Archivio mensile marzo 2019

DiAvvocato Federico Depetris

Si possono usare in giudizio le registrazioni audio?

Sempre più spesso nei giudizi civili e penali fanno il loro accesso le registrazioni audio tra le parti. I nostri telefoni cellulari ormai consentono di registrare le conversazioni tra presenti (come un comune registratore), ma anche, scaricando una semplice app, registrare le conversazioni telefoniche.

L’art. 2712 c.c. dispone espressamente che: “Le riproduzioni fotografiche, informatiche o cinematografiche, le registrazioni fonografiche e, in genere, ogni altra rappresentazione meccanica di fatti e di cose formano piena prova dei fatti e delle cose rappresentate …” Peraltro è nella piena logica delle cose che le registrazioni audio, quantomeno tra soggetti presenti alla conversazione registrata, possano essere liberamente e lecitamente prodotte in giudizio, quale forma di documentazione di un fatto storico ossia della conversazione stessa. Ed infatti la Suprema Corte ha avuto modo di chiarire che: “ La registrazione fonografica di un colloqui tra presenti, rientrando nel genus delle riproduzioni meccaniche di cui all’art. 2712 c.c., ha natura di prova ammissibile nel processo civile … “ (Cfr. Cass. 14/27424).

In ambito penale la Suprema Corte, con un insegnamento più volte ribadito, ha precisato che: : “Deve premettersi che, in via di principio, la giurisprudenza della corte di cassazione e’ costante nel ritenere che le registrazioni di conversazioni tra presenti, compiute di iniziativa da uno degli interlocutori, non necessitano dell’autorizzazione del giudice per le indagini preliminari, ai sensi dell’articolo 267 cod. proc. pen., in quanto non rientrano nel concetto di intercettazione in senso tecnico, ma si risolvono in una particolare forma di documentazione, che non e’ sottoposta alle limitazioni ed alle formalita’ proprie delle intercettazioni (Sez. 1, 14-4-1999, Iacovone; Sez. 1, 14-2-1994, Pino; Sez. 6, 8-4-1994, Giannola). Al riguardo, e’ stato evidenziato dalle Sezioni Unite che, in caso di registrazione di un colloquio ad opera di una delle persone che vi partecipi attivamente o che sia comunque ammessa ad assistervi, “difettano la compromissione del diritto alla segretezza della comunicazione, il cui contenuto viene legittimamente appreso soltanto da chi palesemente vi partecipa o vi assiste, e la “terzieta’” del captante. La comunicazione, una volta che si e’ liberamente e legittimamente esaurita, senza alcuna intrusione da parte di soggetti ad essa estranei, entra a far parte del patrimonio di conoscenza degli interlocutori e di chi vi ha non occultamente assistito, con l’effetto che ognuno di essi ne puo’ disporre, a meno che, per la particolare qualita’ rivestita o per lo specifico oggetto della conversazione, non vi siano specifici divieti alla divulgazione (es.: segreto d’ufficio). Ciascuno di tali soggetti e’ pienamente libero di adottare cautele ed accorgimenti, e tale puo’ essere considerata la registrazione, per acquisire, nella forma piu’ opportuna, documentazione e quindi prova di cio’ che, nel corso di una conversazione, direttamente pone in essere o che e’ posto in essere nei suoi confronti; in altre parole, con la registrazione, il soggetto interessato non fa altro che memorizzare fonicamente le notizie lecitamente apprese dall’altro o dagli altri interlocutori. Puo’ dunque essere affermato il principio che la registrazione della conversazioni effettuata da uno degli interlocutori all’insaputa dell’altro non e’ classificabile come intercettazione, ma rappresenta una modalita’ di documentazione dei contenuti della conversazione, gia’ nella disponibilita’ di chi effettua la “documentazione” e potenzialmente riversabili nel processo attraverso la testimonianza.” (Cass. 15/30918).

In definitiva, quindi, le registrazioni audio (di conversazioni telefoniche o di conversazioni “tra presenti”) sono forme di documentazione di fatti utilizzabili e producibili in giudizio.

Avv. Federico Depetris

DiAvvocato Federico Depetris

Strage di Erba e caso Vannini: magistrati siate giudici e non burocrati

[ARTICOLO DELL’AVV. FEDERICO DEPETRIS DEL 11.02.2019 PUBBLICATO SU NUOVA SOCIETA’ NELLA RUBRICA AEQUITAS – L’ARTICOLO ORIGINALE E’ DISPONIBILE QUI ]

elle ultime settimane si è fatto un gran parlare del servizio delle Iene volto a riaprire il caso di Olindo Romano e Rosa Bazzi e della sentenza pronunciata nel caso Vannini, il ragazzo ucciso per errore dal suocero, Antonio Ciontoli, sottufficiale della Marina Militare e membro dei servizi segreti.

In entrambi i casi, per motivi in parte diversi, l’opinione pubblica, si è scagliata con violenza contro i magistrati togati.

Per quanto riguarda il caso della strage di Erba ad essere messo sotto accusa è tutto il sistema giustizia a cui si addebita un presunto errore processuale che avrebbe portato due innocenti ad essere condannati all’ergastolo.

