori naturali per essere affidati a coppie che, secondo quanto si è avuto modo di apprendere dai media, avevano contatti e rapporti con gli stessi assistenti sociali e psicoterapeuti. Un sistema fatto di corruzione, scambio di favori e denaro sulla pelle di bambini impotenti e sui loro genitori fatti così sprofondare nella disperazione.

La Magistratura avrebbe scoperto più di un caso in cui i ricordi dei minori venivano manipolati al fine di far falsamente “ricordare” ai bambini abusi e maltrattamenti che non erano mai avvenuti. Le relazioni finivano poi sul tavolo dei giudici del Tribunale per Minorenni che non poteva far altro che togliere i bambini ai propri genitori, che nel frattempo dovevano anche sopportare le conseguenze dei procedimenti penali aperti a loro carico.

Il dato inquietante del caso Bibbiano non è solo il ripugnante patto corruttivo (che si può così riassumere: togliere il bambino ai suoi genitori naturali per affidarlo a terzi in cambio di denaro) che distrugge le esistenze di bambini indifesi e dei loro genitori accusati, falsamente, di abusi e maltrattamenti, ma anche il movente “ideologico” di queste illecite operazioni. Le persone coinvolte infatti sembrano voler delegittimare il ruolo della famiglia naturale in favore di forme di genitorialità inusuali e meno diffuse, quali nuclei monogenitoriali ovvero nuclei con due affidatari della stesso sesso. L’obettivo ideologico, perseguito a scapito dei bambini, era quello quindi di assicurare non solo una piena equiparazione tra la famiglia naturale e quelle monogenitoriali o con genitori dello stesso sesso, ma di arrivare a sostenere la superiorità delle seconde sulle prime, individuando nella famiglia naturale il centro privilegiato per la consumazione di abusi. Purtroppo le cronache hanno evidenziato che in alcuni casi i bambini venivano tolti alle famiglie di origine, accusate falsamente di maltrattamenti, per poi essere affidati a persone che veramente abusavano di loro.

Questi drammatici fatti hanno gettato una lunga ombra su tutti gli operatori dei servizi sociali di tutta Italia.

Normalmente le famiglie hanno una naturale forma di diffidenza nei confronti degli assistenti sociali, infatti, a nessuno piace essere giudicato nel modo in cui si educano e crescono i propri figli. Sono numerosi i casi in cui le famiglie non condividono le intromissioni dei servizi e quindi si pongono in contrapposizione con gli assistenti sociali mostrandosi poco collaborative.

Queste naturali forme di preoccupazione, disagio, diffidenza e contrasto si sono enormemente acuite dopo lo scandalo di Bibbiano rendendo per tutti gli oeratori del settore, avvocati compresi, più difficile riuscire ad operare.

Il caso di Bibbiano ci si augura sia un fatto isolato, un sistema non replicato e non replicabile nel resto dell’Italia (anche se il diverso caso della comunità Forteto in Toscana dovrebbe determinare riflessioni più approfondite circa il funzionamento del sistema dei servizi e più in generale del Tribunale specializzato per i minori). L’eccezionalità del fatto rende difficile capire come sarebbe possibile creare i giusti anticorpi per prevenire il ripetersi di questi fatti.

Una cosa, però sarebbe possibile fare: evitare di appiattirsi sulle conclusioni delle relazioni dei servizi, dei periti, dei neuropsichiatri infantili etc. Il Tribunale, infatti, poggia le proprie decisioni essenzialmente su quelle che sono le attività dei servizi, le relazioni dei periti a vario titolo nominati etc. Questo atteggiamento fa si che le sorti della vicenda processuale siano dipendenti dalle conclusioni degli assistenti sociali e dei consulenti, anche in presenza di relazioni sintetiche con un impianto motivazionale spesso superficiale e frettoloso. Tornare a fare un’istruttoria accurata e completa, potrebbe evitare che persone senza scrupoli possanno arricchirsi o perseguire scopi ideologici a discapito dei bambini.

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

La perdita della capacità lavorativa dopo un sinistro. Cos’è e come si calcola

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 29.11.2019 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Può accadere che in seguito ad un grave sinistro stradale, un errore medico, un’aggressione etc. derivino lesioni che possono compromettere in tutto od in parte la capacità lavorativa del danneggiato.

Ad esempio una grave frattura con conseguente offesa permanente dell’arto di una persona che svolge, in via autonoma, attività manuali (edilizia, fabbro, fattorino etc.) può compromettere gravemente la capacità reddituale del danneggiato.

In questo articolo vedremo brevemente cos’è il danno patrimoniale da perdita della capacità lavorativa e come può essere quantificato secondo gli orientamenti più recenti della giurisprudenza.

