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DiAvvocato Federico Depetris

Cassa integrazione al termine, milioni di lavoratori a rischio

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 20.07.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’  – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Sta per finire la Cassa integrazione: milioni di lavoratori a rischio. Con lo scoppio dell’emergenza sanitaria per il diffondersi del Covid 19 è esplosa anche la crisi economica e produttiva. Il Governo, opportunamente, ha messo in campo ingenti risorse per garantire a tutte le imprese l’accesso alla cassa integrazione, garantendo così ai lavoratori il mantenimento di un reddito senza gravare sulle imprese chiuse ed impossibilitate ad operare.

Parallelamente, com’è noto, è stato introdotto, in via eccezionale, il blocco dei licenziamenti ad oggi prorogato sino al 17 agosto 2020, ma il governo sta valutando di slittare ulteriormente il blocco dei licenziamenti per giustificato motivo oggettivo (si ipotizza sino al 31.12.2020).

La situazione, che già si era presentata nei mesi precedenti prima della proroga al 17 agosto del blocco dei licenziamenti, rischia di creare una vera e propria bomba sociale. Le imprese, infatti, ancora attanagliate dalla crisi da un lato non possono procedere ai licenziamenti e dell’altra non sono nelle condizioni di poter utilizzare la forza lavoro e quindi di retribuirla. Le imprese inizieranno quindi a far consumare ferie e permessi maturati e poi saranno costrette a sospendere i lavoratori e a non retribuirli sino a che non saranno riattivati gli ammortizzatori sociali. Vi è il fondato timore che milioni di lavoratori rimangano per alcune settimane privi di retribuzione. Le imprese infatti ai sensi degli artt. 1256 e 1463 e ss c.c potranno sospendere, per causa di forza maggiore, i lavoratori e, non avvalendosi delle loro prestazioni, essere esonerati dal retribuirli.

Normalmente le aziende prive di commesse ricorrerebbero ai licenziamenti (che oggi sono invece bloccati) e quindi i lavoratori avrebbero quantomeno accesso alla Naspi (ossia la disoccupazione).Il governo deve quindi provvedere, urgentemente ad allungare la Cassa integrazione sino a garantire la copertura di tutto il periodo di blocco dei licenziamenti.

DiAvvocato Federico Depetris

Rimborso addizionali energia elettrica: alle imprese spettano centinaia di milioni di euro

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 01.06.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’  – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Le imprese dal 1988 a tutto il 2011 si sono viste addebitare, direttamente in bolletta, le “addizionali provinciali” sull’energia elettrica.
Un balzello inserito per foraggiare le casse degli Enti locali.

Tuttavia, le addizionai provinciali sulle forniture di energia elettrica previste originariamente all’art. 6 del DL 511 del 1988, sono incompatibili con il dettato normativo di cui all’art. 1 paragrafo 2 Direttiva 2008/118/CE entrata in vigore il 15.01.2009, recepita solo con il DL n. 68 del 2011 che ha abrogato l’art. 6 del DL 511/1988.

La norma comunitaria prevede infatti che le addizionali sul consumo di energia elettrica sono ammesse solo se rispondenti al perseguimento di finalità specifiche ossia al fine di ridurre i costi ambientali connessi alla fornitura di energia elettrica (ex multis Cfr. Corte di Giustizia UE C-434/97 del 24.02.2000).
E’ esclusa la legittimità delle accise che abbiano una mera finalità di bilancio.

Un’attenta disamina dell’art. 6 del DL 511 del 1988 permette di evidenziare l’assoluta assenza di una finalità specifica, nei termini sopra precisati, delle addizionali provinciali applicate sul consumo di energia elettrica negli anni 2010, 2011 e 2012. Le predette accise furono introdotte per soddisfare mere esigenze di bilancio degli Enti locali.

Le accise quindi non erano dovute e devono essere restituite alle imprese che le hanno pagate.
Per molte imprese si è aperta quindi la possibilità di ottenere rimborsi piuttosto significativi di cui potranno beneficiare in questo periodo di gravissima crisi economica.

La Cassazione ha avuto recentemente modo di chiarire, inoltre, come la richiesta di rimborso delle addizionali provinciali debba essere effettuata, di regola, nei confronti della società fornitrice dell’energia elettrica.