Nel secondo caso, invece, l’opinione pubblica è rimasta fortemente colpita ed indignata per l’atteggiamento del magistrato che, interrotto dalle urla della madre della vittima mentre leggeva il dispositivo della sentenza, avrebbe pronunciato la frase: «se volete andarvi a fare una passeggiata a Perugia ditelo», alludendo alla casa circondariale del capoluogo umbro.

Per quanto concerne il caso di Erba bisogna sgomberare il campo dagli equivoci: Olindo e Rosa sono stati condannati invia definitiva. Ad oggi non vi è alcuna “verità processuale” alternativa che possa indurci a ritenere che i due siano innocenti.

Tuttavia nel caso di Erba vi sono almeno due circostanze che gettano discredito sul nostro sistema giudiziario: l’errore commesso sull’analisi delle registrazioni audio di Mario Frigerio (il super testimone) e la distruzione per errore di una serie di reperti di cui la difesa dei condannati aveva ottenuto il via libera, dopo cinque anni di battaglia legale, a poter esaminare e periziare.

Due errori imperdonabili, il primo imputabile alla Corte d’assise che giudicava in primo grado che ritenne non opportuno disporre una perizia sulle registrazioni audio (che si scoprirà in appello essere state inavvertitamente manipolate e quindi alterate). Del secondo errore, invece, parrebbe essere responsabile un cancelliere troppo zelante, che in maniera illegittima avrebbe distrutto le prove da periziare.

La caduta di stile del Presidente della Corte d’assassise d’Appello del caso Vannini, invece, non merita particolari commenti: si è trattato di un errore che un magistrato non può commettere. Poteva essere giusto, almeno formalmente, il richiamo alla madre del ragazzo ucciso, ma era sufficiente fermarsi all’evidenziare che quella condotta costituiva un’interruzione di pubblico servizio e non anche, in maniera dir poco inelegante, lasciarsi andare a quella sguaiata allusione.

Dinnanzi a sé quel magistrato aveva pur sempre la madre di un ragazzo ventenne ucciso. Ad un uomo di Giustizia è giusto a mio avviso richiedere una certa dose di “umanità” e comprensione, sia verso gli imputati, che verso le vittime.

Senza voler entrare nel dettaglio delle due vicende, questi episodi mi consentono di riflettere su uno dei grandi mali del nostro sistema giudiziario: la burocraticizzazione della Giustizia.

Lentamente, ma progressivamente, i nostri magistrati, sotto il peso di un’enorme mole di lavoro, si sono trasformati in uomini di equilibrio e giustizia, in burocrati chiamati a dover decidere centinaia e centinaia di casi.

E si badi bene che questo male da lungo tempo ha iniziato ad affligere la Giustizia italiana. Lo testimoniava lucidamente Piero Calamandrei, insigne avvocato e giurista, già negli anni ’30 e ’50 del secolo scorso nel suo “Elogio dei giudici scritto da un avvocato”, un volume di anedotti e storie che ogni Giudice ed ogni Avvocato dovrebbe leggere almeno una volta nella vita.

L’insigne giurista notava come: «La pigrizia porta ad adagiarsi nell’abitudine, che vuol dire intorpidimento della curiosità critica e sclerosi dell’umana sensibilità: al posto della pungente pietà che obbliga lo spirito a vegliare in permanenza, subentra cogli anni la comoda indifferenza del burocrate, che gli consente di vivere dolcemente in dormiveglia».

Ed infatti, il giudice sommerso di carte e fascicoli, sempre più spesso è solito abbandonarsi a decidere i casi spesso con superficialità, in maniera routinaria, con provvedimenti sbrigativi, riducendo al minimo indispensabile l’attività istruttoria, dando così alla luce a sentenze, decreti ed ordinanze superficiali e spesso ingiuste.

Il magistrato non deve essere un burocrate, un semplice passacarte, il magistrato deve necessariamente prostrarsi alla ricerca della “verità” e a servire, quindi, con assoluta devozione la Giustizia. Se questo dovesse richiedere il dover eseguire una perizia di più, tanto meglio. Se la ricerca della verità dovesse imporre di sentire altri testimoni, che così sia disposto.

L’esercizio dell’alto ruolo di magistrato impone la comprensione non solo dei tecnicismi giuridici, ma anche dello spirito delle persone e degli eventi. Impone, quindi, senso di umanità e comprensione; richiede un animo profondo e sempre curioso.

È vero, la madre di Vannini ha interrotto la lettura del dispositivo: tuttavia è la madre disperata che ha visto il suo unico figlio, nel fiore dei suoi anni, morire stupidamente. Nessuna sentenza potrà mai dare pace a quella madre; il dolore che l’affligge è incommensurabile. Allora perché provocarle anche l’umiliazione di essere così redarguita in un momento di evidente appannamento delle sue facoltà mentali?

Questi errori, queste cadute di stile, questa mancanza di sensibilità non fanno che acuire la diffidenza dei cittadini nei confronti della magistratura e più in generale di tutti gli operatori della Giustizia; diffidenza riassunta esemplarmente in una frase che ebba a dirmi una mia cliente il giorno che precedeva la pubblicazione di una sentenza in una causa delicata e difficile: «Avvocato è vero che quando entra la Corte, esce la Giustizia?».