Il danno patrimoniale di cui si discute è stato così definito dalla Corte di Cassazione: “Il danno patrimoniale da perdita della capacita’ di lavoro e di guadagno e’ un danno permanente, nella sua efficacia lesiva proiettato in futuro, essendo destinato a riprodursi anno per anno, per tutta la vita lavorativa della vittima: in quanto pregiudizio futuro, esso deve essere valutato su base prognostica anche a mezzo di presunzioni semplici, salva la determinazione equitativa, in assenza di prova certa del suo ammontare (ex plurimis, Cass. 23/09/2014, n. 2003; Cass. 14/11/2013, n. 25634).” (Cass. 10499/2017).

La formula per il calcolo della perdita di capacità lavorativa è la seguente: R (reddito) x C (coefficiente di capitalizzazione) x P (perdita capacità lavorativa specifica in percentuale) – S (scarto tra la vita fisica e quella lavorativa, pari al 10%).

Circa il coefficiente di capitalizzazione da applicarsi, deve essere osservato come non si possa fare riferimento ai coefficienti di cui al di cui al R.d. n. 1403 del 1922. Essi infatti non sono più conferenti con la realtà attuale, decisamente modificatasi dal 1922 essendo passato un secolo dalla loro formulazione.

Il predetto principio è stato anche fatto proprio dalla Corte di Cassazione: «D’altro canto, come ripetutamente affermato da questa Corte, i coefficienti di capitalizzazione approvati con il Regio Decreto n. 1403 del 1922, non assicurano l’integrale ristoro del danno permanente da incapacita’ di guadagno, ne’ la loro adozione e’ consentita neppure in via equitativa ex articolo 1226 c.c.. (da ultimo, con diffusa ed esaustiva motivazione, Cass. 14/10/2015, n. 20615). I suddetti coefficienti, infatti, sono stati elaborati sulla base delle tavole di mortalita’ ricavate dal censimento della popolazione italiana del 1911 (con riguardo cioe’ ad una speranza di vita inferiore di oltre un terzo a quella attuale) e di un saggio di produttivita’ del denaro (indicante la misura del risarcimento che viene detratta per tenere conto della anticipata capitalizzazione rispetto all’epoca futura in cui il danno si sarebbe effettivamente verificato) del 4,50%, superiore (e non di poco) ai rendimenti traibili oggigiorno dall’impiego di capitale: per effetto dell’innalzamento della durata media della vita e dell’abbassamento dei saggi di interesse, dunque, l’applicazione dei criteri ex Regio Decreto n. 1403 del 1922, determinerebbe una impropria ed ingiustificata decurtazione dell’importo risarcitorio» (Ex multis Cass. 10499/2017)

Il coefficente utilizzato per il calcolo del danno da perdita di capacità lavorativa (e quindi di guadagno) viene solitamente ricavato dai coefficienti indicati negli Atti dell’incontro di studio per i magistrati, svoltosi a Trevi il 30 giugno – 1 luglio 1989 (in Nuovi orientamenti e nuovi criteri per la determinazione del danno, Quaderni del CSM, 1990, n. 41, pp. 127 e ss.).

Il risultato che si ottiene applicando la formula matematica sopra illustrata costituisce unicamente una base di partenza, per l’effettiva individuazione del danno da perdita permanente di capacità lavorativa la cui quantificazione dovrà essere eseguita tenendo conto anche di altre viariabili quali, ad esempio, il presumibile aumento annuale del reddito, da valutarsi in via prognostica ed in via equitativa.

Infatti circa la determinazione del danno da risarcirsi per la perdita di guadagno, la Cassazione ha chiarito che: «il danno patrimoniale futuro da perdita della capacità lavorativa specifica, in applicazione del principio dell’integralità del risarcimento sancito dall’artt. 1223 c.c., deve essere liquidato moltiplicando il reddito perduto per un adeguato coefficiente di capitalizzazione, utilizzando quali termini di raffronto, da un lato, la retribuzione media dell’intera vita lavorativa della categoria di pertinenza, desunta da parametri di rilievo normativi o altrimenti stimata in via equitativa, e, dall’altro, coefficienti di capitalizzazione di maggiore affidamento, in quanto aggiornati e scientificamente corretti, quali, ad esempio, quelli approvati con provvedimenti normativi per la capitalizzazione delle rendite previdenziali o assistenziali oppure quelli elaborati specificamente nella materia del danno aquiliano». ( Cfr. Cass. 10499/2017).

Quindi nel determinare il danno da perdita della capacità lavorativa, si dovrà altresì tenere conto della possibile progressione del reddito del danneggiato.

 

Avv. Federico Depetris