Infatti la Suprema Corte ha chiarito che: “Le imposte addizionali sul consumo di energia elettrica di cui al Decreto Legge n. 511 del 1988, articolo 6, comma 3 (nel testo applicabile ratione temporis) sono dovute, al pari delle accise, dal fornitore al momento della fornitura dell’energia elettrica al consumatore finale e, nel caso di pagamento indebito, unico soggetto legittimato a presentare istanza di rimborso all’Amministrazione finanziaria ai sensi del Decreto Legislativo n. 504 del 1995, articolo 14 e della L. n. 428 del 1990, articolo 29, comma 2 e’ il fornitore”; “Il consumatore finale dell’energia elettrica, a cui sono state addebitate le imposte addizionali sul consumo di energia elettrica di cui al Decreto Legge n. 511 del 1988, articolo 6, comma 3 (nel testo applicabile ratione temporis) da parte del fornitore, puo’ agire nei confronti di quest’ultimo con l’ordinaria azione di ripetizione di indebito e, solo nel caso in cui tale azione si riveli impossibile o eccessivamente difficile con riferimento alla situazione in cui si trova il fornitore, puo’ eccezionalmente chiedere il rimborso nei confronti dell’Amministrazione finanziaria, nel rispetto del principio unionale di effettivita’ e previa allegazione e dimostrazione delle circostanze di fatto che giustificano tale legittimazione straordinaria“. (Cfr. Cass. 27099/2019, Cass. civ. Sez. V, Ord., 19-11-2019, n. 29980, Cass. civ. Sez. V, Sent., 11-02-2020, n. 3233, Cass. civ. Sez. V, Sent., 04-06-2019, n. 15198, , Cass. civ. Sez. V, Sent., 23-10-2019, n. 27101).

Per ottenere il rimborso delle addizionali, l’impresa deve fare richiesta alla società fornitrice ed in caso di risposta negativa procedere a farle causa.

DiAvvocato Federico Depetris

Negozi chiusi per Covid, Tribunali danno ragione a chi non ha pagato

[Articolo del 31.05.2020 pubblicato su La Gazzetta Torinese. Articolo originale disponibile QUI]

A causa del coronavirus 60 milioni di italiani sono dovuti rimanere segregati in casa. Tutti (o quasi) i negozi commerciali sono rimasti chiusi per oltre due mesi. Niente incassi, quindi, per negozi di abbigliamento, palestre, librerie, ma con le spese che galoppano e che a fine mese devono essere saldate. E tra queste anche i canoni di locazione. Migliaia di imprese non hanno pagato i canoni scaduti per i mesi di marzo, aprile e maggio.

Anche a Torino la situazione, drammatica, è questa qui descritta.
Lo ha confermato a La Gazzetta Torinese M.R. titolare di un negozio di abbigliamento in centro: “Ad aprile, dopo un mese di chiusura del negozio, ho chiamato il proprietario dei muri del locale per dirgli se mi veniva incontro con l’affitto. Mi ha risposto di no. Gli ho fatto scrivere dall’avvocato che non potevo pagarlo”.

Andrea, titolare di una palestra in provincia di Torino, è stato più fortunato. “Il proprietario dei muri della palestra mi ha fatto uno sconto del 50% per i mesi di marzo, aprile e maggio.”

Abbiamo anche sentito l’avvocato Federico Depetris per farci raccontare il punto di vista dei proprietari degli immobili: “Alcune società immobiliari che rappresento hanno ricevuto molte richieste di sconto o di rinegoziazione dei canoni. Abbiamo gestite le richieste una per una con grande attenzione – ha spiegato l’avvocato Depetris – cercando di comprendere le ragioni dei conduttori. In alcuni casi abbiamo accettato dei pagamenti come meri acconti sul maggior dovuto. Prenderemo delle decisioni definitive appena il quadro economico complessivo si sarà chiarito del tutto.”

Le associazioni che rappresentano i conduttori hanno diffuso sul web dei modelli di lettere da mandare ai proprietari. Nella missiva preparata dai sindacati degli inquilini si richiama l’art. 1467 c.c. sull’impossibilità sopravvenuta della prestazione.

Nel frattempo, i tribunali di Rimini e Venezia, come riportato nei giorni scorsi dalla stampa, hanno dato ragione a dei conduttori che hanno chiesto la sospensione del pagamento dei canoni di locazione. Questi provvedimenti sembrano legittimare la sospensione del pagamento dei canoni e far tirare qualche respiro di sollievo ai commercianti.

DiAvvocato Federico Depetris

Sinistri stradali a Torino e Piemonte: le prospettive della guida autonoma

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 11.05.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’  – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Ogni anno in Piemonte ci sono 10.832 sinistri con lesioni alle persone (dati del 2018). La metà dei sinistri avviene nella provincia di Torino. In Italia i sinistri con lesioni sono 172.553 all’anno. I sinistri mortali in Piemonte sono circa 250, in Italia sono 3.300.

Numeri impressionanti e che impongono importanti riflessioni. Il trend dei sinistri con lesioni è tuttavia in sensibile costante calo.

Nel 2001 i sinistri con lesioni erano in Italia 263.100 (quasi 17.000 in Piemonte). I morti a causa di un sinistro stradale in Piemonte dal 2001 ad oggi si sono addirittura dimezzati.

Sulla riduzione dei sinistri, in particolare quelli gravi, hanno probabilmente influito le campagne di sensibilizzazione, le migliorie apportate dalle case automobilistiche e norme sempre più severe nei confronti della guida in stato di ebrezza e sotto gli effetti di sostanze stupefacenti.

Il fenomeno rimane tuttavia drammatico: oltre tremila morti all’anno sono troppi.

Ad ogni sinistro ovviamente consegue anche il pagamento di un risarcimento da parte dell’assicurazione che potrà ammontare a qualche centinaio di euro per i sinistri con lesioni lievi sino a diversi milioni di euro a seconda dell’età, professione etc. della vittima. La presenza di un così alto numero di sinistri con lesioni si riflette inevitabilmente sul costo dei premi che gli italiani devono pagare per assicurare i loro mezzi, premi che rimangono tra i più alti d’Europa.

Nei prossimi decenni l’intera esperienza di guida potrebbe tuttavia venire radicalmente stravolta dai sistemi di guida autonoma e con essa vi è chi ritiene che i sinistri con lesioni potranno essere persino azzerati.

Si è anche ipotizzato, in verità, che lo stesso mercato delle polizze auto potrebbe giungere al suo capolinea nei prossimi decenni non appena le auto a guida autonoma sostituiranno del tutto quelle con conducente.

Torino è in prima linea nella sperimentazione della guida senza conducente. E’ a Torino infatti che si è lanciato il primo mini bus del trasporto pubblico locale senza conducente. E sempre a Torino è stato progettato un percorso di 35 kilometri nel tessuto urbano che verrà utilizzato per sperimentare i veicoli a guida autonoma.

Stiamo quindi probabilmente assistendo agli inizi di una rivoluzione che cambierà il mercato in numerosissimi settori (assicurativo, risarcitorio, noleggio auto, servizio taxi etc.) e che porterà ad un ripensamento delle infrastrutture stradali delle nostre città.

La guida autonoma è solo agli inizi eppure ben presto anche il mondo del diritto dovrà iniziare a relazionarsi con questa nuova tecnologia.

Nonostante ingegneri e programmatori ritengono che con l’intelligenza artificiale i sinistri con danni alle persone potranno essere azzerati, è quasi certo, al contrario, che sinistri continueranno ad accadere seppur in numero decisamente più contenuto. Un guasto dei sensori, del sistema di guida, dell’impianto frenante, dei semafori etc. potrebbe finire con il causare anche gravi sinistri. Su ci ricadrà la responsabilità per le lesioni e i danni ai mezzi coinvolti? Il proprietario del mezzo guasto? Il titolare dell’infrastruttura difettosa? Il produttore del mezzo malfunzionante o il suo venditore?

Su questi quesiti presto i giuristi dovranno iniziare a relazionarsi.

DiAvvocato Federico Depetris

Coronavirus, strage di anziani nelle RSA: aumentano le inchieste della magistratura

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 04.05.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’  – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Nelle case di riposo ormai è strage di anziani. Le inchieste della Magistratura si stanno moltiplicando in tutto il nord Italia ed in particolare a Milano e Torino.
Al Pio Albergo Trivulzio di Milano gli anziani pazienti morti sarebbero oltre 150. In provincia di Bergamo si stimano 1.500 anziani deceduti per coronavirus nelle RSA. Numeri inquietanti che impongono indagini approfondite per capire come sia stato possibile trasformare gli ospizi, dove a tutti era chiaro fossero presenti le persone più esposte ai rischi del Covid-19, in focolai di infezione fuori controllo.

Si ipotizzano gravi negligenze a carico dei dirigenti delle case di riposo e del personale addetto alla cura degli anziani ospiti. Si indaga persino per capire se è vero che alcune strutture avrebbero nascosto la positività di alcuni membri del personale.

Non sarebbero state prese le dovute cautele e personale e pazienti non sarebbero stati dotati dei sistemi individuali di protezione per prevenire il contagio (mascherine, guanti, camici etc). Accuse gravissime mosse da parenti delle vittime e da membri del personale, che dovranno trovare conferme nelle indagini ma che stanno comunque mettendo in allarme i vertici di tutte le RSA del nord Italia.

A Torino la situazione è allarmante quanto in Lombardia.

Si registrano al momento oltre duecento decessi per coronavirus tra gli anziani delle case di riposo torinesi. Un incremento che ha destato preoccupazione anche nella sindaca Chiara Appendino e nel presidente della regione Alberto Cirio.

Tuttavia è lecito ipotizzare che per questa strage di anziani anche il sistema sanitario abbia concorso mediante dimissioni affrettate con conseguente ritorno di pazienti positivi al Covid-19 nelle strutture RSA, come le stesse case di riposo hanno denunciato nelle scorse ore.

I reati ipotizzati nelle indagini in corso sono quelli di omicidio colposo ed epidemia colposa.

Il reato di epidemia è previsto dall’art. 438 del codice penale. La norma punisce chiunque cagioni un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni. La pena prevista per l’epidemia dolosa è l’ergastolo. Nella versione originale del codice penale, nel caso in cui a causa dell’epidemia conseguisse il decesso di uno o più persone, si applicava la pena di morte.

Per l’epidemia colposa le pene sono quelle indicate dall’art. 452 del codice penale.

Secondo la giurisprudenza “il reato di epidemia richiede, nella sua materialità, il carattere contagioso e diffuso del morbo, la durata cronologicamente limitata del fenomeno (che altrimenti si verserebbe in endemia), il numero elevato delle persone colpite e l’estensione territoriale dell’affezione, che dev’essere di una certa ampiezza “ (Cfr. Tribunale Bolzano, 13/03/1979).

Deve essere segnalato, tuttavia, come i Tribunali italiani, nei pochi precedenti noti, abbiano dato alla nozione di epidemia di cui all’art. 438 del codice penale un’interpretazione restrittiva. Si è infatti affermato che “elementi costitutivi, in senso materiale, della fattispecie preveduta e punita dall’art. 438 c.p. sono: la rapidità della diffusione, la diffusibilità ad un numero indeterminato e notevole di persone, l’ampia estensione territoriale della diffusione del male. Il reato deve, perciò escludersi se, come nel caso di specie, l’insorgere e lo sviluppo della malattia si esauriscano nell’ambito di un ristretto numero di persone …” (Cfr. Tribunale Savona, 06/02/2008).

Tutt’altro che scontato quindi che si sia configurato il reato di epidemia colposa nelle RSA. Più “semplice” invece ipotizzare la presenza di gravi negligenze, imprudenze ed imperizie che consentirebbero la contestazione del reato di omicidio colposo.

In ogni caso, per le case di riposo interessate da un numero di decessi anomalo, o comunque da decessi dei pazienti per coronavirus, è estremamente probabile che ci saranno conseguenze anche sotto il profilo civilistico. Numerose famiglie potrebbero infatti attivarsi per richiedere il risarcimento per la prematura scomparsa del loro congiunto.

DiAvvocato Federico Depetris

I processi ai tempi dei Faraoni: il papiro giuridico di Torino

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 12.04.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’  – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Nel 1155 a.c. il regno di Ramses III attraversava un periodo di instabilità politica e sociale. I lavoratori di Deir el Medina (Luxor), addetti alle sepolture reali, erano in rivolta, la burocrazia dello stato in affanno e la corte dell’anziano sovrano era spaccata in due fazioni.

In questo clima declino politico del sovrano, la potente Tiye, moglie secondaria del faraone, decise, con una congiura, di eliminare il marito affinché a Ramsess III succedesse il proprio figlio Pentaur e non Ramesses-Hekma-Meriamun, figlio avuto dal faraone con la sua prima moglie.

La regina Tiye, il giovane principe Pentaur ed altri importanti esponenti della corte, con la complicità di alcune concubine del faraone, uccisero il sovrano nel proprio harem, probabilmente ferendolo alla gola con un pugnale.

La congiura venne tuttavia scoperta ed i dignitari della corte fedeli al sovrano Ramsess III ed al figlio Ramesses (poi salito al trono come Ramsess IV) riuscirono ad arrestare i congiurati ed a processarli.

Questa avvincente storia di intrighi di palazzo, congiure ed omicidi ci è stata tramandata da un papiro conservato presso il Museo Egizio di Torino.

Il papiro descrive infatti il processo che la regina Tiye ed il principe Pentaur subirono assieme ai loro complici ed è un documento eccezionale in quanto è una delle poche fonti che ci permettono di capire come funzionasse il sistema giudiziario nell’antico Egitto.

Tutti i congiurati vennero condannati per la morte del sovrano alla pena capitale. Le tombe reali di Pentaur e Tiye furono distrutte e spoliate così da impedire l’accesso alla vita eterna ai due traditori.

I fatti di cui erano accusati erano l’omicidio del sovrano, l’alto tradimento e l’utilizzo di pratiche magiche ed occulte proibite.

I congiurati infatti per uccidere il faraone ricorsero non solo al pugnale che poi ne determinò verosimilmente il decesso come appurato da un collegio di esperti forensi nel 2011, ma si affidarono anche a pratiche magiche.

Il processo fu tutt’altro che semplice. Ramses IV era salito al trono ed era riuscito a far arrestare la matrigna ed il fratellastro, tuttavia essi erano ancora molto potenti ed avevano numerosi amici a corte. Fu così che durante il processo ben cinque giudici si abbandonarono ad un’orgia con sei concubine che avevano partecipato alla congiura per uccidere il faraone. Quattro dei cinque giudici che si lasciarono corrompere dalle sei avvenenti e spregiudicate imputate furono a loro volta uccisi, uno solo venne perdonato dal nuovo sovrano.

A molti congiurati, dopo essere stati condannati a morte fu concesso il privilegio del suicidio, tra quelli che scelsero di togliersi spontaneamente la vita vi fu certamente il giovane Pentaur.

Quello del papiro di Torino è una delle poche testimonianze scritte sul funzionamento del sistema giudiziario in Egitto. Oltre al papiro conservato al Museo Egizio sono stati reperiti alcuni laconici geroglifici sparsi nei siti archeologici. Le nostre conoscenze, quindi, sul sistema giudiziario dei faraoni sono piuttosto limitate.

Gli storici ipotizzano che il sistema giudiziario si articolasse in due livelli: uno locale decentrato ed un centrale.

L’amministrazione della giustizia a livello locale era delegata ai notabili delle comunità. Queste corti inferiori avevano competenza per i reati bagatellari e le piccole controversie tra privati.

Si ritiene che invece le questioni di maggior rilievo fossero di competenza della corte del sovrano dove la giustizia era amministrata, per conto del faraone, dal suo Gran visir.

Il diritto vigente nell’antico Egitto era per lo più di origine consuetudinaria e le leggi venivano tramandate oralmente. Il ritrovamento di editti contenenti norme giuridiche infatti è un fatto piuttosto raro (è stato scoperto un solo codice di leggi) il ché può apparire strano per una civiltà che ha saputo descrivere e tramandare il proprio sistema di governo, culturale, religioso etc. con un numero straordinario di geroglifici, disegni e opere architettoniche.

La scarsità delle fonti ci ha comunque permesso di scoprire alcune peculiarità del sistema giuridico egiziano come ad esempio che sussisteva una sostanziale eguaglianza dinnanzi alla legge tra uomini e donne, le quali, rispetto a numerose altre antiche civiltà, godevano di uno status giuridico decisamente migliore. Inoltre, come emerge dal papiro di Torino, il processo, quando aveva ad oggetto reati molto gravi o comunque erano coinvolte persone di rilievo, si articolava in due piani: uno materiale ed uno “spirituale” e magico. Le condanne infatti erano sia materiali e “patiche” (punizioni corporali, rimprovero, morte etc.) che magiche e spirituali (distruzione di tombe, formule magiche punitive etc.).

Ad ogni modo la nostra conoscenza sulle leggi dell’antico Egitto e sul suo sistema giudiziario è troppo frammentaria per riuscire ad avere quadro esaustivo e completo. Ciò che emerge, comunque, è che anche sotto il profilo giuridico la civiltà egizia fosse particolarmente complessa.

DiAvvocato Federico Depetris

Coronavirus, il Governo chiede alle imprese di indebitarsi

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 11.04.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’  – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

In data 08 aprile 2020 è stato pubblicato l’atteso decreto legge n. 23/2020, il “Decreto Liquidità”, quello con cui il Governo aveva dichiarato di aver messo a disposizione delle imprese 400 miliardi di euro per fronteggiare l’emergenza sanitaria e la conseguente, ormai inevitabile, crisi economica.

Dopo gli aiuti, solo simbolici, alle partite iva e piccole imprese (il bonus di 600 euro previsto per il mese di marzo e che ad oggi non è ancora stato erogato), il Governo aveva annunciato nei giorni scorsi, in una delle ormai celebri conferenze stampa di Giuseppe Conte, misure più incisive a sostegno del sistema produttivo italiano.

Il decreto legge prevede un complesso sistema di erogazione di finanziamenti alle imprese.

Le imprese, professionisti e partite Iva avranno facoltà di richiedere, sino al 31.12.2020, alle banche ed istituti di credito un finanziamento garantito, a seconda degli importi richiesti, dal 70 al 100 % dallo Stato per il tramite di Cassa depositi e prestiti e SACE Spa.

L’intervento a sostegno delle imprese previsto dal governo consiste, quindi, essenzialmente nell’invito alle imprese ad indebitarsi con le banche per fronteggiare la crisi.

E’ opinione pressoché unanime di tutti i principali esperti che la crisi economica scatenata dal coronavirus e che sta colpendo l’economia reale debba essere fronteggiata nel medio-breve periodo con una cospicua iniezione di liquidità in favore di imprese e famiglie.

In questi mesi di durissima serrata per le nostre attività economiche, bisognerebbe cercare di garantire il medesimo reddito alle persone (sia fisiche che giuridiche), o quantomeno a contenerne le perdite. Si dovrebbe sostanzialmente creare un ponte tra l’inizio della crisi e la riapertura delle attività (e anche oltre, perché la ripresa dei consumi sarà verosimilmente lenta) al fine di consentire ad imprese e lavoratori di mantenere le medesime entrate. Solo così i debitori potranno continuare a pagare i loro creditori ed i consumi potranno essere sostenuti. Bisogna quindi evitare una situazione di default a catena delle imprese con conseguente abnorme aumento della disoccupazione. Per fronteggiare questa crisi epocale servono essenzialmente due cose: 1) prospettiva e strategia a breve, medio e lungo termine; 2) risorse economiche.

Il piano strategico deve essere elaborato, ed in fretta, dalla classe dirigente politica. E ad oggi l’assenza di una strategia preoccupa (o dovrebbe preoccupare) più della crisi stessa.

Le risorse economiche devono essere reperite facendo deficit pubblico. Non vi è altra strada. Sfumata, quantomeno per ora, la possibilità di un indebitamento europeo con i c.d. eurobond-coronabond a causa dell’opposizione di Olanda, Germania e paesi scandinavi (il che dovrà aprire una profonda riflessione sull’utilità e necessità di una permanenza dell’Italia in questo consesso europeo), non rimane che “far da se”. L’Italia deve spendere. Dobbiamo far crescere il nostro debito pubblico, eventualmente anche mediante strumenti “nuovi” come coronabond sottoscrivibili solo da cittadini italiani in maniera tale da evitare che la crescita del nostro debito pubblico possa prestarsi a manovre speculative.

Si deve spendere adesso per aiutare imprese e famiglie e si dovra spendere dopo finanziando opere pubbliche al fine di creare un importante volano per l’economia.

Gli strumenti messi in campo sin qui dal Governo sono insufficienti.

Da ultimo, le misure sulla liquidità qui commentate, sono sbagliate o comunque inutili a fronteggiare la crisi sia nel “metodo” che nel merito.

Far indebitare le imprese con prestiti, garantiti dallo Stato, ma che dovranno essere rimborsati entro sei anni, è inutile. Servivano risorse a fondo perduto per garantire quell’iniezione di liquidità di cui si è parlato  più sopra.  Le aziende sono oggi chiuse per provvedimenti resisi necessari per contrastare il diffondersi dei contagi, non si può chiedere agli imprenditori di superare una crisi, che non è dipesa da loro, indebitandosi con le banche.

Servivano risorse liquide immediate, che certamente dovevano essere erogate dietro precise condizioni (mantenimento livelli occupazionali, garantire il pagamento dei debiti scaduti coi fornitori, mantenimento degli investimenti produttivi, sanzioni penali pesantissime per chi si approfittasse delle risorse pubbliche messe a disposizione etc.), ma non un prestito da rimborsare in sei anni. Quello dei prestiti garantiti dallo Stato può essere un buon strumento secondario per fronteggiare la crisi; un’arma in più da mettere nelle mani delle imprese, ma non certo il provvedimento principale.

In ogni caso, anche nel “merito” i provvedimenti presi con il decreto legge n. 23 del 2020 non sembrano poter garantire alcun effetto benefico sul nostro sistema economico.

Le imprese che beneficiano del prestito infatti saranno obbligate a: 1) non distribuire dividendi per tutto il 2020; 2) garantire i medesimi livelli occupazionali; 3) utilizzare le risorse ottenute in prestito (e non a fondo perduto come si è già spiegato) per sostenere costi del personale e investimenti. Parrebbe essere esclusa la possibilità di pagare i debiti scaduti.

Se possono considerarsi opportuni i paletti fissati dal governo a difesa dei livelli occupazionali, la scelta di limitare l’utilizzo delle risorse ottenute in prestito ai soli investimenti e non anche al pagamento dei debiti scaduti rischia di creare solo effetti distorsivi sul mercato.

Infine, l’accesso al credito garantito dallo stato non è stato reso possibile alle imprese già segnalate come “cattivi pagatori”. Questo determinerà la definitiva condanna per quelle imprese ed attività, già in crisi prima dell’emergenza sanitaria e che non potranno ora mai più riaprire. Il mio pensiero corre a quei piccoli commercianti, pasticcieri, gelatai, titoli di negozi di vestiti, bar, ristoranti, che prima fra mille difficoltà riuscivano a “sbarcare il lunario” arrivando a stento a fine mese e che ora saranno distrutti. Migliaia e migliaia di famiglie rischiano di rimanere senza reddito.

Servono provvedimenti eccezionali, serve coraggio e bisogna fare in fretta.

DiAvvocato Federico Depetris

PATROCINIO A SPESE DELLO STATO (GRATUITO PATROCINIO)

Che cos’è il Patrocinio a Spese dello Stato?

Al fine di garantire a tutti l’assistenza legale necessaria per la difesa dei propri diritti, lo Stato riconosce ai cittadini e stranieri regolarmente residenti in Italia di potersi avvalere di un Avvocato, a propria scelta, le cui parcelle saranno pagate dallo Stato stesso.

In sostanza con il Patrocinio a Spese dello Stato (o Gratuito Patrocinio) il cittadino potrà ottenere l’assistenza di un Avvocato senza dover sostenere alcun costo.

Come si ottiene il Patrocinio a Spese dello Stato?

La domanda Patrocinio a Spese dello Stato (o Gratuito Patrocinio) per le cause civili viene proposta direttamente dall’Avvocato scelto dal Cliente al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati. Il cittadino può anche presentare la domanda direttamente al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati.

In ambito penale la domanda di ammissione al Patrocinio a spese dello Stato si propone dinnanzi al Magistrato competente.

In cosa consiste la domanda di ammissione al Patrocinio a Spese dello Stato?

La domanda in ambito civile consiste nella compilazione di un’istanza su apposita modulistica messa a disposizione dei Consigli dell’Ordine degli Avvocati. Le dichiarazioni del richiedente devono essere veritiere, altrimenti si incorrerà in responsabilità penali.

In ambito penale l’istanza viene di regola predisposta dall’Avvocato.

Quali sono i requisiti per accedere al Patrocinio a Spese dello Stato?

Per accedere al Patrocinio a Spese dello Stato è necessario avere un reddito (imponibile IRPEF) inferiore alla soglia di euro 11.493,82.

Si considerano (si cumulano) i redditi di tutti i componenti del nucleo familiare che appaiono nello Stato di famiglia o comunque conviventi con il richiedente.

Quali documenti servono per accedere al Patrocinio a Spese dello Stato?

Per accedere al Patrocinio a Spese dello Stato è di regola necessario produrre modello 730 relativo all’anno precedente la richiesta della domanda, oppure certificazione unica (oppure buste paga), fotocopia carta di identità e codice fiscale, stato di famiglia, i documenti relativi alla causa da iniziare, oltre agli altri documenti ritenuti necessari dall’Avvocato.

Si può ricorrere al Patrocinio a Spese dello Stato anche per iniziare ex novo una causa?

Sì. E’ possibile accedere al Gratuito patrocinio sia per resistere alle cause iniziate da altri, sia per iniziare ex novo una causa.

L’Avvocato Federico DEPETRIS è iscritto alle liste dei difensori abilitati al Patrocinio a Spese dello Stato e può patrocinare i Cittadini che hanno diritto al Gratuito Patrocinio su tutto il territorio nazionale.

 Link UTILI

CNF:

 https://www.consiglionazionaleforense.it/patrocinio-a-spese-dello-stato

Tribunale di Torino (Settore civile):

http://www.tribunale.torino.giustizia.it/it/Content/Index/43753

Tribunale di Torino (Settore penale):

http://www.tribunale.torino.giustizia.it/it/Content/Index/43754

Ordine degli Avvocati di Torino

https://www.ordineavvocatitorino.it/informazioni-cittadino/patrocinio-normativa

https://www.ordineavvocatitorino.it/informazioni-cittadino/patrocinio-modulistica

 

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DiAvvocato Federico Depetris

Coronavirus: guardare l’abisso e oltre

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 01.04.2020  PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’  – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

Stiamo vivendo un dramma senza precedenti. Oltre diecimila morti in poco più di un mese per un virus proveniente dalla Cina e che mette a dura prova la tenuta dei sistemi sanitari delle nazioni del mondo.

Il sistema economico, per via dei provvedimenti adottati per contenere il contagio, è a rischio collasso: si prevedono perdite sul PIL di 100 miliardi di euro al mese! Al dramma economico è sempre legato quello sociale: povertà, disoccupazione, aumento della criminalità etc.

Siamo sull’orlo dell’abisso.

In questa situazione drammatica leggo con un certo disagio le polemiche contro il governo da parte di chi grida al golpe ed espone improbabili, ma sarebbe più corretto scrivere “immaginari”, complotti orchestrati da quello o da quell’altro per affossare l’economia o ridurci tutti schiavi.

E trovo anche piuttosto insopportabile la retorica stucchevole propalata dai sostenitori del governo, acriticamente appiattiti sulla linea dell’esecutivo ma solo per spirito di fazione che per reale e sentita convinzione.

Non è certamente questo il momento delle polemiche sterili e degli slogan urlati in TV. Ci sarà tempo, quando tutta la vicenda sarà conclusa, per fare il “processo” a Conte ed al suo esecutivo. Avremo modo di giudicare il governo una volta che l’epidemia sarà controllata.

Ora è il momento di guardare fisso l’abisso che si è aperto dinnanzi a noi e di accettarlo.

Non vi è modo migliore di affrontare l’emergenza che prendere consapevolezza, piena, di essa e di vivere appieno il presente drammatico che ci è offerto.

Dobbiamo recuperare quel senso del “tragico” che dal tempo degli antichi greci si è insediato nel nostro dna culturale e che è stato “riscoperto” dai grandi pensatori europei del XIX secolo (Hegel, Nietzsche, Schopenhauer …)

Dobbiamo imparare a guardare in faccia la rovina per poterci erigere al di sopra di essa. Recuperare quello spirito che riempiva i cuori dei trecento spartani di Leonida, degli intrepidi esploratori e capitani che conducevano nelle tempeste i loro velieri, degli uomini delle trincee della Grande Guerra. Oppure se si vuole qualche esempio più umano e meno eroico, bisogna fare come padre Paneloux, uno dei personaggi del romanzo “La Peste” di Albert Camus (introvabile anche su Amazon, segno che c’è chi vuole provare ad immergersi, con senso tragico appunto, nel grave momento che stiamo vivendo), il quale dopo lunghe riflessioni teologiche, arrivò alla conclusione che bisognasse semplicemente accettare la “peste” e “camminare in avanti, nelle tenebre, un po’ alla cieca …”.

Non è questo il momento delle lagne continue sui social, delle lamentele sulla libertà perduta ma nemmeno delle piaggerie sul Governo, o peggio, l’affannoso, quanto ridicolo, lavoro della burocrazia statale per confezionare la migliore autocertificazione per uscire di casa. Meglio un padre Paneloux, che poi morirà, forse nemmeno di peste, rifiutando le cure, piuttosto che lasciarsi andare alla rassicurante narrativa del complotto, alla polemica autoreferenziale, alla mitomania da epidemiologi ed esperti tuttologi.

Per Jean-Pierre Dupuy, autore de “Per un catastrofismo illuminato. Quando l’impossibile è certo”, bisogna rendersi conto che le catastrofi sono ineluttabili: prima o poi capiterà un terremoto, un’epidemia, uno tsunami, che sconvolgerà le nostre vite ed i nostri sistemi politici ed economici. Per meglio affrontare le catastrofi l’autore francese immagina che bisogna proiettarsi a dopo di essa, per meglio capire come ricostruire ed eventualmente ridurre i danni alla prossima inevitabile catastrofe.

Ecco quindi, dopo che abbiamo ben fissato l’abisso, con intensità, ed averlo accettato bisognerà iniziare a guardare oltre di esso.

Oltre l’abisso, ci sarà la possibilità di ri-costruire senza magari commettere gli stessi errori del recente passato.  Oltre l’abisso ci sarà, lo ripeto, anche la possibilità di giudicare l’operato di chi si è trovato alla guida della Nazione nelle sue giornate più drammatiche: allora, e solo allora, potremo abbandonare l’indulgenza che oggi, nel pieno della tempesta, riserviamo alla classe dirigente.

 

DiAvvocato Federico Depetris

Emergenza Coronavirus: primi licenziamenti per la crisi ed è dramma sociale per i lavoratori in nero

Intervista all’Avv. Federico DEPETRIS del 15.03.2020 de “La Nuova Società” —- ARTICOLO ORIGINALE

I Tribunali sono chiusi a causa dell’emergenza sanitaria. Sono tenute solo le udienze più urgenti. Si registrano però anche nel torinese i primi licenziamenti motivati dalla crisi legata al Covid-19. Un dramma nel dramma che rischia di farci piombare indietro di 8-10 anni. Ne parliamo con l’avvocato Federico Depetris, giovane giuslavorista torinese collaboratore del nostro quotidiano.

Avvocato Depetris è stato in tribunale nei giorni scorsi? Che clima si respira?

Tutte le mie udienze della scorsa settimana sono state rinviate. Non avevo udienze di particolare urgenza e quindi non ho dovuto accedere al Palazzo di Giustizia, dove comunque so che gli ingressi sono contingentati e riservati solo ai colleghi che hanno le udienze confermate.

Come procede l’attività lavorativa degli avvocati?

Mi sono organizzato per lavorare da casa. Passo in studio solo a prendere e riportare i fascicoli, e ritirare la posta. Lavoro incessantemente sulle cause e fascicoli che avevo già in carico. Studio, scrivo, faccio telefonate. Insomma, faccio tutto quello che si può fare senza dover ricevere i clienti o comunque incontrare persone. Dobbiamo fare uno sforzo per fermare i contagi. Nel mio piccolo faccio la mia parte.

Cosa sta succedendo nel mondo del lavoro?

Le attività produttive proseguono. Abbiamo visto e letto tutti delle legittime proteste degli operai che lamentano condizioni di sicurezza scarse o assenti. I datori di lavoro devono garantire la distanza di sicurezza tra operai, i quali devono essere dotati anche di idonee protezioni. Parrebbe che questi accorgimenti non siano stati presi da molte aziende. E poi stanno arrivando i primi licenziamenti …

Ha notizia dei primi licenziamenti per il COVID-19?

Purtroppo, sì. Ho ricevuto le prime telefonate di lavoratori, anche a tempo determinato, lasciati a casa prima della scadenza del contratto. È solo l’inizio. Prevedo uno tsunami di licenziamenti causati dalla inevitabile crisi economica. Il commercio e i pubblici esercizi (bar e ristoranti) credo saranno i primi ad essere duramente colpiti qualora il blocco superasse i quindici giorni. Ripeto. Ci sono già stati i primi licenziamenti. Dovremmo valutare caso per caso quali licenziamenti impugnare e quali no. La situazione è e sarà eccezionale, ma dobbiamo anche evitare che ci sia chi pensa di approfittarsi del coronavirus per lasciare ingiustamente a casa i lavoratori.

Come crede si possa fermare la valanga di licenziamenti che si prevedono?

Ho sentito il governo promettere che nessuno avrebbe perso il proprio posto di lavoro a causa del coronavirus. Spero non siano solo parole finalizzate ad evitare proteste. È necessario un intervento deciso, senza precedenti. Bisogna garantire a tutti il mantenimento del proprio reddito. Va bene la cassa integrazione, ma bisogna anche pensare ad altre forme di intervento a sostegno dell’imprenditoria. Non basta posticipare le scadenze fiscali e contributive. Bisogna prevedere degli sconti, massici, anche sulle imposte relative al 2019 e che dovranno essere saldate nei prossimi mesi. Alle aziende deve essere lasciata quanta più liquidità possibile. Solo così possiamo sostenere la domanda e quindi permettere che le imprese rimangano in piedi. Sforiamo il rapporto deficit-Pil a prescindere da quello che ci dice o chiede l’UE. Qui è in atto un evento eccezionale che avrà conseguenze drammatiche, non è il tempo di fare della piccola ragioneria.

Cosa accade ai lavoratori in nero in un settore, come quello dei bar e ristoranti?

Ho ricevuto anche su questo problema le prime telefonate. Camerieri e cuochi lasciati a casa per via della chiusura dei bar e ristoranti senza ferie o permessi perché assunti irregolarmente. È un dramma. Queste persone non hanno diritto nemmeno alla disoccupazione. In questi casi l’unica alternativa è reclamare la regolarizzazione della posizione lavorativa. Sono purtroppo al lavoro sui primi casi di questo tipo. Il fatto è che non siamo in grado di garantire una risposta tempestiva a queste persone. Sono certo che otterremo giustizia per questi lavoratori, ma non ho certezze sulla tempistica.